Archivio per la categoria ‘Diario di viaggio’
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Diario di viaggio, allegati: la vacanza di Pinciolin
Desideravo da tempo andare a Parigi, dopo tutto noi gatti siamo vagabondi, ci piace andare a zonzo e così quando mi è stato chiesto di viaggiare a sbafo (hanno pagato tutto i miei zii e le loro amiche), ho accettato subito.Che goduria camminare col culo in su per gli Champs Elisées, anch’io con quell’aria da scagazzero francese, guardavo snobbamente i passanti con gli scarponi da montagna e gli zainoni anche da montagna. Ma dico io… ma vi pare che in pieno agosto ci siano ovunque turisti vestiti come se fossero in trasferta ad Asiago??? E a Parigi poi!!!! Tra le boutiques e i cafés très chic. Infatti io me la godevo a guardarli schifato. Io, tutto sbarlusegante d’oro, che paro uscito da una festa a Versailles.
Versailles… a proposito… i miei zii mi ci hanno portato! Sapete, è tutta un’altra cosa fare le pisciatine nel Parco di Versailles. Anche gli stronzini che facevo avevano tutta un’allure così francese… così romantica. Quante pennichelle sotto gli alberi, e quanto mi sono divertito a farle dentro le fontane… tutti i turisti a bocca aperta a vedere i giochi d’acqua… acqua gialla. Sì, credevano fosse dorata in stile Versailles. Quanto sono stupidi e boccaloni gli umani, meno male che ci siamo noi gatti… Non vi dico nella sala degli specchi quanto mi sono guardato e riguardato in tutte le pose, in fondo noi gatti ci piacciamo, la nostra autostima è sempre a livelli stratosferici.
A proposito di dorati… che è passata alla doratura come me è la Giovanna, tutta sbarlusegante sul suo cavallo in cima ad un piedistallo in mezzo ad una piazza. Minchia ‘sti francesi… prima ti indorano sul fuoco e poi ti indorano sul monumento.Il momento più bello della gita a Parigi è stato quando ho rivisto una mia vecchia conoscenza, quella micia stronzina che si chiama Troyette DuPrèsLaTour. Dovete sapere che Troyette DPLT (per gli amici), ha questo nome perché vive e lavora nei pressi della Tour Eiffel, dopo una lunga ed estenuante (…) carriera a Pigalle.
Da quando l’ho rincontrata, è stato bellissimo. Mangiavamo lische di sardine prese furtivamente (nel senso di rubate) dai barconi sulla Senna. Che romantici io, Troyette e le sardine, tutto sotto la Tour. Ogni tanto ci arrivavano pure delle gocce di vino bianco che cadeva dal ristorante che sta sulla Torre. Questa sì che era vita!!! E quando riuscivamo a fregare delle ostriche bretoni dai piatti di ottusi turisti americani, beh allora era la pacchia assoluta! Troyette mi ha confidato, però, che da quando c’è una gatta morta di nome Carlà a Parigi, la sua attività lavorativa è calata vistosamente. Sarà, ma per me Mademoiselle DuPrèsLaTour ha sempre il suo fascino felino, col suo musino bianco e il cappellino Chanel rosa. E poi, ha già detto che la prossima volta che torno a Parigi mi dà lezioni di Bon ton, Ton sur Ton, Pot Pourri e French Kissing. Dai zii, spicciatevi che ho voglia di tornare a Pariiigiiiiiii!!!!
Miao miaaaaoooooo!!!!!
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Diario di viaggio, capitolo decimo: era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core
‘ntenerisce un emerito paio di balle (eh, bonjour finesse)!
È arrivata l’ora più grigia della vacanza: il giorno del rientro alla nostra solita vita di tutti i giorni. Il programma non è diverso dallo scorso anno: partiamo col treno alle nove di sera o via di lì da Bercy, e nel frattempo facciamo l’ultimo giro per la Reggia, avendo lasciato in deposito le valigie alla nostra albergatrice, la gentilissima madame Stéphanie.
Ci siamo precipitati subito a vedere quali visite guidate fossero disponibili nella giornata, e senza esitare minimamente abbiamo prenotato quella agli attici del Petit Trianon, che non sapevamo fossero visitabili fino a due giorni prima, quando ce lo ha detto la Dodi.
La vista ai Grandi Appartamenti si è svolta secondo il rituale, quasi quasi direi che mancava l’inchino d’etichetta davanti al letto di Luigi XIV, ma se non mi genufletto davanti ai miei dèi, di certo non mi metto a farlo davanti ai simboli altrui. L’inchino davanti al letto nella stanza del Re Sole era di prammatica per chiunque passasse di lì durante il giorno, anche in assenza del sovrano: era un modo di riconoscere la sua autorità e la monarchia stessa. Non dimentichiamo che la monarchia non era solo una mera istituzione politica ed ereditaria, ma anche un corpus mistico: tramite la consacrazione il Re perdeva il suo stato di laico, per quanto non acquistasse completamente quello di religioso, diventava una sorta di “vescovo esterno”, e pertanto luogotenente di Dio sulla Terra, quindi veicolo della volontà divina ed accessoriamente anche della grazia divina, da cui il potere dei re taumaturghi, come quelli di Francia che guarivano la scrofolosi con l’imposizione delle mani. La funzione dei Re Sacerdoti, assieme alla divinità insita nella monarchia, non è invenzione né di Luigi XIV né dei Capetingi: è molto, molto più antica, mentre il concetto di monarchia di diritto divino ha preso largamente piede durante tutto il Medio Evo.Divagazioni a parte, torniamo al nostro giro. Fatti i Grandi Appartamenti si passa al parco, giusto per ammazzare il tempo aspettando la visita al Petit Trianon; siamo sulla terrazza dell’Orangerie che guardiamo gli enormi cassoni con gli aranci, una dozzina dei quali hanno la fama d’essere ancora di quelli che hanno visto il Re Sole: Ale ha diverse piante di agrumi a casa, e stavamo facendo un rapido confronto. Ci abborda un ragazzo che ci chiede di scattargli una foto assieme alla moglie, dall’accento è impossibile non capire che è vicentino e attacchiamo bottone; lui tutto garrulo ci chiede se sappiamo indicargli la strada per arrivare a… Triathlon! La moglie lo blocca subito stizzita: “Ma cossa dìsito, xé Trianon”. Noi abbiamo fatto fatica a non ridere, più per la scenata della moglie che per lo strafalcione del marito.
Il parterre di Versailles attira una strana fauna, si sa: pure un cinese che si faceva le foto assieme alle statue sfingi vicino alle gradinate. Va beh, ognuno ha i propri passatempi, pure noi ne abbiamo uno strano; in ogni caso ho imparato durante la giornata a Fontainebleau che in francese lo sfinge maschio è “le Sphinx", mentre la sfinge femmina è “la Sphinge”: hai visto mai che possa tornare utile un giorno?
Pranzo al volo a base di panetti del Café d’Orléans, andiamo al Petit Trianon, dove approfitto per farmi un mezzo pisolo strategico, seduto su una delle panchine in un cortiletto interno, mentre aspettiamo la nostra guida: una bella signora che credo mia coetanea o poco più grande, semplice e spigliata, molto amichevole. Appena arrivata ha ramazzato su tutto il suo gruppetto di pecorelloni multietnici e ci ha fatto schiudere una porticina, che finora avevo sempre visto inviolata, sul pianerottolo davanti a quella dell’inizio del giro tradizionale al primo piano del Petit Trianon: ci si è aperto un mondo. Un po’ spoglio, a direi il vero, perché molte delle stanze sono completamente vuote, e addirittura si ignora quale fosse di preciso la loro funzione o a chi fossero destinate; in quelle di cui conosciamo la destinazione d’uso molto raramente abbiamo il mobilio originale, ma in alcuni casi si è salvato. Non so quanto bello possa essere, delle volte: nel salottino della Duchessa d’Orléans, Elena di Meclemburgo-Schwerin, moglie del maggiore dei figli di Luigi Filippo, Ferdinando Filippo d’Orléans, troviamo delle poltrone tappezzate con una seta di un verdino limetta acido, che pare fosse in voga all’epoca e piacesse alla Duchessa ma che al giorno d’oggi possiamo tranquillamente definire “color ginocchiata nei denti”, accanto ad una poltrona finto-gotico come andava molto di moda sotto Luigi Filippo: in legno quasi nero rivestita di pelle color topazio bruciato… ‘no biggiù; la guida ce l’ha mostrata inorridita, e anche un tantinello schifata, a riprova del fatto che non tutto quello che è antico è per forza bello; il Re Pera non sapeva manco dove il buon gusto abitasse di casa, è un dato di fatto.
A parziale giustificazione della piccola Duchessa mi viene in mente che, povera stella, con quella suocera che si ritrovava era probabilmente costretta a usare colori molto squillanti per cercare di smuovere un po’ l’atmosfera: la regina Maria Amelia ha sempre avuto un’aria da funerale da far grattare le palle ai gatti neri che la incrociavano per strada, tanto che Morticia Addams pare la Primavera del Botticelli al confronto. Tra le stanze vistate c’è anche quella che si suppone essere stata di madame Campan, quella camerista di Marie-Antoinette che è diventata famosa per aver scritto dopo la Rivoluzione un libro con le sue memorie sulla regina, e anche per aver messo in piedi una specie di educandato per signorine bene dove sono state messe anche le sorelle di Napoleone perché perdessero la loro allure da campagnole, appena sbarcate dalla Corsica. La cosa curiosa è che scorrendo i vari mémoires dell’epoca rivoluzionaria salta fuori in numerose occasioni che la Campan non era esattamente questo agnelluccio candido che vuol far credere, e pare che addirittura Marie-Antoinette la credesse una spia dei rivoluzionari e che non se ne fidasse affatto; l’idea ti viene spontanea leggendo questi suoi mémoires sbrodolosissimi e stucchevoli, alle volte abbastanza menzogneri per ciò che riguarda i suoi rapporti con la Regina o su alcune scene di cui è stata testimone: uno si dice che i casi sono due, o la Genet Campan doveva farsi perdonare qualcosa, o ha capito benissimo che se la doveva far perdonare Luigi XVIII e che avrebbe gradito molto che ai defunti cognati venisse regalata un’aura da santi. È rimasta famosa l’accoglienza riservatale da Madame Royale, la figlia di Marie-Antoinette, al suo ritorno in Francia alla Restaurazione: la Campan s’è precipitata a farle la riverenza e a parlarle della sua defunta santa mamma e quell’altra, che già di suo era simpatica come una martellata sul pollice, le ha seccamente risposto: “Avreste fatto meglio a restare a casa”. Com’è come non è, codesta truffaldina d’una fanfarona aveva una stanza con vista sul tempietto dell’amore, uno dei punti più romantici del parco: ma vado anche io a fare la cameriera spiona!
Il clou della visita à stato il teatro di Marie-Antoinette, che è giunto integro fino a noi: i rivoluzionari non l’hanno spogliato delle colonne e degli altri elementi decorativi perché erano finti. Pura cartapesta. Essere seduti sulle panche destinate al pubblico più in vista mentre dall’esterno ci guardavano i visitatori ordinari, che non hanno accesso all’interno della sala, è stato molto gratificante.Terminata la visita, dato un ultimo saluto alla cancellata del castello, ci si incammina verso la stazione di Bercy. Verso la pulciosa stazione di Bercy. Mi piaceva tanto arrivare alla gare de Lyon, una volta; anche i trasporti erano più comodi, con più linee della metropolitana a servirla. Appena saliti in treno scopriamo una cosa che on c’è andata giù molto: il locomotore è morto, lunga vita al locomotore! Tocca aspettarne uno di scorta che arriva da… dalla Gare de Lyon? Dalla Gare di Nord? Ma no, lo fanno arrivare da Digione: va bene che il treno ci passa per andare in Italia, ma farlo arrivare da un posto un po’ più vicino no? Non credo che in Francia un locomotore in più sia solo lì, in Borgogna, a 3-400 km da Parigi, e nell’Île-de-France niente. Totale: tre ore di ritardo sulla partenza, e non è che l’inizio.
