Archive for febbraio, 2012
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Sorpresa!
Che bello sottoporsi ad una risonanza magnetica per cercare di capire come mai ho i valori delle analisi del pancreas circa otto volte sopra il limite massimo consigliato, e trovarsi con la mano violcea perché hanno fatto fatica a iniettare il liquido di contrasto (testualmente: “Te ne abbiamo messo poco perché la vena si gonfia”, chissà perché ma lo avevo immaginato da solo…).
Che bello scoprire che il suddetto pancreas sembra non avere nulla, ma scoprire di avere un principio di ernia al disco in zona lombare!
Coraggio, se la mano mi è diventata come La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe non posso dire che sia stato inutilmente.
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La magia del colore
Quando ho visto la mia futura casa per la prima volta ho pensato subito che avrei dovuto ridipingere le pareti, non appena ci avessi vissuto un po’ e studiato come cade la luce durante l’arco della giornata: inizialmente la zona giorno era di un vago colorino azzurro semi invisibile, e le camere avevano lo stesso effetto di colore assente, ma sul giallino crema. Per dirla chiaramente: ‘na zuppa, ‘na mezza pippa. Fino dai primi giri mi immaginavo la zona pranzo sui toni del giallo caldo, e soprattutto la parete a sud di colore arancio o giallo zucca; mi sarebbe piaciuto anche fare turchese, o verde giada, la zona conversazione, e lilla fatina la camera da letto, mentre per bagno e studio non avevo delle grandi idee né, d’altronde, la casa mi comunicava qualche cosa.
Seguendo una visione più aderente alla realtà però mi sono reso conto dopo un po’ di tempo che fare convivere il turchese (oppure il verde giada) del salotto col giallo arancio della zona cibarie sarebbe stato arduo, visto che sono i due lati della stessa sala cui pomposamente attribuisco le definizioni di “zona conversazione” e “zona pranzo”. Per ammazzare il tempo e farmi un po’ di chiaro nei pensieri passo mesi e mesi a girare per tutti i vari Brico, Leroy Merlin, Obi, Eurobrico e colorifici vari a scorrere campionari, vedere tirelle, studiare abbinamenti folli, calcolare prezzi, costi e fabbisogni. Non trascuro nemmeno tutte le varie trasmissioni di arredamento su Leonardo, dove finocchie pazze rivoltano le case altrui come fossero dei calzini e osano accostamenti cromatici e di stile ai limiti della fantascienza (alle volte qualcosa di bello salta anche fuori, ma di solito nulla di camp o di kitsch: più roba chiassosa o anglosassone che bella). Di prassi l’aratura di tutti i reparti delle librerie dedicati all’arredamento, e i numeri saltuari di riviste come “Cose di Casa” e “Casa facile” se solo vedo qualche titolo inerente ai colori o alla tinteggiatura dei muri.
E perché limitarsi al solo colore? Ma guardiamo anche le carte da parati! Alcune sono meravigliose, passo giornate intere a fare ruma ruma nei siti dei produttori, sognando la sala invasa da macchie di ninfee che occhieggiano morbidamente da un laghetto nel quale nuotano delle coloratissimo carpe koi, oppure la camera decorata come un salone del Taj Mahal o dell’Alhambra, oppure con una volta blu con le stelle e dorate a imitazione del cielo, con i toni aranciati dell’aurora che dalla parete est arriva ad allontanare le tenebre (e già che ci siamo un pergolato di glicine in fiore affrescato sopra la testiera del letto, magari con un pavone appollaiato in cima). Dopo penso: non ho mai messo su una carta da parati, la mia manualità ha la precisione di un estetista che ti depila con la motosega, e il Paperone che è in me mi ricorda che non è il caso di fare esperimenti visti i costi dei parati di buona qualità.