L’attesa è stata snervante, ma abbiamo avuto lo stesso il nostro bel da fare: in primis, cercare di capire da dove venisse la puzza di pesce che ammorbava la carrozza; solo la nostra, non le altre, e dalla nostra parte quindi abbiamo escluso l’aria condizionata. L’ipotesi più accreditata da noi e dai nostri compagni di scompartimento è che la coppietta di alternativi dello scompartimento accanto al nostro avesse del pesce in valigia, perché la puzza si sentiva ogni volta che lui usciva o che spostava i bagagli, mentre non mi pare di aver sentito strani odori quando passava la sua lei… resta un mistero. All’inizio credevo che fossero le nostre due sorelline coreane delle cuccette in alto con del sushi in borsa: si, perché pure quest’anno siamo stati funestati dall’invasione delle dame del Sol Calante. Due sorelle, una torda e l’altra peggio ma che aveva la scusante di avere solo sedici anni o giù di lì, cui i genitori hanno regalato un viaggio in Europa… viaggio, giro a passo di carica: erano convinte di poter fare Venezia e Roma in un giorno solo. “Il treno arriva alle 9 a Venezia, e poi abbiamo quello alle 16 per Roma, riusciamo a girarla tutta in sette ore”… povere illuse. Gli altri componenti della nostra brigata erano una famiglia -anzi, mezza- di indiani che vivevano in Canada, una giapponese in vacanza e una malese residente in Australia, che divide la sua vita tra Brisbane e Kuala Lumpur. I nostri indo-canadesi erano una famiglia di quattro persone, che le ferrovie avevano gentilmente spezzato per metterli in due scompartimenti diversi, nonostante che all’atto della prenotazione avessero detto chiaro che volevano stare assieme: va bene, vedo che non sono solo le FFSS a creare casini del genere; per fortuna con un magheggio sono riusciti a riunirsi con il resto della famiglia facendo a cambio di posto.Non credo sia colpa delle ferrovie, FFSS o SNCF che siano, se la gente non arriva a capire come si trasformano i sedili in cuccette in una carrozza cuccette: non occorre un corso apposta, ma ci siamo trovati ad organizzarne uno; o meglio, io non ho fatto nulla, ci ha pensato Ale che è quello che parla inglese. Le coreane credevano di dover passare la notte sedute e non si erano poste il problema neanche da lontano, tanto che usavano le loro cuccette (quelle superiori, già aperte) come portabagagli. Ale è stato così bravo che ha fatto il corso anche in trasferta, nello scompartimento dove si erano spostati gli indo-canadesi per far vedere il trucco anche a loro. Per un po’ abbiamo chiacchierato con la ragazza malese, che è molto allegra e dotata della chiacchiera di un mulino a vento, è in grado di dare punti persino a me; nel frattempo le coreane avevano intrapreso un’attività da speleologhe: stavano scavando nei loro bagagli facendosi strada con una torcia elettrica… abbiamo avuto pietà, e Ale ha mostrato loro dov’era l’interruttore della luce: esattamente sotto una targhetta di plastica con disegnata su una lampadina. Intanto assistevamo anche alla sfilata di gente che andava e veniva dal bagno per preparasi per la notte, visto che la mezzanotte era suonata da mo’: ci ha lasciati un po’ sconcertati una giapponese grossomodo ventenne che faceva parte di un gruppo di inglesi, continuava ad andare e venire dal bagno con un cucchiaio in mano. Non abbiamo mai capito che cosa se ne facesse, o se a Londra possa essere una moda in voga tra i giovani, magari un distintivo da bimbominkia. Rule Brrrrrritannia!
Intanto il treno fa finta di correre, e ci accorgiamo che siam fermi: due ore e fischia di sosta a Digione. Guarda tu, a sapere che avremo fatto tappa in Borgogna avrei messo in conto una visita al castello di Bussy-Rabutin; e invece no, è solo che a Digione si son ripresi il locomotore che ci avevano dato per arrivar fin lì, e ce ne hanno dato un altro: si vede che non si fidavano a far arrivare l’argenteria buona in mezzo a quei cazzoni in Italia, e ci hanno rifilato su una scartina. Quel ritardo ci ha uccisi, un po’ fisicamente perché in treno ti muovi poco, un po’ moralmente perché quando siamo arrivati a Verona avevamo la mascella che strisciava per terra dalla noia, e soprattutto perché una volta così tanto in ritardo il nostro treno è stato costretto a fermarsi ad ogni pipì di gatto per far passare qualunque altro convoglio. Totale di sette ore e rotti di ritardo, abbiamo toccato marciapiede a Verona alle due del pomeriggio passate, contro le sette del mattino previste.Poi, l’uomo non è di legno, e la fame non va in vacanza: decidiamo di fare colazione al vagone ristorate, anche per capire dove caspita potessimo essere visto che il controllore, fiutando l’aria, s’era dato come si dice volgarmente. Entriamo nella carrozza ristorante e ci vediamo davanti uno spettacolo quanto meno ambiguo: in piedi davanti al bancone c’è un uomo sulla sessantina coi pantaloni calati, nell’atto di ravanarsi nelle mutande. Ora, io sono un uomo di mondo e ho visto metodi d’approccio poco ortodossi, anche molto creativi e anche più squallidi di questo, ma quello che mi ha lasciato basito è che né la barista, una bella bionda sui trent’anni, né il barista, un bell’orsacchiottone veneziano sui trentacinque, parevano sconvolti o emozionati dal vedersi il trippone ballerino dell’ometto in mutande. Dopo un paio di secondi ho capito tutto: l’ometto ha estratto venti euro dalle mutande e li ha consegnati al barista, che li ha presi in punta di dita per metterli in cassa. Mi sono sentito molto sollevato pensando che in tasca avevo dei pezzi da dieci e non rischiavo che mi venisse dato di resto un pezzo da venti, magari proprio quel pezzo da venti…
Noi mangiamo qualche cosa, chiediamo se ci son notizie sul ritardo e ci mettiamo a guardare fuori: il panorama della Svizzera è molto bello in certi punti, specialmente quando ti avvicini al lago di Losanna. Il mutandatore folle ci attacca bottone, e nel giro di ventitré secondi ci ha già raccontato la storia della sua vita, di quella di suo padre e di quella di suo nonno emigrato; noi si e no siamo riusciti a spiccicare una parola, di provare a levarcelo di torno neanche a parlarne. Ci abbiamo timidamente provato, iniziando a commentare un castello che si vedeva ergersi su uno sperone di roccia, ma il nostro compagno di sventura ha rincarato la dose chiedendo: “Ma questo è il lago d’Iseo o è già il Garda?” nello stesso momento in cui stavamo passando in una stazione con un discreto numero di cartelli con scritto “LOSANNA”.
Arrivati a Verona mi sono quasi chinato a baciare il marciapiede del binario, in realtà sono solo inciampato nel trolley, come mio solito. La fame nera che avevamo ci ha fatto trovare gradevole perfino il panetto del McDonald della stazione, incredibile.
Appena arrivati a casa ci siamo guardati: “‘mbè?” “Si”. Stravaccati sul letto abbiamo fatto una di quelle dormite da manuale, ci siamo svegliati per cena. All’anima delle ferrovie, del mio mignolino maciullato, del nonno in mutande, delle coreane, e del tempo parigino bastardo.
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Diario di viaggio, capitolo nono: compleanno a Parigi
Sempre fidelis, la levataccia ci aspetta per un giro a Saint-Cloud e alla Bagattelle, poi a Parigi per il Musée Carnavalet che quest’anno ci ripromettiamo di visitare come si deve, seguendo la pianta per evitare di perderci e saltare qualche sala come abbiamo ancora il dubbio di aver fatto lo scorso anno.
Il castello di Bagattelle è nel Bois de Boulogne, e anche Saint-Cloud è un parco, perché non rimane più nulla o quasi del castello costruito dal fratello del Re Sole: dovendo fare gli allegri elfi dei prati zampettando in uno dei parchi pubblici più grandi e più belli al mondo avevamo sperato tanto in una giornata di sole, o almeno di tempo simil-decente: eh no, governo ladro! Piove. Doppia rogna, una per ciascuno. Ale voleva vedere entrambi i luoghi poiché legati a Marie-Antoinette: Bagatelle è il risultato di una scommessa tra lei e il cognato Conte d’Artois (quello magretto e deficiente che salirà al trono col nome di Carlo X e che sarà trombato dalla rivoluzione del 1830, non quel trippone e infingardo del Conte di Provenza che sarà il futuro re Luigi XVIII alla Restaurazione), e Saint-Cloud era stato acquistato per lei dal marito Luigi XVI quando il Grosso Grasso Duca d’Orléans, Luigi Filippo I, aveva smesso di andarci dopo il matrimonio segreto con la marchesa de Montesson. Giustamente, non potendo far di lei una Duchessa d’Orléans è diventato lui un marchese de Montesson… Marie-Antoinette adorava quel posto, riteneva che respirarne l’aria facesse bene alla salute dei suoi figli; questa predilezione le è costata cara, perché i parigini hanno iniziato a ricamare sulla sua vita lì (nell'immaginario popolare che potrà mai fare la regina al castello senza il re? Trombare come un’antilope, nevvero!), e quando la regina fece pubblicare i primi regolamenti di sicurezza del castello e del dominio facendoli firmare “De par la Reine”, anziché “De par le Roi” fu apertamente tacciata di puttana e di sovversiva dal popolo. Il cognato panzone e le zie stronze del marito non aspettavano altro, immagino si siano ridotti le mani in carne viva a furia di sfregarsele dalla soddisfazione.
Giustappunto dicevo che il dominio fu venduto a Luigi XVI dal Duca d’Orléans, ed era una proprietà di famiglia: il castello era sorto per volere di Monsieur Philippe, il fratello di Luigi XIV, ed era la dimora che la mia vecchia amica Liselotte amava di più. Un vero palazzo delle fiabe, Monsieur spendeva delle follie per abbellirlo e renderlo migliore delle residenze del fratello, cosa che lo rendeva anche geloso; d’altro canto, Luigi XIV dava a Monsieur enormi quantità di denaro per tenerlo fuori degli affari di stato, e Philippe lo gettava gaiamente e spensieratamente dalla finestra a carrettate per i propri piaceri e per quelli dei suoi amanti. Luigi XIV chiudeva un occhio, o anche entrambi quando gli serviva, e dato che era il più grande re d’Europa (soprattutto si riteneva tale senza tanti mezzi termini) Monsieur era perfettamente conscio di essere il più grande principe d’Europa, infinitamente superiore a chiunque, e ogni fasto e scintillio suo personale avrebbe riverberato anche sulla fama della Francia a patto che non offuscassero il real sbarlùsegare del fratello maggiore.
Monsieur, purtroppo, segna punti sul tabellone di chi vuole che gli omosessuali siano tutti ottimi esteti, raffinati arredatori, architetti meravigliosi, sarti d’alta moda, gioiellieri insuperabili e parrucchiere matte e creative: lui era tutto questo, e tutto assieme. D’altronde, visto che se uno gli parlava da un orecchio si sentiva l’eco uscire dall’altro per quanto poco cervello aveva, non era assolutamente difficile che questo antesignano dei conduttori dei programmi che vediamo sui canali satellitari come Leonardo fosse totalmente ed assolutamente incentrato sull’apparire anziché sull’essere, sulla frivolezza anziché sulla solidità. Monsieur era ignorante come una zucca matura, non aveva mai letto un libro in vita sua: la sola cosa in cui era veramente esperto era la genealogia; padroneggiava perfettamente l’intricatissimo sistema di storia, parentele, matrimoni, casate, nomi, cariche, impieghi, dignità di tutte le famiglie regnanti in Europa e di quelle della nobiltà francese. In questo castello sardanapalesco da Mille Notti e una Notte, abbondantemente mescolato con un bordello di New Orleans, Liselotte visse molto tempo degli ultimi anni della sua vita dopo essere rimasta vedova. 
‘nsomma, la pioggia c’ha dato la doppia fregatura: una a me e una ad Ale.
Si riformula in fretta il programma della giornata, guida alla mano: un bel giro per il Marais dopo aver visto il Carnavalet. Amo questo museo, ci sono delle cose bellissime e molto curiose da vedere, principalmente sono attratto dalle sale ricostruite con degli arredamenti d’epoca, che vanno dal ‘700 all’art nouveau. Ha però un grosso difetto, ai miei occhi e non solo ai miei: ogni santa volta che vai non hai bene idea di quali e quante sale possano essere chiuse per restauri o altri lavori in generale; un po’ come quel detto pedestre sulla scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti può capitare. Noi, per restare fedeli alle tradizioni, non siamo riusciti a rispettare il giro ordinato secondo il numero delle sale neanche stavolta, e per essere certi di non aver perso nulla lo abbiamo girato tutto due volte! Tiè!
La tappa seguente è stata un piccolissimo museo, con ingresso gratuito al pari del più blasonato Carnavalet: il Museé Cognacq-Jay. È costituito da un lascito fatto alla città di Parigi dal fondatore della Samaritaine e da sua moglie, e vanta tele di Fragonard, della Vigée-Le Brun, Rembrabdt, Chardin e altri: l’idea di due borghesi molto ricchi che facciano un gesto del genere, dopo aver riunito una collezione d’arte di questa sorta, ti fa riconciliare con il preconcetto che il denaro non faccia la cultura; credo che in realtà la cultura parta anche dal buonsenso e dalla voglia di migliorare.
Usciti dal museo abbiamo visto che l’orario non ci consentiva di visitare l’hôtel de Soubise, sede del Museo della storia di Francia e degli archivi nazionali, e di conseguenza ci siamo concessi un pranzo tipico: una robusta entrecôte con le patate fritte, e poi via di cazzeggio parigino, in cerca di qualche libreria antiquaria, per poi finire a fare ruma ruma sui banchetti dei bouquinistes del lungo Senna. Ci ha detto bene anche stavolta, Ale mi ha fatto pescare la biografia di Liselotte scritta da Frantz Funck-Brentano; io nicchiavo, pensando che sarebbe costata un putiferio; e come al mio solito pensaven malen! Otto euri, non un soldo di più: quante volte ci facciamo delle pippe mentali per nulla, veramente per nulla. Non s’è rivelata una giornata particolarmente entusiasmante, né scoppiettante, pirotecnica o ricca di mirabolanti avventure nella metropolitana… ma a me che me frega? Almeno una volta in vita ho compiuto gli anni a Parigi, e questo non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è il lampione lungo la tangenziale!
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Diario di viaggio, capitolo ottavo: Their house is a museum – when people come to see ‘em…
… They really are a screa-um.
The Addams Family.
E da quando gli Addams fanno parte di una vacanza a Parigi? A parte che si trova sempre il modo di metterli in mezzo, come Paperone o la teresina o la mia prozia Jolanda, è nota tra noi addetti ai lavori una leggenda: pare che il 10 agosto, anniversario dei massacri delle Tuileries (1792), al Petit Trianon siano stati visti gli spettri di Marie-Antoinette e di alcuni cortigiani. No, dico: potevamo fare a meno di provarci? Ma nemmeno per sogno, non il mariantoniettaro della gardesana e il Cagliostro del Piovego! Figurarsi poi la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli.
Noi giocavamo in casa, per così dire, e ci siamo fatti la levataccia ad ore antelucane per andare al castello a far la coda: la biglietteria apre alle nove, ma è sempre bene essere lì sulle 7:30 se non si vuol passare mezza mattina in coda, senza contare che se arrivi tra i primi hai la possibilità di scegliere dei buoni orari per le eventuali visite guidate; questa volta ci siamo aggiudicati quella agli appartamenti privati del Re (già visti diverse volte, ma sempre interessanti) e a quelli di M.me de Pompadour (che avevo visto negli anni ‘90).Trovo sempre una sorta di godimento compiaciuto vedendo l’effetto che questo accamparsi su dei gradini per ore ha su quelli che arrivano dopo di te, e che accessoriamente pensano di essere molto furbi perché arrivano quella mezzora scarsa prima dell’apertura degli sportelli: le facce interdette, le espressioni di disappunto da “perché non ci ho pensato anche io?” sono impagabili. Non che questo sia il solo motivo che mi/ci spinge a farlo, è solo quel pizzico di cannella in più che rende più gustosa la crême brulée dell’essere riusciti ad aggiudicarsi dei posti buoni per lo spettacolo, sia che si tratti di opera, di commedia, o di visita di qualche cosa.
Parlando di facce strane, erano un programma anche quelle che abbiamo visto quando sono arrivate la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli e si sono unite a noi: loro, come al solito, sono arrivate in ritardo perché si erano perse per strada a fotografare gli idranti e i parchimetri di Versailles, e quando ci hanno raggiunti s’è trombato come dugonghi… No, o testine di zucca di Chioggia, ci siamo goduti il disappunto di cui sopra sui visi degli altri accodati, il quale disappunto si è velato di un leggero odio a vedere la truppa di matte che si univa cinguettando garrula ai capofila della coda; capofila che si erano già abbondantemente fatti il portapiume piatto e fresco a furia usarlo per lucidarci i gradini dell’ingresso della biglietteria di Versailles. Finalmente facciamo i biglietti, e cambiano di corsa ufficio per andare in quello dall’altra parte del cortile per prenotare le visite private. Qui già ci siamo fatti prendere a mal volere da una delle sorveglianti, che ci ha etichettati come italiani che fanno rumore e non capiscono una mazza… allegria! Quando abbiamo abbordato il bigliettaio, un ragazzo sulla trentina con due bellissimi occhi azzurro cielo, e gli abbiamo spiegato che cosa volevamo fare è rimasto un po’ interdetto e un po’ sorpreso, e comunicandoci che avevamo fatto i biglietti per niente, perché avremmo potuto farli cumulativi con la visita guidata e risparmiare, chi ha detto “Voi volete vedere il castello, il parco, Trianon, gli appartamenti del Re, quelli di Marie-Antoinette, quelli della Pompadour… non ce la farete mai!”. Povero piccino, non poteva nemmeno lontanamente immaginare di che cosa siamo capaci noi; però abbiamo saltato gli appartamenti privati della Regina, perché l’orario della visita si sarebbe sovrapposto a quello degli appartamenti del Re.
Inganniamo l’attesa per la prima visita, quella agli appartamenti privati del Re, facendoci qualche foto con la nostra mascotte, Pinciolin, e gli orrendi lampadari fatti in profilato metallico… finalmente arriva la nostra guida: un mezzo isterico, di quelli che ti immagini con i guantini di nitrile per non toccare tutta la marmaglia che potrebbe avvicinarlo, la bocca con un angolo perennemente rialzato in un rictus che gli dava un’espressione di sprezzo generale, aveva dei modi molto nazisti e sembrava avere ingoiato il manico della scopa; anzi no, perché era un bimbo bene allevato, e la mamma gli ha detto che non è fine né igienico mettere la bocca dove tutti mettono le mani, e quindi il manico è stato fatto passare per altri lidi, tanto l’effetto sulla postura è lo stesso. Del suo atteggiamento da frusta e sedia, da domatore del circo Orfei, ho apprezzato solo quando ha letteralmente falciato via due turiste cinesi che cercavano di intrufolarsi nel gruppo facendo le portoghesi; per il resto, che dire di lui? Lo abbiamo colto sul fatto almeno due o tre volte mentre faceva discorsi a caso su date e personaggi, confondendo Luigi XV con Luigi XIV e così via. Ora, io non pretendo che tu conosca per nome ogni singolo operaio che ha lavorato alla costruzione di Versailles, ma almeno sapere in che anno l’hanno messa in piedi sarebbe utile per uno che di mestiere deve spiegarmi proprio quello, no?
Guida squinternata a parte, i Petit Appartements sono sempre molto piacevoli, sia per l'intimità delle stanze sia per la raffinatezza del decoro che è molto meno pesante di quello dei Grandi Appartamenti, tutto putti, stucchi e dorature a tonnellate; qui ci muoviamo in stanze in cui l’oro è sempre presente, ma gli ambienti sono in stile Luigi XV e Luigi XVI, con le pareti sono in prevalenza bianche con fregi dorati e pavimenti in legno chiaro, pochi affreschi e quasi tutti di dimensioni contenute, i soffitti simili alle pareti. Questo gruppo di stanze nasce dapprima sotto Luigi XIV per essere usato come piccolo museo personale, in cui esporre le collezioni d’arte e di gioielli del Re, per poi cambiare destinazione sotto gli ultimi due re che lo useranno per ritagliarsi dei momenti di vita più tranquilla e meno soggetta al pesante cerimoniale di Corte, la tremendissima Etichetta che costituisce una delle più grandi invenzioni di Luigi XIV per asservire la vecchia e potente nobiltà: non che prima a Corte regnasse l’anarchia totale nel comportamento, ma il Re Sole riprende e perfeziona la meccanica dell’etichetta di Corte dei suoi predecessori allo scopo evitare che i grandi feudatari risiedano troppo a lungo nelle loro terre e che abbiano la possibilità di organizzare proteste, rivolte e magari piccole armate come succedeva in passato. Il cerimoniale non arriva ad essere ossessivo ed aberrante come quello della corte spagnola, ma è in ogni caso un peso enorme da portare: per questo Luigi XIV cercherà di sfuggire a questa sua figlia ingorda trovando rifugio nell’appartamento della marchesa de Maintenon (donna che quasi di certo ha sposato con un matrimonio segreto), per questo una persona timida e, tutto sommato, borghese come Luigi XV cercherà una via di fuga nelle cene con i suoi amici più intimi nei rinnovati Petits Appartements; tradizione che seguirà suo nipote, perché Luigi XVI era molto più di indole borghese del nonno. Abbiamo avuto una grande fortuna: da poco è stato terminato il restauro dell’Opéra Royal, capolavoro dell’architetto Gabriel, la cui costruzione era stata desiderata da Luigi XIV e eseguita sotto Luigi XV in occasione del matrimonio del futuro Luigi XVI con Marie-Antoinette. L’Opéra è stato il motivo per il quale abbiamo optato per gli appartamenti di Luigi XVI a discapito di quelli di Marie-Antoinette.La passeggiata nei Grandi Appartamenti è stata più una corsa ad ostacoli, con tutta la calca di gente che c’era, ma nonostante tutto le ragazze hanno trovato il modo di farsi foto a chili nella Galerie des Glaces.
Finita la visita decidiamo di mangiare un boccone al volo e magari di fare un giro supplementare nei Grandi Appartamenti prima di andare a visitare quello della marchesa de Pompadour. Le ragazze previdenti si erano portate la loro bella colazione al sacco, noi abbiamo fatto gli sboroni e siamo andati a far la spesa nel bar (anzi no, punto di ristoro: pare sia più chic chiamarli così, almeno nelle guide) che risponde al pomposo nome di Gran Café Orléans. Nome che magari gli viene dato perché servono solo paté de Chartres, rata beauceron, feuille de Dreux, mentichikoffs, madeleines ed altre specialità gastronomiche della Beauce? Ma neanche per sogno! Si chiama così perché è stato sistemato nello spazio occupato dagli appartamenti del Grosso Grasso Duca Luigi Filippo d’Orléans e da suo figlio, il mentalmente nullo quanto fisicamente e politicamente dannoso Luigi Filippo Giuseppe, detto Philippe-Égalité: rispettivamente il nonno ed il babbo di quell’altro insulso e muso da pirla di Luigi Filippo, Re dei Francesi; non ha nulla che vedere con le stanze occupate da Monsieur Philippe e da Liselotte, che erano al primo piano della stessa ala del castello, e che Gigi Pippo ha fatto distruggere per realizzare la Galerie des Batailles. Noi tutti avevamo un grande bisogno di ristabilire l’equilibrio idrico corporeo, ma onestamente io mi ero un po’ impensierito vedendo una coda chilometrica fuori del bagno davanti al café d’Orléans: mi son detto “Intanto se magna, dopo se vede” mentre la Fuffi e la Cicci si sono accodate, che tanto il pranzo lo avevano già. Ci siamo regalati dei robusti panini col pollo al curry, oppure con mozzarella e pomodoro, e una bella mousse al cioccolato; il bar è self service: tu scegli negli scaffali quello che ti serve, vai alla casa col tuo cestino e paghi; costi contenuti, poca fila (salvo beccare il personaggio dell’eterno indeciso che alla cassa cambia idea e vuole sostituire un panino con una fetta d’anguria), e personale abbastanza allegro e simpatico (mi chiedo come facciano, stando al bancone con migliaia di persone ogni giorno, io sarei o morto o rabbioso e isterico ora della fine del mio turno). Noi siamo usciti con la sportina con le vettovaglie e abbiamo visto la Cicci e la Fuffi ancora in fila per andare in bagno… la sola cosa buona, almeno per me, è che la fila era solo per il bagno delle donne: noi uomini potevamo andare tranquilli, ma direi che le conseguenze si vedevano; si sa che il maschio tende a segnare il territorio.
La visita agli appartamenti di M.me de Pompadour è stata molto interessante, vuoi perché sono stati restaurati da poco anche quelli, vuoi perché io ero il solo del gruppo ad averli visti: assieme all’appartamento di M.me du Barry, agli attici del Petit Trianon e a pochi altri percorsi esclusi dai giri ufficiali del castello, sono conosciuti da pochissimi e poco e mal pubblicizzati: bisogna andare ogni volta alla biglietteria delle visite guidate e vedere se e che cosa c’è di interessante in giornata, un po' come se fosse un’osteria che ti propone il piatto del giorno. La guida, stavolta, era una signora molto preparata (tanto che aveva anche un dossier con tanto di stampe, foto e dati scritti per ogni stanza) e gentile.E dopo la Pompadour giù al Petit Trianon, in cerca degli spettri, neanche fossimo la troupe di Voyager in trasferta per ordine di Bob Giacobbo: no, lungi da noi avere a che fare con quella specie di Wanna Marchi della scienza, uno che fa i servizi con le cose che trova su google scritte anni prima da altre persone…
Abbiamo passeggiato in lungo e in largo per tutto il Trianon, per il parco e per l’Hameau di Marie-Antoinette, i luoghi che lei prediligeva e che sono censiti per essere stati teatro di alcune apparizioni: chiaramente di avvistamenti manco l’ombra, ma lo posso pure capire, nemmeno io mi metterei a scuotere le catene e il lenzuolo in pieno giorno in mezzo a una turba di turisti giapponesi e inglesi, che invece di spaventarsi mi scattano le foto chiedendomi di mettermi in posa, mentre un gruppo di matte che viene dall’Italia mi insegue per farsi fare l’autografo o per sapere che è successo con Fersen, e chiamandomi anche fortunato perché non sono di quelle che vogliono sapere se conoscevo Lady Oscar. Non mi è mancata la parentesi un po’ dark, però: ero sul prato che stavo cercando di fare amicizia con una delle vacche che sono alla fattoria di Trianon, e una sorvegliante che pareva la gemella di Morticia Addams mi ha apostrofato con fare molto da addestratore di cani che impartisce ordini in tedesco, lanciandomi un semplice “Monsieur! S’il vous plaît!” che mi ha raggiunto come un colpo di carabina proprio in mezzo agli occhi.
Girellando per il Jardin Français del Petit Trianon abbiamo anche visto delle installazioni, opera esposte per una mostra dal nome di Exubérance Baroque, che era definita come: “Una valorizzazione eccezionale della vegetazione dei giardini, che ritrovano così la loro dimensione festiva di un tempo”; vabbé, diciamo anche così se vogliamo fare i figarelli, ma a parte il fatto che non erano nulla di che, come installazioni e come composizioni floreali, le avrei viste meglio in un grande vivaio o in una serra, oppure al Potager du Roi; mancavano di inventiva, di ricercatezza, di fantasia nella scelta delle essenze (a meno che non fosse voluta per adattarsi alle varietà di piante trovate nelle aiuole del giardino). Certo è che abbiamo fatto i turisti fino in fondo, facendoci le foto sullo quello che era il simbolo della mostra, un gigantesco cuore. E anche cantando a squarciagola la sigla finale di Carletto, Principe dei Mostri:E chi li vede strilla “oh mamma mia!”,
gambe in spalla e vola via,
e non c’e’ camomilla che calmi un po’
ninna ah ninna uh ninna oh!Ce ne siamo andati quando il tempo ha iniziato a fare i capricci, e lo stomaco iniziava a reclamare; ci siamo fermati sulla griglia del cancello per scattare una foto a Pinciolin travestito da pescivendola delle Halles che reclamava pane, a rievocazione delle giornate del 5 e 6 ottobre 1789.