Alla fine prevale un filo di buonsenso, dando ad ogni vano della casa una propria uniformità, e usando solo vernici. Il giallo nelle sue diverse declinazioni è un colore ideale per la zona giorno, stimola la mente, l’armonia, la capacità di espressione, la libertà, la capacità di giudizio e così via. L’arancio è legato alla socievolezza, all’ottimismo, all’espansività, alla felicità, al calore: rimane ferma l’idea della parete sud dipinta di arancio, e dopo diversi esperimenti di colore mi butto su un giallo limone per le pareti e un color miele (o banana) per il soffitto della zona giorno, felicemente diretto anche dai consigli di un’amica. La stessa Olda May che mi consiglia un blu per la camera da letto, al posto del color fatina che volevo perché i blu rilassano, mentre i violetti tendono a rilassare ma stimolare nel contempo l’attività mentale, pertanto è meglio usarli in un’altra stanza. La parete di fondo, a nord, era nata di un bel blu notte, ma colorando le altre di turchese mi sono accorto che faceva un po’ pena, e ho ripassato un turchese di due toni più scuro di quello delle pareti. Un po’ di fatinaggine c’è lo stesso, ho dipinto il soffitto di un tenue color malva.Lo studio sempre in giallo, riciclando il colore del soffitto della sala (perché del maiale non si butta nulla), e facendo sempre lo stesso gioco di toni, dando alle pareti due toni in più del soffitto, e alla parete di fondo altri due toni in più. Il bagno adesso ha un soffitto verde giada, e il muro verde smeraldo.
Lo sforzo maggiore è stato trovare il modo di farlo. Dapprima avevo pensato di chiamare un pittore, poi Paperone si è nuovamente impossessato di me e ho deciso che avrei pitturato in autarchia e in economia, forte del fatto che vedevo sempre mia sorella che ridipingeva la casa avita ogni tre per due, che da ragazzo ho dato il bianco in camera mia, e che al lavoro guardo quelli che stampano: praticamente, siccome guardavo Il tenente Colombo sono diventato un detective.
Le tinte originali erano pessime, roba che leccandomi un dito e passandolo sul muro me lo sarei trovato azzurrino vomito o giallino diarrea di lattante: e allora giù di aggrappante sui muri per evitare che il colore sotto sfarini. Non parliamo poi delle parti in cartongesso, sulle quali l’aggrappante non serve a nulla, anche passato puro invece che diluito. Correggo, serve a qualcosa: a lasciare delle patacche tremende sulle quali devi passare almeno due grasse mani di colore puro col pennello molto impregnato per coprire cotale specie di plastica liquida, per poi finire il tutto col rullo per eliminare i segnacci delle pennellate cazzone.
Altro capitolo sono stati i muri, intonacati forse coi piedi o forse al buio: in alcuni punti ho dovuto passare il gesso col frattone per livellare un po’ i buchi, in altri ho passato il raschietto per togliere le bolle della vecchia vernice che al tatto sembrava mista a sabbia; se volessi essere pignolo dovrei rifare tutti gli intonaci, così risolverei anche il problema del cartongesso sifolino, ma per ora va bene così.
Nelle camere ho il tetto mansardato (credo che la casa fosse un vecchio fienile, tempo fa), nel punto di massima altezza viaggia oltre i quattro metri, e a me vengon le vertigini se cambio la lampadina in bagno, col soffitto di due metri e trenta o via di lì. Che fare? A pennello è fuori questione, diamoci di rullo che è meglio, va’: e qui devo dire grazie al vecchio Trentanni Malmessi, che mi ha dato il suo rullo che era più grosso e peloso del mio, l’ideale per pareti molto ruvide.
Il tempo è stato il dettaglio più doloroso e dolente. Ho iniziato in estate (lavorando solo durante la settimana con le belle giornate lunghe) approfittando delle volte in cui avevo il turno mattina, e andando avanti fino alla sera; col turno di notte o di pomeriggio finivo per fare un’oretta al giorno e praticamente era più la fatica del divertimento: tra ricerca dei colori, preparazione dei fondi, mascherature di battiscopa e interruttori, spostamento dei mobili, aggrappanti, prime e seconde mani, latte da cinque chili di colore rovesciate sul parquet della camera da letto, correzioni, cazzi e mazzi ho finito lo studio e il soffitto del bagno la prima settimana di gennaio, sfruttando la settimana in cui io ero in ferie e Ale al lavoro.