La cena è stata spazzolata in una crêperie vicina, tra bicchierozzi di sidro, crêpes salate con ripieni fantasia e crêpes dolci con dentro di tutto: tanto per fare un esempio la mia si chiamava Louis XIV, con banana, nutella, miele e granella di noci; più che un dessert ‘na bomba glicemica, con buona pace del mio giro vita in lievitazione costante.L’epilogo è stato comico, ma non potevamo aspettarci nulla di meglio: uscendo dalla crêperie ci siamo accorti che piovigginava: costernazione delle ragazze, che avevano molti meno ombrelli di quanti gliele potessero servire; che fare? La risposta è semplice: infilarsi in testa delle sportine di plastica a mo’ di cappucci, ed è in questo equipaggio che le abbiamo riaccompagnate alla stazione; noi, duri&puri sotto la leggera pioggerellina estiva, alla fine siamo rientrati in hotel con quel vago sentore di cane bagnato tipico del pelo non asciugato bene. Come si dice da noi, "Uomo peloso, tipo affettuoso"!
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Diario di viaggio, capitolo settimo: dammi una Vespa e ti porto in vacanza!
È lunedì: Versailles è chiuso, il Louvre è chiuso, il Palais Royal lo vedi solo dall’esterno, il Musée des Arts Decoratifs è chiuso, in breve la stragrande maggioranza delle cose belle da vedere nell’Île-de-France è chiusa di lunedì e noi che facciamo? Pigliamo in nostro bravo trenino e ce ne andiamo a Chantilly, simpatica cittadina della Piccardia a circa 50 chilometri a nord di Parigi, la cui attrazione principale è il Musée Condé; la crema Chantilly è secondaria, direi anzi che è un sottoprodotto del castello e dei Condé giacché è stata inventata come dessert per una cena al castello. Un’altra peculiarità della città e sottoprodotto del castello, sono i cavalli: ippodromo e concorsi ippici sono celebri in tutto il mondo; insomma, la città deve la sua fama ai Borboni, come spesso accade.Ci si alza di buon mattino, come sempre, e si arriva alla Gare du Nord, la stessa di Compiégne e, per capirci, quella col tafanario: il tragitto è breve, e poiché il castello è un po’ lontano dalla stazione, credo abbiamo impiegato per raggiungerlo a piedi lo stesso tempo occorso per arrivare in treno da Parigi; c’era anche il bus, ma noi siamo sempre quelli duri&puri che non lo prendono, stavolta a ragione perché il bus passava ogni morte di papa in periodo di vacanza scolastica, e ci siamo goduti la passeggiata attraverso la foresta: foresta che è una costante nei pressi dei castelli reali perché una volta c’erano pochi passatempi, e lo sport favorito era la caccia anche perché costituiva una sorta di allenamento per i cavalieri in tempi di pace. Chantilly, poi, era nato proprio come residenza di caccia, e le numerosissime decorazioni e sculture di cani da caccia lo testimoniano ancora. Durante il tragitto Ale ha attaccato bottone con un altro turista, un giapponese del Canada (strano incrocio), a riprova del fatto che certi luoghi generano curiosi connubi.
Il castello, così come lo vediamo oggi, è un falso: durante la Rivoluzione è stato raso al suolo, ed è solo dopo la Restaurazione che fu fatto ricostruire dall’ultimo proprietario, figlio di Luigi Filippo: Henri d’Orléans Duca d’Aumale, che lo aveva ereditato all’età di sei anni dal prozio, l’ultimo Principe di Condé; sulla morte di Condé e sulla questione ereditaria ci sarebbe tutto un romanzo da scrivere, siccome in teoria s’è suicidato impiccandosi, ma è stato trovato impiccato alla maniglia di una finestra, con le ginocchia mezzo flesse: uno dice “Ma alzarsi in piedi, no? O suicidarsi come si deve, magari…”. A tutt’oggi non si sa la verità, se sia stato un omicidio commissionato da Luigi Filippo per impadronirsi dei beni dell’altro ramo della famiglia reale, o che sia stato più semplicemente un giochetto erotico spinto oltre i limiti del consentito, ipotesi supportata dal fatto che all’epoca il vedovo principe giocasse parecchio con una nota signorina buonasera la cui specialità consisteva proprio nello strangolamento parziale per il prolungamento dell’orgasmo: insomma, volendo essere cattivi possiamo dire “Ne uccide più la gola che il porcellone”. Fattostà che il Duca d’Aumale ha visto morire tutti i suoi figli prima di lui, e considerava il legato Condé una maledizione; morto senza eredi ha deciso di lasciare il castello non alla Francia ma all’Institut de France, istituzione che raggruppa le Accademie di Francia: al castello sono molto orgogliosi di non essere proprietà della Réunion des Musées nationaux, e non perdono occasione per sottolinearlo; devo dire che non hanno torto, certe cose sono organizzate meglio e più chiaramente, come le visite guidate e non sputo nemmeno sui costi minori dei biglietti.
Il Duca d’Aumale era un grande collezionista, e le sue opere d’arte sono tuttora nel castello perché aveva inserito una clausola nel testamento, rispettata ferocemente, che vieta qualsiasi tipo di prestito ad altri musei. Le tele conservate qui, sia per numero sia per importanza, sono seconde solo a quelle del Louvre: Veronese, Botticelli, Raffaello, Guercino, Van Dick, Van Loo, Clouet, Poussin, Largillière, Watteau, Nattier… fra l’altro, di Nicolas de Largillière c’è un quadro che mi suscita sempre un moto di sgomento, è un ritratto di Liselotte vista come Fonte (no, non era la testimonial dell'Acqua Palatina o roba del genere, è una pura e semplice allegoria): non so che si fosse bevuto quando l’ha dipinto, ma è uno dei peggiori ritratti che le abbiano fatto e che mi lascia tanti dubbi: prima di tutto, il quadro è datato “ultimo quarto del 17mo secolo”, e invece col vestito non ci siamo, è già più ‘700; poi lo stesso pittore ha dipinto un'altra tela che oggi è al Musée des Beaux Arts di Tours con lo stesso soggetto, salvo che la dama ritratta travestita da fonte è sconosciuta; aggiungiamoci che in un altro quadro Largillière mi ritrae Maria Anna Mancini, duchessa de Bouillon (lo troviamo al Louvre), alla quale non solo innesta un nasone capetingio ma la ritrae quasi identica a questa pretesa Duchessa d’Orléans (sopracciglia, pettinatura, stazza); poi, per quanto indulgesse con la forchetta e nel 1698 lei stessa dica di somigliare ad un cubo, non aveva raggiunto le proporzioni da tendone del circo Togni che vediamo nel suo ritratto più famoso, quello di Hyacinte Rigaud; mettiamo sulla bilancia che non le somiglia molto e che ha pure un’espressione beota: per me non è lei, ma non ho modo di dimostrarlo anche se sarebbe un colpo da maestro.
Torniamo a noi: la prima cosa che abbiamo visto al castello è stata l’esposizione temporanea dedicata ad Enrico IV (che tra parentesi per il Duca d’Aumale era un modello cui ispirarsi), nel quarto centenario dell’assassinio del re. La mostra raccoglieva quadri, disegni, miniature, sculture che percorrevano la storia del re e dei personaggi che gli erano più vicini, da entrambe le mogli alle numerosissime amanti, dalle guerre di religione all’avvento al trono fino al regicidio.
La visita prosegue con il giro delle sale, molto interessante, specie per Ale che ha trovato un ritratto di Marie-Antoinette, io invece ho trovato da malignare su una famigliola slava, credo russa, che era inserita in una comitiva di turisti scaricata a un pullman: la madre aveva un’enorme cofana biondo platinato tinta con l’Ace Bucato che pareva quella di Zia Assunta in La Tata, indossava una sorta di gonna molto ma molto corta in jeans con le tasche posteriori coperte di strass che lasciava scoperte delle cosce grandi ciascuna quanto il mio torace, stivali country borchiati di un rosso lucido, e calze a rete nere che fortunatamente erano dei collant e non autoreggenti, o sarei ancora lì esanime sul pavimento. La figlia, che avrà avuto al massimo quattordici o quindici anni, era altrettanto sobria: stivaletto di pelle scamosciata con le frange ma con le dita fuori, come fosse stato un paio di infradito, minigonnina in jeans a giropassera, con più strass di quella della madre ma con molta ma molta meno stoffa, canottierina bianca semitrasparente scollata con sopra una specie di camiciola di voile leopardato e il viso più truccato di una madonna spagnola, e la bocca costantemente aperta mentre ruminava la gomma americana, per giunta tirandola con la lingua: quando si dice che la classe non è acqua…
Decidiamo di andare a fare un giro per il parco, durante l’attesa della visita ai Grandi Appartamenti: qui, a differenza di Compiègne, le parti accessibili solo con visita guidata te le vedi tranquillamente perché i conferenzieri non mancano; abbiamo scelto di non volere guide per il giardino per fare prima, per lo stesso motivo evitiamo anche il giro del parco in trenino, ed in più andiamo dove vogliamo noi, non dove vuole qualcun altro. Il Parco originale è stato disegnato da Le Nôtre, lo stesso architetto che creò i giardini di Versailles, Saint-Cloud, le Tuileries e altri molto famosi, poi risistemato nell’800 con aggiunte di giardino inglese, tempietto dell’amore e tutto il caravanserraglio che un giardino romantico doveva per forza avere. Purtroppo il mese di agosto è nella stagione secca, quindi le numerose fontane del parco erano ferme e, a dire il vero, piuttosto deludenti: io, poi, da bravo papero, quando vedo degli zampilli, delle cascatelle, una qualsiasi forma di acqua corrente, batto le manine tutto felice e resto lì a guardare ed anche a giocarci, incantato come i bambini e quindi la delusione è stata doppia, quindi mi sono consolato cercando subito di socializzare con le numerosissime oche che passeggiavano per il giardino. Le oche, o meglio gli anatidi in generale, sono molto territoriali e non hanno accettato di buon grado l’intrusione di un suonato che si accucciava per terra in continuazione chiedendo uno straccio di attenzione da parte loro; m’è riuscito solo di rimediare un oco un po’ affamato in cerca di briciole di pane ma che è rimasto alla distanza di due metri e mezzo. L’oco non era il solo ad avere fame, il mio stomaco brontolava già da un po’, ma le risorse erano pochette: avevamo pensato di farci dei panini in città prima di arrivare al castello, ma è ovvio che nei sentieri della foresta non abbiamo trovato nessuna amabile locanda gestita da Puffi, e dopo aver dato una rapida occhiata al menù del ristorante, dal pretenzioso nome di “Les cuisines de Vatel”, al pianterreno del castello siamo fuggiti a gambe levate prima che ci chiedessero anche di pagargli anche l’usura del cartello col menù che stavamo leggendo. Piantina del dominio alla mano, vediamo che c’è un altro punto di ristoro nell’Hameau, che guarda caso è proprio il gruppo di finte casette rurali che ha ispirato Marie-Antoinette per quello che si è fatta costruire a Versailles: il suo è molto più bello, è una piccola opera d’arte nel suo genere, mentre questo è grigio, triste e pure mal tenuto ma in attesa di restauro. Intanto io raziono mentalmente i biscotti e i pochi generi di conforto che avevo ancora nello zaino dalla visita a Fontainebleau del giorno prima. Arrivati all’hameau troviamo con po’ di difficoltà il ristorantino, la bettola insomma: to morti cani! Per un piatto decongelato, stile lasagne di Giovanni Rana (pardon: Jean de la Grenouille), mi chiedevano di più che per l’intera colazione che abbiamo fatto al Louvre! E noi facciamo gli stoici! Si stringe la cinghia, si beve molto per riempire ben bene lo stomaco, e finiamo gli avanzi del giorno prima, poi nella peggiore delle ipotesi ci si concede un gelato al bar che dovrebbe essere lì poco lontano. La cosa bella è che ti affittano anche una sala in una delle casine dell’hameau per i matrimoni: non oso pensare ai prezzi.
Sbocconcellando tuc e merendine gironzoliamo in cerca del baretto, ma scopriamo subito che il dominio di Chantilly si evolve in fretta: oltre ai cavalli da corsa produce vespe in quantità. Si, vespe intese come insetti, non la 50 Special dei Lunapop: fastidiose, insistenti, affamate e rompiballe. Abbiamo fatto perfino fatica a bere dalla lattina della coca-cola perché c’era almeno un insetto che cercava di entrarci dentro, non avevo mai visto un così grande assembramento di insetti tanto affamati. Naturalmente, ciliegina sulla vespa morta, il bar che cercavamo era chiuso: rapido dietro front verso il giardino inglese. Lungo strada ripassiamo attraverso il giardino anglo-cinese (altra follia paesaggistica dell’800), e mi accorgo che uno dei tanti ruscelletti aveva lo scarico. Non sto scherzando, al centro del ruscello si vedeva nettamente un buco sul fondo, con tanto di acqua che mulinellava leggermente per via della corrente: lo scopo mi è ancora ignoto. Il giardino inglese vero e proprio è grazioso, ma non è eccezionale; onestamente ho visto di meglio, anche quello di Trianon è tenuto molto meglio (almeno ultimamente, vent’anni fa era malmesso come questo): Mi fa un po’ specie però che mi abbiano detto che il parco è stato restaurato di recente. O l’hanno restaurato male, oppure prima doveva essere letteralmente devastato; di certo la parte con l’isola dell’amore non è stata toccata: la struttura in legno del gazebo in forma di gloriette che ospita la statua di Cupido non ha visto mano umana da quando il Duca d’Aumale è morto, mi sa, e pure le rose che dovrebbero ornare tutta l’isoletta. Il tempio di Venere è stato probabilmente ripulito durante il restauro, ma di certo la statua non è stata toccata, le manca un dito del piede ed è abbastanza rovinata. Non poteva mancare l’incontro rituale con la coppietta gay, a riprova del fatto che certi posti attirano come magneti la popolazione omosessuale. Mentre venivamo via, per rifarmi della mancata socializzazione con le oche, ho fatto amicizia con un topolino di campagna che zampettava nei cespugli.
I Grandi Appartamenti sono molto interessanti, visitabili con conferenziere e da piccoli gruppi, che rende l’escursione più piacevole: hanno un decoro prevalentemente Luigi XV, e sono conservati molto bene. Altrettanto per gli appartamenti privati del Duca d’Aumale, che sono oggetto di un’altra visita e nel corso della quale siamo riusciti a mettere in difficoltà la guida: nel salottino della Duchessa troviamo un ritratto della Duchessa de Bourbon, moglie di quel Louis (VI) di Bourbon-Condé che nominerà Henri d’Aumale suo erede universale; in pratica era Bathilde d’Orléans, sorella del nonno paterno del Duca. La guida ci nomina un po’ un corsa i personaggi ritratti, tutti membri della famiglia, e Ale riconosce benissimo la Bathilde: “Mi scusi, quella è Bathilde d’Orléans, vero? ” “No, è la Duchessa di Borbone”, risponde la guida spiazzata dall’idea che un turista conoscesse un personaggio così dimenticato, Ale a mezza voce mi dice: “Cretina, lo so che è la Duchessa di Borbone. Intendevo chiederle se era davvero la Bathilde”, il che dimostra che le guide imparano solo una parte, e non approfondiscono l’argomento. È un personaggio dimenticato non a torto, non ha mai fatto nulla di rilevante, la conosciamo solo noi che ci facciamo sempre i cazzi di gente morta da secoli; io la ricordo solo marginalmente perché era nipote del Reggente e si occupava di esoterismo dopo aver ritrovato della carte segrete appartenute al nonno. Il clou di questa parte del castello è la biblioteca, un enorme caveau dove sono conservati migliaia di libri, circa 13000, più molti manoscritti che vanno dal Medio Evo fino alla fine dell’800; scopro tra le altre cose che vi sono cnservati gli archivi degli Orléans, comprese alcune lettere di Liselotte.
Tra le due visite siamo andati a vedere le scuderie, dove ci siamo presi parole anche lì: siamo arrivati quando stava per iniziare un’esibizione e abbiamo osato attardarci quei tre secondi più del dovuto perché io stavo guardano i cavalli nei box. Pazienza, ci siamo rifatti andando a mangiarci un gelato al baracchino fuori del castello: figurarsi se andiamo a Chantilly e non mangiamo un gelato con la Chantilly sopra… che non è assolutamente diversa da quella che si mangia a Compiègne o a Padova, ma va bene lo stesso: è l’idea che conta.Finito il giro torniamo di corsa verso Parigi perché eravamo stati invitati a cena dalla Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli a Montmartre, tutto molto bohémien. Oh, avevamo così fretta di ritornare che ci siamo persi nella foresta: dovunque mi girassi gli alberi erano tutti uguali, pareva una via di mezzo tra The Blair Witch Project e i racconti di mia madre su quando vedeva gli alberi della foresta di Rambouillet girare in virtù ad un mezzo bicchiere di robusto bianco. Di riffa o di raffa abbiamo trovato la strada giusta, seguendo i rumori del traffico, e una volta arrivati a Parigi inforchiamo la nostra brava metropolitana per scendere alla fermata di Abbesses; arriviamo in ora di affollamento, e vediamo una fiumana di gente prendere l’ascensore per uscire, ci guardiamo e diciamo che con la calca che c’è se facciamo prima con le scale: tapini! Nessuno ci aveva detto che quella è l’unica fermata scavata in una miniera di carbone, abbiamo fatto come minimo una decina di rampe prima di uscire per baciare l’asfalto, mentre ginocchia e polpacci erano rimasti tre o quattro rampe sottoterra. C’è voluto un po’ per ripigliarsi, soprattutto perché eravamo con le batterie quasi scariche dopo una giornata molto lunga e mal rifocillati.
Arrivati a casa delle ragazze dovevamo avere scritto in fronte quanto eravamo affranti, perché hanno provveduto subito ad imbandirci un antipasto a base di crostini e della bella birrazza. A me pareva di rinascere trangugiando un po’ di alcool, e come al solito bevevo anche la parte di Ale che è astemio. La cena è stata gentilmente offerta dalla CONAD di Imola, e cucinata dalla Dodi e dalla Pippi (forse: ero distratto dalla birra e dalla teresina). La cena, va da sé, è stata il naturale seguito della giornata precedente, non ci siamo fatti mancare nulla; nemmeno la Dodi che ad un certo punto, versandosi un po’ di sale sul risotto, ha chiesto ad alta voce come mai quando uno si versa il sale trova sempre il buco più grosso; “Ah, ma anche tu hai un buco da riempire cara?”. Misteri della fede, misteri di Parigi. Giusto come digestivo arriva una perla della Cicci: si parlava di cantanti e di musica, e lei esibisce il suo cellulare con un mp3 di Dalida… no, scusate ma mi gratto; Dalida porta sfiga, e salta sempre fuori da tutte e parti, è come la varicella: al giorno d’oggi non è mortale, ma ti può lasciare dei brutti segni.
La sola nota falsa è che per riuscire a prendere l’ultima RER per Versailles, che parte verso mezzanotte, siamo dovuti scappare che parevamo Cenerentola. Ma stavolta non c’è stata nessuna indecisione, appena varcata la soglia della fermata di Abbesses siamo scesi al binario con l’ascensore rapido. Scemi si, ma non due volte di fila!
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Diario di viaggio, capitolo sesto: si va a Fontainebleau con la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli…
… e si tromba come degli oritteropi, direte voi! E invece no, ci si dedica alla cultura, o testine di zucchina.Il Castello di Fontainebleau era già nei nostri piani lo scorso anno, ma per mancanza di tempo lo avevamo dovuto lasciar stare, è a circa 60 o 70 chilometri da Parigi, e per raggiungerlo bisogna andare in treno o in auto. Il castello è famoso per essere stato una delle residenze favorite dei re di Francia fin dal 12mo secolo, anche per la sua enorme foresta che era territorio di caccia, è stato il preferito di Francesco I e anche di Diana di Poitiers, che dopo essere stata la sua amante lo è stata anche del figlio, Enrico II; è noto per essere stato teatro dell’abdicazione di Napoleone, e chi più ne ha più ne metta; la tradizione vuole che abbia oltre 1500 stanze, ma nessuno si è mai posto la briga di contarle tutte.
Per arrivare in cotesta meraviglia grondante storia ed arte da tutte le fessure dei mattoni bisogna alzarsi di buon mattino, préparer le pastis et sans cesse raconter des blagues avec les mains… no, sto divagando: questa è la canzone La Bouillabaisse di Fernandel. Dicevo, ci si alza prestino e si va alla Gare de Lyon per aspettare le ragazze che ci avevano dato appuntamento in un punto preciso, sotto la torre dell’orologio: per fortuna non c’erano lampioni nei dintorni, perché pure la Gare de Lyon ha il suo discreto giro di maialate e porno shop nelle immediate adiacenze; mi viene naturale chiedermi se è perché le ferrovie francesi possano avere un qualche tipo di un effetto afrodisiaco, e il viaggiatore abbia l’impulso di sfogarsi appena sceso dal treno trombando come un tilacino, oppure che abbiano una reputazione talmente fetente che il viaggiatore in partenza preferisca farsi l’ultimo desiderio prima di salire. Anyway, quando sono stato in ferie a Parigi venti e rotti anni fa alloggiavo in un hotel a 200 metri dalla Gare de Lyon, e di tutto questo troiaio non c’era nulla, era una zona stazione degradata come le altre, ma non con quest’allure da bordello, che era più legata a Pigalle.La Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli arrivano gaie ed allegre all’appuntamento, intoccate da cotanto squallore come i fiori di loto che sbocciano splendenti nel fango più putrido, ma già la Dodi aveva prospettato la cosa prima di partire dall’Italia: sette pazzi in giro per Parigi, ci mancava solo la mascherina della Stella della Senna.
La novità è stata che ci han fatto conoscere una loro amica, Cécile, una signora versaillese tanto gentile e tanto colta e anche tanto patita di Marie-Antoinette, ma se vado in giro con le fondatrici dell’Associazione Italiana Maria Antonietta non posso certo pensare di trovarmi in un simpatico simposio di idraulici e muratori. O no? In realtà già da tempo avevo qualche leggero dubbio sulla mariantoniettaggine profonda delle ragazze, ma quando ho visto i regali che si sono scambiate con Cécile mi son detto “È fatta! Allora c’è anche vita nell’universo” pensando a mia sorella che mi sfotte per la mia paperonaggine, solo perché quando imbastisco uno dei miei celebri piatti “alla come viene” con le verdure avanzate lo chiamo “la Paperonata”; alle volte è bello sapere di non essere i soli ad avere certe piccole manie di affezione, anche se apparteniamo a correnti ideologiche differenti: a pensarci bene, non credo che nulla possa legare Paperon de’ Paperoni e Marie-Antoinette, salvo forse le enormi cofane a mongolfiera di Brigitta.Tornando a bomba, arrivati a Fontainebleau facciamo la conoscenza di un amico di Cécile, Patrick: manco a dirlo mariantoniettaro pure lui tanto da aver scritto una brossura su Marie-Antoinette e Fontainebleau; sarà lui la nostra guida al castello per l’intera giornata. Da lui impariamo che gli abitanti di Fontainebleau si chiamano Bellifontains, e che il 14 luglio, festa nazionale, non è festeggiato con uno spettacolo di fuochi artificiali come nel resto della Francia perché questi sono riservati al giorno di San Luigi, 25 agosto, come si usava prima della caduta della monarchia, pertanto i Bellifontains festeggiano i Borboni, e non la Repubblica. Tiè!
Il castello è a dir poco immenso, anche se più piccolo del Louvre, e non è in altrettanto buono stato di conservazione: per esempio, Luigi Filippo fece abbattere alcune parti perché oramai erano pericolanti. Lo stile varia dal rinascimento al classico; si nota ovunque la presenza di Francesco I, in quanto era la sua residenza favorita: qui lui chiamò Leonardo, Benvenuto Cellini, Rosso Fiorentino; qui Caterina de’ Medici chiamerà il Primaticcio; qui Luigi XV sposerà Marie Leszczinska, qui saranno firmati diversi trattati (pace tra Francia e Inghilterra nel 1629, possesso della Louisiana tra Francia e Spagna nel 1762), l’editto per la revoca dell’editto di Nantes, l’abdicazione di Napoleone…Fin dall’inizio avevamo deciso di non visitare il parco perché troppo esteso, parliamo di oltre cento ettari, e oggettivamente non ci sarebbe stato il tempo per farlo; poi, se per caso non ci fossimo accorti prima che la visita era per mariantoniettani fatta da un mariantoniettano, l’aver infilato tutte di corsa le sale che le sale che avevano attinenza con l’Impero avrebbe dovuto farci venire qualche sospetto: parevamo tanti bei leprotti marzolini inseguiti da Liselotte a cavallo. Già, perché Liselotte amava cacciare a Fontainebleau, anche se detestava alcune scomodità che vi erano legate. L’unica a rimanere sempre indietro era la Fuffi, che fotografava tutto e se ci fossero state avrebbe fotografato anche le boasse (1) fossili degli svizzeri di cui la citata Liselotte scriveva alla zia Sofia (2) .
E mentre attraversavamo una lunga galleria che prende il nome da Francesco I, la cui storia è narrata da degli affreschi allegorici di Rosso Fiorentino lungo tutti i muri, parlavo con la Lilli che non stava attraversando un periodo piacevole; io, ricordandomi d’esperienze fatte in passato e di come ho combattuto depressioni, scoramenti e compagnia cantante facendo mio il detto popolare “chiodo scaccia chiodo”, suffragandolo con l’altro detto “morto un Papa me ne faccio un altro”, decido di consigliarle di far entrare del nuovo nella sua vita, una ventata d’aria primaverile che dissipi un po’ le sue preoccupazioni magari trovandosi un nuovo hobby o un’altra occupazione: “Insomma, devi riempire il buco”… gaffe mostruosa, non mi era nemmeno passato per la testa -avendocela- che potesse essere a doppio senso. È andata meglio così, perché la sera ci stavamo ancora ridendo su, anche dopo che ci avevano cacciati dal castello. Si, perché se non lasciamo il segno non siamo contenti, e siamo riusciti a farci buttare fuori da Fontainebleau! Sul finire della giornata la nostra guida ci stava facendo vedere un cortile, il Giardino di Diana, sul quale si affacciava una finestra di una stanza di Marie-Antoinette, con tanto di iniziali M. A. allacciate che decoravano la ringhiera della finestra. Era un po’ tardi, il parco chiude prima del castello, e per tappe successive per poter dare modo ai guardiani di spedire i visitatori verso l’uscita come fanno i pastori con le pecore, un gagliardo omone in bicicletta ci aveva già avvisati una volta che stavano per chiudere i cancelli, e la seconda volta che non potevamo stare in quella zona: alla terza ci becca in flagrante reato di disobbedienza mentre ascoltiamo la conferenza di Patrick sulla finestra della Maria, e chiama un responsabile che ci intima abbastanza seccamente di uscire; noi abbiamo fatto gli gnorri, scusandoci per il disturbo, e alzando i tacchi prima che ci lanciassero dietro i cani.