Mi ci son voluti dei mesi, ma sono passato dal pensare di dovermi per forza rivolgere a qualcuno (“oddio che palle, devo trovare un pittore economico, aspetta che chiedo a quello che rappezza i muri in bottega da noi che se lavora per il Nonno caro non sarà di certo”) al dire “la casa è mia e ci sudo io” (o per citare Olda May: “metto la mia energia nella mia casa”); dal pensare che non sarei riuscito a fare il filo dritto sulle pareti in corrispondenza degli stacchi di colore neanche se li avessi delimitati col nastro per popi invece farli a mano nei punti più difficili e farli anche apprezzabilmente bene; dal dire “per i muri passi, ma per i soffitti delle camere chiedo al pittore perché non posso farcela” all’idea di noleggiare un trabattello per farlo da solo e per armarmi finalmente di pertica telescopica per allungare il manico del rullo e finire il soffitto della stanza da letto in mezza mattina, compresi i rifili fatti a mano. Mesi, insomma, per passare dall’atteggiamento del bambino che non sa che cosa fare o come farlo (e che frigna chiedendosi perché nessuno lo aiuta) a quello dell’adolescente che impara qualche cosa di nuovo -anche su sé stesso- e che gode del risultato ottenuto. Ottenuto sudando come uovo in camicia.
Sono contendo di come è cambiata la casa, mi piace molto, e sono contento di essermi passato un po’ di antiruggine mentale. Il colore aiuta, stimola, al di là di quello che sostiene la cromoterapia: lo fa anche mentre lo passi, forse posso battezzarla “aranngiati-terapia”.
Per chi passerà da casa: i peli corti che si vedono suo soffitti non sono quelli che hanno perso i pennelli (che hanno peli di almeno cinque cm), sono i capelli che ho lasciato attaccati alla pittura fresca ogni volta che davo una craniata da qualche parte.
Soprattutto: non finisce qui!
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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 32
In una giornata di sole la sciccosissima Place Royale, ben prima di essere ribattezzata in un più plebeo nonché turistico a basso costo “Place des Vosges”, ospitava l’esibizione di alcuni cantanti girovaghi, il Meraviglioso Zinzin dell’Ardente Fanny e le sue Ghironde Indiavolate.
Avevano allestito la scena stendendo un telone istoriato che non era altro che un grande lenzuolo sul quale avevano dipinto diverse vignette con molti personaggi tanto colorati. Fanny cantava e indicava con una lunga bacchetta ognuna delle immagini illustrandole; nella prima erano raffigurate undici carrozze.Questa di Provenzona è la storia vera,
che si mise in viaggio a primavera!
Quando alfin suo nonno la vide in carrozza
gridò: “Deo gratias ci liberiamo della zozza”!
Il viaggio era lungo e un po’ insano,
ma il Moncenisio lo passò pian piano,
andò fino a una casetta fatta in legno
dove lasciò la bagna cauda in pegno.In tasca aveva oro e gioielli a profusione,
e se ne andò a messa anche a Lione.