Durante la giornata sono successe delle piccole cose che mi hanno ringalluzzito molto: Ale ha meravigliato per gradi Patrick con la sua conoscenza della Maria e dei fatti che la riguardano. Ogni tanto lui citava un fatto, e Ale rincalzava: “Vero, lo diceva la baronne d’Oberkirch…” o “Nolhac lo cita nei suoi libri…”; la botta finale è stata quando Ale gli ha citato un tal Papillon de La Ferté, che era l’intendente dei Menus Plaisirs di Versailles, in pratica quello che organizzava gli spettacoli di Corte, e che ha sortito dei resoconti molto precisi che Ale ha trovato e letto: a Patrick è brillata una minima stilla su un occhio, quasi ci scappava la lagrimuccia di commozione, e poco ci mancava che se lo pomiciasse per la felicità, fatto salvo che non era interessato all’argomento. La ciliegina sulla torta l’abbiamo messa proprio dopo la cacciata dal Giardino di Diana, quando s’è iniziato a parlare non ricordo più a quale proposito di un’opera di André Grétry, Zémir e Azor; io ero perso in un altro discorso, ma ho sentito ad un bel momento Patrick dire ad Ale: “No, ma conosci anche questa? È incredibile!”.Arrivati alla Gare de Lyon salutiamo Cécile che deve rientrare a Versailles, mentre noi ci dirigiamo con la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli verso un qualsiasi locale dove si possa mangiare a prezzi modici: durante la giornata avevamo fatto solo una rapida colazione al sacco nel parco del castello, ma una colazione proletaria fatta da un paio di panini, un dolcetto e una banana non possono certo calmare i sani e robusti appetiti di un uomo delle caverne o di un gruppo di sane emiliane e romagnole, anche se una di loro è sempre molto eterea e sospetto che si nutra di polline dei fiori; era la sola ad opporsi all’idea generalizzata di mangiare un boccone al Mc Donald prima di rientrare nelle rispettive cucce. Lo so che ce l’ho uguale anche sotto casa, magari arredato meno figarello, ma la stessa sbobba è, e saremmo andati sul sicuro. Nessuno di noi era pratico dei dintorni della Gare de Lyon, e quindi ci siamo spinti alla ventura andando verso la Bastille, tanto i Mc te li tirano dietro ad ogni angolo di strada, è impossibile non inciampare in uno di loro, prima o dopo. Complici le indicazioni fatte da cani che indicavano un Mc a duecento metri abbiamo girato un pezzo, nel frattempo circumnavigando l’Opéra Bastille, per poi scoprire che il tanto agognato Mc era a pochi passi dal cartello ingannatore, e pieno come una metropolitana all’ora di punta con tanto di codazzo di gente sul marciapiedi. To morti cani! Ci si riorienta verso altre avvenute, in cerca di cibo, e gira che ti rigira, dopo aver escluso i sushi bar (pesce crudo no, per me no), le pizzerie e i ristoranti italiani (ma per favore, manco fossimo Fantozzi e Filini in vacanza!), mancando una brasserie simpatica e non rapinosa (non ho intenzione alcuna di pagare 15 euri per un’insalata coi gamberetti, per esempio) siamo entrati in un ristorantino della catena Hippopotamus, che è una via di mezzo dignitosa tra il fast food ed il vero ristorante; simpatico, prezzi contenuti, ottima carne, buoni dolci, servizio abbastanza veloce. Ad essere sinceri non ricordo più che cosa abbiamo preso, né io né gli altri, il solo ricordo che ho ben presente di quella cena, oserei dire tangibile è la cofana di insalata che s’è scofanata la Fuffi, tanto perché è eterea e si nutre di polline di fiori: poco fa ho detto “sospetto si nutra”, ora lo dovrei dire al passato, “sospettavo si nutrisse”, e farei bene ad aggiungerci un “anche”, che è meglio! Una cosa inaudita, una mangiatoia di insalata cretese, placidamente distrutta tra un frizzo ed un lazzo che di certo non sono mancato a suon di rievocazioni della giornata, dall’ormai celebre buco da riempire alla nuova versione romagnola dell’opera di Grétry, Zémir e Azdora, lanciata dalla Cicci; avremmo dovuto capire il tono della serata subito, giusto quando la Cicci è riuscita a rovesciare sul tavolo una caraffa d’acqua annaffiando anche i posti della Pippi e della Lilli, ma da una che stava uscendo dal bagno dell’Hippopotamus portandosi dietro il rotolo della carta igienica credo che nulla mi potrebbe sorprendere. Neanche la poca allegria della ragazza che serviva ai tavoli ci ha smontati, e che per la sua scarsa attitudine al sorriso si è attirata una mia battuta che l’ha ribattezzata: “Boia l’orso, è ilare quanto la pietra del Codice di Hammurabi"
1: boassa, in dialetto veneto, indica l’escremento bovino o anche equino, ma in generale qualsiasi deiezioni di proporzioni ciclopiche. Boassa è anche un cognome italiano, tutta la mia solidarietà per coloro che ne sono afflitti.
2: vedi il mio vecchio post sulla lettera stercoraria, o l'analogo post nel Forum di Marie-Antoinette -
Diario di viaggio, capitolo quinto: boia mondo, com’è cambiata Parigi dai tempi di Arletty
Arriva il sabato, e sempre sulle tracce della sempiterna Marie-Antoinette avevamo programmato una visita al castello di Compiègne: per arrivare alla ridente cittadina ci dobbiamo fare un viaggio in treno di un’ottantina di km, con partenza dalla Gare du Nord; già si comincia bene, suglio orari ferroviari figurano due stazioni che si chiamano Gare du Nord a Parigi. Lo scopo è gettare nella confusione i viaggiatori, e di far capire a quelli che prendono i treni che la Gare de Paris Nord è una figata, coi treni che vanno all’estero, mentre la Gare du Nord è quella proletaria, coi trasporti locali e suburbani: peccato che siano la stessa stazione, e che la reale distinzione riguardi solo i binari sui quali arrivano i diversi convogli.Arriviamo di buonora e facciamo i nostri bravi biglietti, carissimi tra l’altro: le ferrovie francesi pretendono 13 euri e 40 per una tratta di 80 km in seconda classe, con un treno simile ai nostri interregionali, contro la media degli 8,50 per una tratta equivalente in Italia ma in Intercity. Me cojoni. E il servizio non è esageratamente migliore di quello di Trenitalia (è vero che peggio non può essere). Mentre facciamo coda allo sportello siamo deliziati dalla vista di un oggetto, un’installazione (forse) artistica, delle dimensioni di un’edicola, che in pratica è un macchinario con pareti trasparenti in cui si vede girare una ruota dentata che aziona movimenti e lucine varie, e che ad ogni fine del giro fa aprire degli sportelli nella parte superiore per far uscire dei fiotti di fumo bianco; sembrava un aggeggio fatto col meccano ma molto, molto più grande dei giocattoli che costruivo da piccolo. Per evitare di passare un’ora a guardare codesto tafanario (1) facciamo due passi fuori, e scopriamo che se le zone attorno alle stazioni sono sempre zone di degrado, quella attorno alla Gare du Nord lo è più delle altre: non si conta il numero di clochard che abbiamo visto dormire sui marciapiedi, ma di certo non ne avevamo mai visti tanti tutti assieme. Dopo una decina di minuti di passeggiata ci rendiamo conto la Gare du Nord è un’istituzione fondata sul piacere, infatti nelle immediate adiacenze abbiamo trovato almeno cinque porno shop e due cinema porno già aperti alle nove del mattino. Se Arletty dovesse passare da quelle parti oggi non riconoscerebbe più la Parigi di quel film che le è rimasto appiccicato addosso per tutta la vita, Hotel du Nord. Che film è, chiederete voi? E io che ne so? Con lei ho visto solo Madame Sans-Gêne! Fa chic, tuttavia, pavoneggiarsi con arie da cinefilo.
Arrivati a Compiègne facciamo a piedi il piccolo tratto tra la stazione ed il castello: la cittadina, per quel poco che abbiamo visto, è molto graziosa, ordinata e pulita. Un’attrazione locale sono i tre Picantins : tre statue che battono le ore sulla torre dell’orologio del municipio, vestite con abiti cinquecenteschi a rappresentare i tre nemici della Francia di allora: Flandrin le Flamand, Langlois l’Anglais e Lansquenet l’Allemand, e questi tre te li ritrovi disegnati dappertutto quando si parla di una qualsiasi manifestazione cittadina oppure di un negozio caratteristico; un po’ come la sempiterna gondoletta veneziana, magari con la lucina dentro. Davanti al municipio c’è una statua di Giovanna d’Arco, che ha più una posa da Marianna o da Libertà che guida il popolo (Delacroix) che non da eroina guerriera; sul basamento sotto la statua è riportata una frase della Pulzella: J’irais voire mes bons amis de Compiègne, ed è stata l’ultima cosa che ha fatto perché gli inglesi l’hanno presa proprio in quell’occasione; mi sa che avrei dovuto avere una mezza idea che Compiègne possa portare pegola quando l’abbiamo vista.Il castello ha l’aria un po’ dimessa, manca molto del lustro di Versailles o di Fontainebleau o del Louvre, non è esattamente splendido splendente. Come quasi molte delle ex residenze reali è un museo, ma per non farsi mancare nulla ne ospita tre: il Museé du Chateau propriamente detto, il Musée du Second Empire con il suo sotto-museo dedicato all’Imperatrice Eugenia, e il Musée de la Voiture. Che bello, direte voi. Che fregatura, rispondo io: si, perché il museo del secondo impero era chiuso per restauri, il museo delle vetture è visibile solo con un conferenziere che non era disponibile, gli appartamenti di Maria Antonietta e Luigi XVI idem, sono accessibili solo in determinati giorni perché a quanto pare a Compiègne hanno solo dei conferenzieri part-time, con orari a singhiozzo.
Non posso dire nemmeno troppo bene dello stato di manutenzione di tutto il castello ed il parco, ho visto molto meglio girando per musei che non avevano la pretesa di essere parte dei Musée Nationaux; è pur vero che tutti i soldi che lo stato stanzia per questi capitoli di spesa vanno a Versailles, e per gli altri emette la sentenza di Bartolomeo Pandetta: “Arrangiati e spera” (da Zio Paperone e il ricupero… armato, testi di Rodolfo Cimino, disegni di Giorgio Cavazzano: "[...] il tribunale ha emesso la sentenza di Bartolomeo Pandetta – E sarebbe ? – Arrangiati e Spera [...] ").
Siamo arrivati un po’ tardino, tra una cosa e l’altra, e visto che aspettavamo due gentili donzelle che sarebbero dovute forse arrivare -forse- nel pomeriggio decidiamo di fare prima il giro del parco e poi la visita al castello. Appena giù della terrazza del castello, lungo il viale che porta al giardino, si vedono delle belle aiuole fiorite con peonie, dalie e rose, e dei grandi pergolati a volta ricoperti di bignonie che creavano delle gallerie ombreggiate. E basta, il resto del parco è lasciato quasi brullo, non arriva ad essere nemmeno un giardino all’inglese: solo alberi, prato spoglio e semi diserbato e qualche cespuglio sporadico, come se volessero sparagnare sul giardiniere. Ale ha una consuetudine, fotografa sempre i fiori col castello che fa da sfondo ogni volta che può, gli dico spesso che potrebbe fare un album dal titolo Fisiologia e metafisica floreale nei parchi dei castelli: stavolta è stato costretto a barare, ridotto a quasi sdraiarsi per terra davanti ad un ciuffo di fiori di campo che avevano tutta l’aria di essere stai buttati giù dal giardiniere fantasma tanto per fare, magari da una bustina di semi comprata al LIDL in primavera. Non bastasse, le uniche foto decenti che gli sia riuscito di scattare sono state funestate da una sposa con l’abito a meringa che continuava a fare il suo servizio fotografico in ogni angolo disponibile ed immaginabile, e da un tizio con annessa famigliola rompiballe che aveva un sesto senso per infilarsi in ogni inquadratura ogni santa volta che la sposa-meringa si levava di torno.Pranzo al sacco, seduti sotto uno dei berceaux di bignonia, vedendolo da vicino si nota che sta perdendo i pezzi esattamente come i suoi colleghi sul resto dei viali; mentre sbocconcelliamo inorriditi i nostri panozzi con l’affettato notiamo un trio, affettato pure quello invece di essere "all’erta e pieno di brio", formato da due uomini sulla cinquantina ed uno che aveva la metà dei loro anni, davano l’idea di essere una famigliola composta dalla nipotina con le zie, oppure l’allievo coi due insegnanti: pare essere una costante, certi luoghi e certe persone (per lo più morte, ma non è condizione necessaria) attraggono sempre la popolazione omosessuale come i fiori della buddleja davidii attirano le farfalle; infatti noi eravamo lì, farfallosi e sfarfallanti come al solito, intenti a notare che in Francia c’è la moda del pelo a vista. Si, da noi è abbastanza da burino per un uomo tenere aperti i bottoni della camicia fino all’ombelico, magari esibendo anche una catenina d’oro che nelle peggiori ipotesi può raggiungere le dimensioni di una catena da bicicletta; invece lì quasi tutti hanno di sicuro i primi tre bottoni aperti, due in caso indossino una polo (giusto perché hanno solo quelli)… oddio, non nego che in qualche caso sia anche divertente o molto gratificante poter infilare un’occhiatina in un bel décolleté generosamente fornito, ma temo ci sia una certa differenza tra il buongusto ed il voyeurismo a tutti i costi. Un’altra cosa da segnalare è la toilette del parco, una sorta di chioschetto a metà tra il contadino e la baracca da spiaggia: l’esterno per lo meno; l’interno è un disastro, evoca tutte le immagini descritte da Liselotte nella sua lettera stercoraria: la prossima volta la riporto a Parigi… ma che dico? Pure in Italia me la riporto!
Saputo che le ragazze non sarebbero venute iniziamo la visita al castello: gli interni sono notevoli, ed è un vero peccato che siano visitabili solo poche sale. Vediamo l’ennesimo letto di Napoleone, che a quanto pare dormiva dappertutto, ed è la riprova che era alto un puffo e una lattina (oppure dormiva seduto).
Dopo la delusione di trovare chiuso il museo del secondo impero finiamo il giro con le stanze del museo dell’Imperatrice, che credo sarebbe più corretto chiamare Museo del Principe Imperiale: mi pare fossero cinque stanze (non ho sottomano una piantina del castello, e la memoria non mi aiuta) in cui era conservata un’infinità d’oggetti appartenuti a Luigi Napoleone, il figlio di Eugenia e Napoleone III, che andavano dagli abitini che aveva quando era ancora sul seggiolone alle uniformi che indossava da bambino alla giacca che vestiva quando è morto assieme alla zagaglia usata dagli Zulu per ucciderlo.
Tutto questo mi dà l’idea che Eugenia avesse sviluppato un sorta di ossessione per il ricordo del figlio, ma credo che sia anche normale visto quanto gli era legata e visto che sei anni prima aveva perso anche il marito. Beh, con l’idea che ho sempre avuto di Napoleone III e di tutte le corna che metteva a sua moglie, se fossi stato al posto dell’Ugenì non mi sarei preoccupato troppo della vedovanza: tanto, lui già da vivo aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Ho scoperto divertito che in un corridoio sono appesi ben due ritratti di una diva divina del secondo impero: Hortense Schneider, che fu la creatrice dei ruoli femminili più belli nelle più famose operette di Offenbach, quelle che di solito vengono definite “l’Offenbachiade”: La Belle Hélène, Barbe-bleue, La Grande-Duchesse de Gérolstein, la Périchole.Ci si riavvia, e già che siamo di strada si visita anche la chiesa di Saint-Jacques, edificio che data dal 1200 o via di lì e che è l’antica parrocchia reale; usciamo dalla chiesa con la voglia di un gelato, che ci concediamo lungo la strada in una pasticceria-gelateria artigiana: ce lo serve una signora bionda molto cortese, con una cofana permanentata da fare invidia all’Antonella Clerici; io, beato e felice del mio cornetto mirtillo e pistacchio con la panna montata riesco a decapitare il ciuffo di panna alla prima leccata e a spatasciarlo sul marciapiedi davanti alla boccoluta madame. Ho infilato la mia brava figura da chiodi anche a Compiègne, ma era un po’ che era dietro l’angolo che aspettava di saltarmi addosso a tradimento, no? In via verso la stazione, col gelato in mano, ho anche costretto Ale ad aspettare che battessero le ore per vedere un po’ che numeri potessero fare i tre Picantins, del resto è noto che sono peggio dei bambini quando mi capitano per le mani queste cose: ci sediamo su una panchina davanti al comune, sotto la statua della Giovanna e aspettiamo. Oh, ‘sti tre citrulli hanno fatto solo un “dong” sulla loro brava campanella, e ciao! Dalla delusione e dal dispetto avrei voluto sputare in un occhio alla Pulzella, o è l’interazione con lei o è vero che Compiègne porta sfiga!
Note:1: tafanario è una parola veneta, indica principalmente il fondoschiena, dai quarti posteriori di equini e bovini sui quali si posano i tafani. Per traslazione indica anche un qualsiasi oggetto ingombrante.
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Diario di viaggio, capitolo quarto: si fa presto a dire Louvre!
Noi siamo dei bravi bambini, previdenti ed organizzati come un’associazione a delinquere: sapendo che per fare il biglietto per il Louvre le code sono molto peggiormente peggiori di quelle per Versailles abbiamo pensato bene di acquistare i biglietti via internet dall’Italia e di ritirarli in un negozio della FNAC. Glisso elegantemente sulla mia teresina che mi ha fatto scordare per due giorni in albergo la ricevuta necessaria per il ritiro dei biglietti: il lupo perde il pelo ma non il vizio, figurarsi se il Pelo perde i vizi ma non il lupo!Decidiamo di dedicare al museo il venerdì perché rimane aperto fino alle dieci di sera, e con tutto quello che c’è da vedere ci servirebbero almeno due giorni interi per fare le cose per bene. In realtà la cosa migliore sarebbe quella di farsi un giorno le collezioni egizie con calma, un altro giorno la pittura, un altro la scultura… ma bisognerebbe abitare a Parigi: va beh, torniamo a noi.
La giornata inizia bene: noto che i treni della RER sono identificati tutti per mezzo di sigle di quattro lettere; noi prendiamo il VICK da Parigi a Versailles, per il tragitto inverso prendiamo la LOLA, ma sulla nostra linea corrono anche altri treni, tra cui la NORA e la MONA: un po’ mi consolo del fatto che non ho bisogno di prendere la Mona per andare in città, mi echeggia nella mente una riversione di una battuta del Conte Uguccione: “Si va alla Capannina con la Dodi, la Fuffi e il suo cagnino tanto bonino e si tromba tutti come antilopi!”… noi s’è andati in città con la Lola, la Nora, la Mona ma s’è girato solo per monumenti: s’è gente seria, noi. Insomma, saliamo in metropolitana e, mezzo abbioccato, controllo le fermate per cambiare linea; ad un certo punto salto come una rana dallo strapuntino e mi fiondo sul marciapiede:
- Dai, che è la nostra…
- Guarda che ne manca ancora una!
- Oh-la-merda… (questo l’ho ululato in piena metropolitana: noblesse oblige!)
Non ho ancora capito come ho fatto ad avere dei riflessi così pronti a quell’ora della mattina, forse era l’aria parigina? Anyway, scendiamo diretti al Louvre ed entriamo: la massa della folla che già alle dieci invadeva la grande hall Napoléon era qualche cosa di disumano; tra parentesi, non come se non bastasse che c’è sempre una fiumana di gente che invade il castello, il Louvre ha un’altra particolarità: non tutte le sale sono aperte tutti i giorni, o con gli stessi orari del museo e quindi in molti casi ci si affida alla fortuna, o all’ignoranza beata come nel nostro caso visto che l’ho scoperto solo dopo; d’altra parte credo sia impossibile trovare abbastanza personale per tenere tutto aperto e sempre, il Louvre è immenso. Ricordo che anni fa, prima che aprissero l’ala Richelieu vantavano un percorso nel museo di qualche cosa come diciassette chilometri di corridoi; figurarsi adesso, facendo le debite proporzioni mi sa che parliamo di almeno 23-25 km, e tutti a piedi! Poi uno si chiede come mai andassero di moda le portantine nei palazzi, qualche secolo fa… Certi di non poter vedere tutto, ma proprio tutto, abbiamo fatto una cernita al volo: io non rinuncio all’Egitto, magari neanche alla Grecia e a Babilonia, ma dell’Islam e del Medio Evo posso benissimo fare a meno; dal canto suo Ale non molla la pittura ed il resto è un obiettivo che ci accomuna: tutte quelle gallerie foderate di gioielli, sculture, arredi, ritratti delle varie mesdames de Puttanon e giù di lì sono il nostro pascolo; personalmente apprezzo enormemente di più un museo come Chantilly o il Musée Carnavalet che è organizzato come se fosse un’abitazione privata rispetto ad un museo “espositivo puro”, con sale che si succedono una dietro l’altra con ammassate opere d’arte senza fine, come il Musée d’Orsay. Questo senza nulla togliere al valore di ciò che è esposto: è solo che mi rilassa di più, mi è maggiormente congeniale.
Una volta chiarito chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare inizia la gara podistica: battaglieri ma anche un bel po’ disorientati a casa della mancanza di una mappa, poiché l’idea di chiederla al banco delle informazioni non mi ha sfiorato neanche l’anticamera del cervello: d’altra parte mi sentivo tanto un’intrepida Giovane Marmotta perché avevo con me la mia guida Michelin… del 1991! Tanto, pensavo, non vorrai mica che cambino le sale de Louvre, no? E soprattutto, la roba che c’è dentro? Povero illuso. Facciamo prima un rapido giro attorno alla parte medievale per poi passare al volo alle sale delle collezioni egizie. La prima cosa che ti salta quasi addosso è la grande sfinge di Tanis, cui è dedicata una cripta da sola: imponente, maestosa, elegante, scolpita in un solo blocco di granito, vedendola dà letteralmente l’impressione di essere pronta a balzare mentre finge di sonnecchiare. Non ricordavo la sezione egiziana così vasta e così bella, ma è pur vero che vent’anni fa l’Egitto mi chiamava molto meno di adesso, pur avendomi sempre interessato; mi manca il confronto col museo egizio di Torino e con quello del Cairo ma, come si dice da noi, ghe xé pì tempo che vita. Altra cosa che mi ha colpito sono le statue di Sekhmet, ce n’erano un’infinità e mi par di ricordare tutte provenienti dal tempio della dea Mut a Karnak. Sekhmet, La Possente, è una delle tantissime divinità leonine dell’Egitto, strumento della vendetta divina contro il genere umano ma anche signora della medicina e protettrice dell’Egitto e del Faraone; dea splendida e terribile, l’ho sempre sentita molto vicina, assieme alla sorella ed alter ego Bast’t. Alcune opere sono impossibili da tralasciare: la Nike di Samotracia e la Venere di Milo, per esempio; io adoro la Nike, la leggerezza del peplo, l’idea di vederlo muovere agitato dal vento… e poi, ogni volta che la vedo mi viene in mente un’operetta del 1918, Phi-Phi di Henri Christiné: Phi-Phi è nient’altri che Fidia, e nel primo atto le sue modella cantano un coretto dicendo:- Moi, c’est ma tête qui servi puor la Victoire de Samothrace
- Moi, ne vous déplaise, pour les bras de la Vénus de MiloÈ un’operetta molto gradevole che, tra le altre cose, contiene un’aria, Les petits païens, che è l’elogio entusiastico delle tette attraverso tutte le loro fisionomie.
Sto divagando… dopo le antichità greche e romane si finisce di setacciare il pianterreno, balzando a piè pari l’arte islamica e quella di Africa, Oceania, Americhe e disastri vari: si va dritti a vedere le antichità del Medio Oriente, con le ciclopiche statue dei tori alati del palazzo di Sargon e il codice di Hammurabi.
Da lì al primo piano, immersi nelle sale degli oggetti d’arte dal Medio Evo in poi: in testa a tutto la rutilante Galerie d’Apollon dove sono esposti quelli che potremmo chiamare pomposamente “gioielli della Corona”, tra cui alcuni ornamenti cerimoniali (spada e speroni) usati per le cerimonie di incoronazione del re a Saint-Denis, la coroncina dell’Imperatrice Eugenia, la corona finta di Carlo Magno… ma mancava all’appello quella fatta per l’incoronazione di Luigi XV, una delle sorveglianti ci ha detto che è stata ritirata da qualche mese, ma che non sa perché o dove sia stata portata. Altre cose molto interessanti da vedere sono il mobilio della stanza che fu di Luigi XVIII prima, e di Carlo X poi, e gli appartamenti di Napoleone III.A questo punto ho iniziato a sentire dapprima un sordo brontolìo, poi distintamente delle urla selvagge accompagnate da contorsioni da circo venire dal mio stomaco: ho deciso che era ora di mangiare un boccone. Il brutto è che al Louvre non ho portato lo zaino, tanto me lo avrebbero fatto lasciare al guardaroba, pertanto abbiamo cercato una qualche sorta di baretto interno al museo, per non perdere troppo tempo e ricordando che eravamo ancora senza mappa; ne troviamo uno dal pretenzioso nome di Café Richelieu, dove un’insalata, o meglio una porzione da esauriti, come quelle che fa quella suonata della Csaba della Zorza su Alice con quattro foglie di valeriana, mezza di radicchio rosso, un’oliva ed un intero pomodorino costava quanto un pieno di benzina, il tutto bevande escluse: chiaramente, meglio la fame! Piuttosto mi mangio la mia guida Michelin del 1991, che è stagionata al punto giusto. Nell’altra ala del castello, la Denon (che costeggia la Senna e Quai du Louvre), scopriamo l’altro bar, il Café Mollien, sicuramente più abbordabile e che ha anche la possibilità di farti mangiare fuori, su una terrazza prospiciente la Cour Napoléon e quel pugno in un occhio della piramide di vetro. Mangiamo dentro perché l’attesa era di almeno mezzora, abbranchiamo un tavolo cui ci accompagna la cameriera (ma si chiameranno ancora femmes de chambre, visto che lavorano al Louvre?), e guardiamo il menù: una briochina due euri, un caffè anche, un panino viaggia sugli otto, una crème brulée sei… si può fare. Si! Può! Fare!!! Faccio cenno alla signora che gira per i tavoli con un vassoio, e scopriamo che la nostra addetta si chiama Marie, veste come la signorina Rottenmeier ed ha la grazia di un muratore unita alla voglia di lavorare inferiore anche a quella di Paperino, tanto che l’abbiamo vista farsi riprendere da una collega perché non sbarazzava i tavoli appena la gente si alzava. Optiamo per un panetto col ripieno più indigeribile possibile, in modo che non ci torni l’idea di fare un altro periplo alla ricerca di cibo, ma per il resto ci va anche male: Ale vuole un dolce che è finito, io volevo una semplice brioche al cioccolato (pardon: un pain au chocolat), ma erano finite pure quelle… e dire che sono solo le due del pomeriggio, mica le nove di sera! Un po’ per amore e un po’ per forza mangiamo, e intanto riesco a recuperare una mappa del museo da un tavolo bisunto vuoto accanto al nostro. Bottino di guerra, altro ché! Chiamiamo la nostra Marie Rottenmeier per il conto, questa torna dopo una buona ventina di minuti dicendoci cortesemente che non era affare suo… noi sghignazzavamo sotto i baffi, perché Nemesi era in agguato: la famigliola del tavolo a fianco stava per pagarla una buona trentina di euri tutti in monetine. Tiè! Ben ti sta.