Lì con una russa fu sbeffeggiata a teatro,
e tosto ripartì, compatta come un aratro!Gigino e Gigetto l’aspettavano a Fontanblè
e la Giovanna le preparò il bidet:
arrivò infine con il tempo piovoso,
e puzzò tutto il giorno di cane pulcioso.La Maria a mammetta scrisse:
“a Gigetto mio non piace,
ha il baffo e le vibrisse”.Il Provenzone sposò tirato a lustro,
e la Provenzona era come la luna,
nascosto il pelo sotto un argentato velo.La sera Gigino disse tutto al Ciccio
che l’indoman vantava di darci come un riccio;
“Forse -disse lei- può essere vero
se funziona anche solo col pensiero”.“Tu tienti pur la baffa” (disse il fratel germano):
io c’ho la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi, la Lilli e la Polly
e tromberò come un caimano”!Da una carrozza scoperta il conte Florimond de Mercy-Argenteau osservava divertito lo spettacolo, mentre allungava distrattamente dei bocconcini di sardina marinata ad un gatto con la parrucca.
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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 31
La leggenda vuole che i Romani allevassero le murene in grandi vasche, nutrendole con la carne degli schiavi: nulla di più falso, anche se potrebbe essere un metodo utile ed economico per risolvere i contrasti più fastidiosi con i vicini. La murena, povera piccinina, è bruttarella forte ed ha dei denti aguzzi e lunghi, vive in anfratti rocciosi sui fondali bassi, standosene acquattata nel suo pertugio dal quale esce per azzannare le prede che le passano davanti. Donna Sofia di Collegno non era una biologa marina, anche se aveva mangiato delle ottime zuppe di murena: usava la stessa tattica di caccia solo per esperienza, ed è per quello che se ne stava nascosta in un cespuglio nel parco di Versailles, ai margini del boschetto della Girandole in un mattino terso e leggermente ventoso, aspettando di farsi incontrare addosso per puro caso una donna molto importante; oh, si… quella era davvero la persona giusta da accalappiare, si diceva Donna Sofia ‘a Smargiassa!La contessa Jeanne du Barry passeggiava a piedi nel grande parco di Versailles accompagnata dal suo fido valletto, quando all’improvviso vide comparirle davanti in un turbinio di pizzo, stoffe multicolori, scialletti, cozze e pendagli una donna che aveva già visto aggirarsi per il castello, ma che non aveva mai avuto modo o intesse di conoscere; era una donna non molto alta, non grassa e non magra ma con tutte le sue cose morbide ai posti giusti, e in alcuni punti c’era tutto quello che sarebbe potuto egregiamente servire per altre due o tre donne, e non solo per l’abbondanza degli ammennicoli che le ornavano l’abito. La si sarebbe potuta definire giunonica, immaginando di strizzare Giunone in un bustino corazzato e di farle esplodere addosso il retrobottega di una bancarella “tutto a un luigi”. L’apparizione parlò, o per meglio dire apostrofò m.me du Barry guaendo:
- Cuuuuuucuuuuuuuuuuù! Mia cara coooooonteeeeeeeessa, che fortuna che il caso abbia voluto farci incontrare!
- Sacranon! Chi xèla questa? Pardon, madame, ma temo di non avere mai avuto la buona ventura di esservi presentata.
- Faccio parte della maison di Madame Victoire… iniziò Donna Sofia, ma accorgendosi di un leggero irrigidimento della sua interlocutrice cambiò fulmineamente tono al discorso.
- Non ci siamo mai parlate perché voi dalle tre carogne non ci venite mai, e fate solo bene! Se mi permette la libertà… me la permettete? Ma si, siamo tra donne libere… sono Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera.
- Ghe sboccio, mi! Siete italiana?
- Madame, il mio cuore forse… ma tutto il resto è internazionale. Ho abitato molto a Torino, ed è da poco che mi sono stabilita qui in cerca di fortuna.
- Oh, di solito una donna di buona iniziativa la fortuna se la fa sempre, se solo ha voglia di spendersi un po’.
- Madame, se è per quello io mi regalo oltre che spendermi, ma non arriverò mai ai vostri livelli; voi siete divina… e di sicuro non prenderete mai la scrofola, con tutto quello che il Re vi tocca.
- Ah, mia cara… il Re mi ha appena affidato un incarico, sapeste… non è facile.
- Forse posso esservi di aiuto: sono bravissima a risolvere i problemi di cuore.
- Non è di cuore, contessa. È di moda… va remengo, come se perché ho fatto la modista debba per forza mettermi a fare il corredo a quell’altra cicciona…
- Oh, la moda, la moda… se volte vi posso dare qualche consiglio: la mia modista è un genio.
- Facciamo così: perché non passate da me al Trianon più tardi, verso la metà del pomeriggio? Saremo sole e potremo parlare con calma.
- Perfetto, madame. Ai vostri ordini, disse Donna Sofia congedandosi con un inchino, e dopo che m.me du Barry le ebbe voltato le spalle la sua bocca si allargò in un sorriso che poteva sfidare quello di che può avere un topo quando vede il gatto che lo inseguiva finire col muso preso in una trappola da topi.Era una Smargiassa rilassatissima quella che alcune ore dopo veniva introdotta nel salotto della contessa du Barry, la quale stava consultando con leggera angustia un catalogo di gioielli.
- Madame, siamo donne pratiche: bando ai convenevoli. Che cosa vi affligge? Chiese senza preamboli la Smargiassa.
- Vardè qua, siora: il Re mi ha incaricata, all’incirca ufficialmente, di far preparare la corbeille di nozze per la sposa del Conte di Provenza, disse madame du Barry indicando un biglietto autografo di Luigi XV.
- E…?
- Ed io non so che cosa metterle addosso, perché tutti mi dicono che sia un soggetto un po’ fatto per conto suo…
- Eccome! La conosco benissimo, sono amica di suo padre da anni; sua madre non può vedermi, ma è spagnola e quelle sono tutte gelose, capite bene…
- Chei cani de to morti, altro che gelosia! Parlatemi della principessa.
- Ha un musetto strano, alle volte somiglia a un porcello (da piccola la facevano giocare con i cinghiali perché i bambini non la volevano vedere), ha un umore fetente, e fete pure lei… non le serve il panier, i suoi fianchi lo fanno da soli: pare che abbia su una cintura con delle bisacce piene d’acqua, infatti quando cammina dondola. Beve. Ha la ruffa sul collo.
- Ah sacramento… e mi che me fasso el bidet col Chanel n° 5…
- Le è già venuta qualche idea per la corbeille?
- No, so solo che deve essere tutto costosissimo e di lusso, materiali ultra ricercati e lavorazioni sopraffine.
- Sentite a me, per i gioielli va bene tutto perché qualsiasi orefice o gioielliere di Parigi ha ricevuto commesse da una qualsiasi duchessa o principessa, e si può arrangiare da solo; basta fissargli il budget. Per gli accessori… eh, che ne dite di sedici paia di scaldamuscoli di astrakan diabetico del Vercellese? Li potremmo abbinare a una ghipiè in baffo di martora -magari con dei fermagli in becco d’oca autentico-; sei set di stuzzicadenti in zanne di tricheco; una decina di nettaorecchie (tutta Torino solo sa che le servono) in tartaruga; alcuni corredi di baffetti e sopracciglia finte in visone selvaggio; otto paia di tanga pitonati incrostati di diamanti fuori e carta smeriglio dentro; otto reggiseni di tela d’acciaio tipo fiandra con la catena d’oro e i fiocchetti di velluto nero sul davanti; dodici bustini in pelle di squalo tigre e ali di farfalla; almeno cinque manine grattaschiena in avorio con i chiodi d’argento; dei mezzi guanti di rà-muschè, nuance castoro fuggente; una tartaruga col carapace dorato e tempestato di diamanti, e un grande collier alla schiava per imbragarle i fianconi.
- E qualche nastro?
- Si, per i capelli, che fa tanto Like a virgin. Cento metri di nastro nero incrostato di filo d’argento.
- Eo femo fare a Buran, ae mùneghe col tombolo.
- Contessa, sei un genio… oh pardon, m’è scivolato il tu!
- Non fa nulla, ciccina: siamo tra compagne di merende -, si affrettò ad aggiungere Jeanne, portando un dito alle labbra per fare un cenno di silenzio alla Smargiassa mentre si alzava furtiva, dirigendosi verso la porta. Avvicinandosi quatta quatta, lemme lemme, sulla punta dei piedini, Jeanne protese una manina gentile sulla maniglia, e lo aprì di botto; entrambe le donne videro un grosso gatto con una parrucca in testa ruzzolare dentro, per poi fuggire via di corsa.- Ah boia can, ancora chel cancaro del gato co ea parucca!
Donna Sofia si chiedeva come mai l’imperatrice Maria Teresa avesse mandato a Versailles Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, uno dei suoi migliori agenti segreti non convenzionali.
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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 30
Sua Maestà Carlo Emanuele III, per la grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, Marchese di Monferrato, Marchese di Saluzzo, Principe di Piemonte e Conte d’Aosta, della Moriana e di Nizza era chiamato da tutti i savoiardi Carlìn, in maniera affettuosa; affettuosa quanto si può essere nei confronti chi ti manda in guerra, ti fa pagare le tasse e ti comanda la corvèe, ma in buona approssimazione possiamo affermare che alla base vi fosse una qualche forma di affetto, forse una specie di transfert d’identificazione verso una persona, come tutta la sua famiglia, che si era sempre arrabattata a sbarcare il lunario, incurante delle persone alle quali mungeva aiuti: o Franza o Spagna purché se magna, come dire.Carlìn aveva indetto e indotto una riunione familiare nel grande salone del palazzo reale di Torino, ma per fare le cose per bene aveva cortesemente ordinato di presenziare anche ad alcuni nobili più della sua Corte, ed anche a qualche paggio e dei signori senza importanza perché è bello rendere molto conviviali le occasioni familiari, anche se sono a tutti gli effetti della pura politica. Non appena a palazzo fu risaputa la notizia di una convocazione ufficiale un boato come di tuono riempì i corridoi di palazzo reale, era la folla dei bassi nobili e dei cortigiani in generale che accorreva per assistere all’evento.
La famiglia era schierata al gran completo: alla destra di Carlo Emanuele c’era il figlio Vittorio Amedeo con la moglie Maria Antonietta di Spagna, davanti ai quali erano in piedi Carlo Emanuele (junior, beninteso: c’è sempre quella singolare mania nobile di passarsi i nomi di padre in figlio o di nonno in nipote) e la figlia Maria Giuseppina, dietro di loro ammassati alla rinfusa gli altri figli della coppia. Un po’ più indietro, e lungo i fianchi un po’ di zii e zie di Savoia e dintorni con relative progenie completavano l’insieme.
Carlo Emanuele III assunse uno sguardo fiero e indagatore, lo inviò a tosare tutti i presenti in sala, e dopo averne raccolto tutte le notizie si schiarì la voce e parlò:- Altezze Reali, Altezze e basta, Dame, Gentiluomini, signore, signori e vie di mezzo: la mia Maestà Reale vi ha convocati qui per rendervi partecipi di una notizia che ci riempie il cuore di gioia! Su istanza del nostro beneamato nipote (idea che gli è venuta per merito mio, ma lui non lo sa), Sua Maestà Cristianissima Luigi, quindicesimo del nome, per la grazia di Dio Re di Francia e di Navarra, l’ambasciatore di Francia Bernard-Louis, marchese de Chauvelin, commendatore dell’ordine di Saint Louis, tenente generale ha proposto ufficialmente un doppio patto matrimoniale tra la Real Casa di Savoia e la Real Casa di Francia: il nostro carissimo nipote, amatissimo futuro sovrano (spero per me in un tempo molto, molto lontano) dei nostri stati, Carlo Emanuele impalmerà Sua Altezza Reale Maria Adelaide Clotilde Saveria di Francia, figlia del defunto Delfino Luigi, figlio di nostro nipote il Re; mentre il di lei fratello Sua Altezza Reale Luigi Stanislao Saverio, titolato Conte di Provenza si cuccherà la Peppy, di modo che ancora una volta faremo i matrimoni doppi tra coppie di fratelli. Il tutto secondo gli usi, i costumi, e con le dovute attese per l’età dei nubendi. Ho detto!
Poi si girò verso i nipoti, additando un pacco retto su un cuscino di damasco cremisino da un valletto, e disse:
- Figlioli, il Re di Francia v’invia due quadri: mio caro, temo che il vostro sia troppo largo perché passi dalle porte, dovrete guardarlo in cortile mentre faremo abbattere una parete del castello per farcelo stare tutto; mentre questo è tuo, Giupa.
- Che bellezza! Il Re di Francia dev’essere davvero ricchissimo se mi manda il ritratto di un suo divano, e con una cornice fatta di diamanti! esclamò meravigliata Maria Giuseppina.Carlìn era allibito, riprese la nipote in malo modo
- Giupa! Non dire sciocchezze, sono i ritratti dei vostri rispettivi sposi: la Ciccionilde per tuo fratello e Ciccio per te!
- Ah, ma dai? E da che parte devo girarlo?Maria Antonietta era radiosa al punto che non stava più nel panier dalla felicità, bloccò con un ottimo tempismo la nascente replica del suocero, e intonò un canto estatico:
- Felicità
è Maria Giuseppina al di là di Cortina
la felicità,
se da oltre l’Ampezzo non senti l’olezzo
la felicità,
è un Figlio di Francia benché con la pancia, la felicità
felicità!
La figlia fu rapidamente trascinata dall’entusiasmo materno:- Felicità
è un pouf con le piume, senz’acqua di fiume
che lava e che va,
è la ruffa sul collo che sfida ogni ammollo
la felicità,
è un fiasco di vino senza un panino
la felicità,
felicità
Entusiasmo che le unì così come univa le loro voci:
- Senti nell’aria fiuto già
la puzza di marcio che regna colà,
in quel castello che sa di felicità.
Senti nell’aria c’è già
la voglia di trono che Provenza c’ha
come un ghigno che saprà di falsità.All’improvviso dai ranghi della corte si udì un brontolìo sommesso, cupo e colmo di dolore che saliva di volume fino a trasformarsi un mugghiare degno di un vero e proprio tornado: Cristina Enrichetta di Assia-Rotenburg, principessa di Carignano, si avvicinò ad un’atterrita Maria Giuseppina con un’aria da virago, i capelli scarmigliati, il viso deformato in un ghigno di furia, le dita contratte quasi ad artigliare il viso della ragazza; le si avvicinò al volto quasi che Maria Giuseppina potesse percepirne il tremolio rabbioso delle narici e gridò, con tutto il fiato che aveva in gola:
- Mia sorella mi ha portaten via il tronen, tu hai appena distrutten i sogni che avevo per mia figlia… kleine stronzetten, io ti maledico! Sarai donna senza esserlo mai, sarai regina senza esserlo mai!
Nel futuro niente regno per Maria Giuseppina,
sarà sempre zozza e sola da sera a mattina,
non diventerà giammai una sovrana,
per depilarsi le servirà una settimana…
Oh gianduiotto, gianduiotto maledicila tu,
da adesso per tutto il tempo che vuoi e più!Cristina Enrichetta si girò e uscì precipitosamente, accompagnata dai brandelli del panier che aveva appena distrutto a unghiate, mentre Maria Giuseppina stentava a uscire dallo stato quasi catatonico nel quale l’aveva fatta sprofondare l’aggressione della prozia; la ragazza emise una sorta di vagito, come quello di un animale cui sia rimasta una zampa presa in una tagliola:
- AAARUGHHHH!!! La terribile maledizione del gianduiotto no! Tutti mi odiano!
Avete appena detto
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- pyperita su La comunità
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