A pancia approssimativamente piena riprendiamo il giro, stavolta ci si dedica alla pittura: alcune opere di una fama inossidabile in tutto il mondo, tra le quali non posso fare a meno di citare la Gioconda, attirandomi strali e critiche da ogni angolo. A me quel quadro non dice assolutamente nulla, trovo molto più bella la Vergine delle Rocce o la Giovanna d’Aragona di Raffaello, che non sono appesi dentro delle teche di vetro antiproiettile, nessuno se li fila quasi (compresi vandali e sabotatori) e tu puoi stare lì a guardarteli con tutto il tuo comodo, mentre per riuscire a vedere ‘st’altra stortignaccola piccina, scura, cupa, con il ghigno da presa per il deretano, ti tocca pure sgomitare una folla come quella dell’angelus del Papa in piazza San Pietro. Non ho mai capito come sia venuta fuori, poi, la leggenda metropolitana secondo cui la Gioconda sarebbe stata rubata da Napoleone all’Italia, quando invece il quadro è stato regolarmente acquistato da Francesco I… oddio, regolarmente non so bene, perché non ho idea di quanto, e se, il re abbia pagato Leonardo; fattostà che la Gioconda infesta i palazzi reali di Francia da buoni due secoli e mezzo prima che Napo nascesse. Qui abbiamo volato, onestamente alcune sale le abbiamo fatte come se avessimo i pattini a rotelle; ad Ale interessavano solo alcune opere (e per fortuna, perché i sonni che pianto su qualsiasi genere di superficie piana appena vagamente confortevole quando giriamo per pinacoteche sono diventati famosi): i disegni tedeschi e francesi li abbiamo infilati di corsa, giusto perché erano di passaggio, ma ci siamo fermati nell’immancabile galleria dei ritratti di Rubens di Maria de’ Medici: uno sbrodolamento auto-celebrativo della Maria che tende anche a riscrivere la sua storia attraverso dodici quadri; nulla di diverso di quello che vediamo tutti i giorni con i quotidiani, insomma, solo che per per lo meno questa è arte, la nostra storia attuale è pura immondizia.
Nel nostro ruolino di marcia rimane solo la scultura: e allora giù, senza guardare… dal secondo piano al pianterreno: sfilano capolavori d’età diverse, dal Medio Evo e prima fino all’età moderna, passando dalle commemorazioni alle celebrazioni pure del potere. Io, che come al solito d’arte non capisco una beneamata cippa, mi limito a vedere se una cosa mi piace o no, se riconosco l’opera, o se riconosco il personaggio raffigurato; sono rimasto sorpreso scoprendo che la statua di Edmé Bouchardon, l’Amour se taillant un arc dans la massue d’Hercule, che è a Trianon nel tempio dell’amore fosse considerata dai suoi contemporanei una ciofega; favolosa mi è parsa la statua della fontana di Diana, installata per Diana di Poitiers nel suo castello di Anet; bellissima la scultura, e altrettanto l’esibizionismo smargiasso della Grande Siniscalca che si è fatta ritrarre ovunque in versione mitologica, e molto di frequente nuda. Il tema del mito era ampiamente sfruttato come allegoria e/o legittimazione del potere, basti pensare alla meccanica solare di Luigi XIV che si identificava con Apollo; bellissimo, a questo riguardo, il quadro dipinto da Jean Nocret nel 1670 che raffigura la famiglia reale in vesti di divinità olimpiche: vi figura tutta la discendenza di Enrico IV ordinata secondo il proprio posto nell’albero genealogico, con al centro il Re Sole sotto i tratti di Apollo (questo quadro non è al Louvre, è a Versailles, nell’anticamera del Re, le Salon de l’Oeil-de-Boeuf). Notavo che di una statua, la Diana di Versailles, abbiamo viste di sicuro due versioni oltre a quella nella Galerie des Glaces nelle quali cambiava il viso: una con i tratti della Duchessa di Borgogna (Maria Adelaide di Savoia, la madre di Luigi XV), un’altra con quelli di Marie Leszczyńska (la moglie di Luigi XV); singolare il fatto che stesse due donne siano accomunate da un ritratto praticamente identico per ambientazione ed abito, entrambi conservati a Versailles.L’ultima tappa è stata ad un’esposizione temporanea, dedicata al regno di Meroë, che non ho voluto mancare, data la difficoltà di poter vedere reperti provenienti dagli scavi di quelle zone del Sudan: il materiale esposto era costituito in gran parte da prestiti di altri musei, tedeschi e inglesi.La giornata è stata chiusa col giretto di prammatica alla libreria del museo, dove ho fatto dei danni: ho trovato un librino sui templi della Nubia, e nello stesso tempo ho lasciato la voglia su una riproduzione della Nike e una di una Bast’t, ma come ho già fatto notare, i musei nazionali di Francia si fanno pagare stracari certi strafanti, e sono troppo tirchio per lasciargli giù centinaia di euri per delle cose che, tra materiali consumati e fattura, si e no potrebbero valere tra i cinquanta e gli ottanta euro.
Siamo usciti dal Louvre arricchiti dentro ed impoveriti fuori, sfranti da nove ore passate a correre su e giù per scale e scaloni, ma nel complesso molto contenti… nove ore, e non abbiamo visto tutto: si fa presto a dire Louvre.
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Diario di viaggio, capitolo terzo: i baffi della Pina, la zia di Dracula e il piccione
Giornata piena, un sacco di cose da fare.
Le ragazze ci avevano proposto una visita al castello di Malmaison, residenza di Joséphine de Beauharnais, nota per essere la prima moglie di Napoleone. È una costruzione molto graziosa, situata alle porte di Parigi, nel piccolo comune di Reuil-Malmaison, ed è sede di un museo napoleonico. Museo che chiude per pausa pranzo, e poiché dovevamo incontrare le donzelle a mezzogiorno, come impegnare la mezza mattina? Ma andando per castelli, no? Tanto, più o meno per strada, avevamo comodi il castello di Meudon e quello de La Muette; oddio, “comodi” è una parola grossa, e anche “castelli”.
Meudon è proprio sulla nostra linea della RER, quindi ci fermiamo: peccato che la ridente cittadina sia mezza arroccata su una collina, quindi ci siamo fatti la scarpinata in salita perché noi siamo di quelli duri&puri che non prendono il bus. Io, col ditino disastrato e la resistenza di un cetriolino sottaceto, sono arrivato su con la lingua sotto i tacchi ed un sospetto d’enfisema. Il castello ha una lunga storia e travagliata, le prime menzioni datano dal ‘300, ha subito sorti alterne: dominio del Delfino figlio di Luigi XIV, poi abbandonato alla sua morte; era un luogo molto amato da Maria Antonietta, ed in seguito Napoleone ne fece la residenza di suo figlio, il Re di Roma, oggi è quasi completamente distrutto, ne rimane solo una minima parte del parco ed un piccolo padiglione sede di un osservatorio. Il padiglione si visita, ma è necessario prenotare con un anticipo molto largo, ci siamo limitati a far foto da fuori.
Poi, giù di corsa, passando da un supermercato per provvederci di colazione al sacco (vulgo: frutta, panetti e affettati) e siamo ripartiti con la RER in direzione La Muette. Anche questo è un rimasuglio, anzi un tarocco moderno ricostruito in stile ‘700, e del parco non resta quasi più nulla: attualmente è in restauro (tanto per cambiare), e attualmente ospita la sede dell’O. C. S. E. -Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico-.Arriviamo all’appuntamento con le ragazze e saltiamo sul bus per andare alla Malmaison; è un diversivo piacevole perché di solito ci spostiamo con il metrò, e si sa che sottoterra non hai una gran panoramica: chiaramente arriviamo a museo chiuso, quindi ci si accampa su una panchina davanti al portone per un ricco festino in stile zingaro a base di panini. Finalmente entriamo in quella che è stata la casa di Giuseppina e poi di suo figlio Eugenio, e dopo aver visto una serie infinita di ritratti di madame Bonaparte, sia quadri sia busti, abbiamo capito che la Pina aveva una boccuccia a culo di gallina, io credevo facesse la bocca a cuore mentre posava, ma mi sa che era proprio fatta male di suo; da qui il vecchio ritratto che Ale aveva corretto, visto che la bocca le fa un musetto da panteganella. Non solo, in alcuni quadri si vede l’ombra del baffo… va beh, donna baffuta sempre piaciuta.
Ale s’è sperticato per fare foto, ad un certo punto ho dovuto anche prenderlo in braccio perché un quadro era appeso troppo in alto e non veniva bene. Osservando gli abiti appartenuti alla Pina una delle ragazze progettava già il suo prossimo abito d’epoca, e ha lasciato lì una frase un po’ enigmatica: “Io ho un metro che è lungo un metro”, accompagnandola da un gesto con le mani che indicava una distanza di… 70 cm! Dopo un po’ vediamo un busto di Eugenio Beauharnais, il figlio della Pina, e Ale ha fatto notare che anche con i baffi sta bene; la risposta della stessa donzella è stata: “Meglio lui che sua madre!”.Tra gli abiti esposti c’era anche un corsetto, o una sorta di reggiseno, appartenuto all’Imperatrice e Ale che ha l’occhio tecnico afferma che doveva essere piatta come un’asse da stiro; in effetti guardandolo bene mi viene in mente che ho più pettorali io di tette lei… piatta, coi baffi, con Napoleone non ha fatto bambini: ma non è che Joséphine fosse in realtà un uomo?
Chiude il giro negli appartamenti una mia svista: in una teca era esposto un astuccio di cuoio a forma di anello, con un diametro di una quarantina di centimetri: “Ehi, e questo che cos’è, l’asse del water da viaggio della Pina? Ah, no… è la custodia di una collana”.
Il parco è molto bello, Joséphine lo ha curato molto ed ingrandito, ha fatto impiantare centinaia di essenze diverse, dalle rose agli alberi: molte piante diffuse in Europa hanno avuto la Malmaison come giardino di acclimatazione. Peccato sia invaso da alcuni insetti, rossi e neri, ma del resto è sorte comune a tutta l’Île-de-France, perché di Bacarosses de Beauharnais ne abbiamo visti dappertutto.
Tornado a Parigi siamo passato di nuovo per librerie, giusto per non farci mancare nulla dopo un viaggio molto lungo in metropolitana. Lungo non tanto per il numero di fermate, ma perché avevamo vicino una signora attempata, perfetta parigina tirata a lustro, che doveva avere mangiato un campo di aglio intero, l’abbiamo ribattezzata La zia di Dracula; abbiamo deciso di fare un altro giretto al pub La Guillotine, e forse per via dei vapori tossici all’aglio che al monito di “Vi ci porto io, so dov’è” la nostra padrona del metro da 70 cm ci stava facendo perdere, ma ci siamo arrivati lo stesso. Lungo la strada ho notato una bimba, aveva un braccio alzato e la mano rattrappita in modo strano: ho pensato subito “Poverina, guarda in che maniera balenga le hanno ingessato le dita”. Mi sono accorto dopo che lei in realtà stava tenendo in mano un agnello di peluche agguantandolo per la schiena, e quelle che io credevo dita erano le zampe del pupazzo.
Per finire ci siamo diretti passeggiando in cazzeggio puro (“Ma di qua dove stiamo andando?” “E che ne so, io seguivo voi”) siamo passati davanti alla cattedrale di Nôtre-Dame ed al suo enorme Portail du Jugement. Mentre stavamo discutendo sul come le figure dei santi siano state decapitate dai rivoluzionari perché avevano scambiato le aureole per corone reali (e quindi le teste attuali sono tutte dei rifacimenti ottocenteschi), Ale vede la statua di Saint-Denis e dice che per quella non avranno certo fatto fatica.Abbiamo tuttavia raggiunto il climax con l’incontro tra la padrona del metro e un piccione indemoniato che ha iniziato a seguirla passo passo, cosa che ci ricordava molto un film di Hitchcok: il volatile s’è limitato a puntarla con un occhietto maligno, finché non siamo passati oltre: la scena era realmente inquietante, pareva che stesse controllando la bontà della preda… o prendendo la mira per un bombardamento al volo, si sa che i colombidi sono maledetti da quel punto di vista.
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Diario di viaggio, capitolo secondo: la mascotte e la Mirabelle
La mattina ci si dovrebbe alzare presto, ma considerato che la notte precedente l’avevamo passata in treno siamo rimasti a letto un po’ più del dovuto. Io, poi, ero abbastanza sfranto, e me ne sono accorto davanti allo specchio. Mi pettino, mi ripettino e i capelli vanno per gli affari loro: ciocca a sud-ovest, ciocca a nord-nord-est, ciocca allo zenith…Mauro: Stamattina ho un capello rivoltoso, roba da 6 agosto.
Ale: Perché, che è successo il 6 agosto?
M.: Non c’è stata tutta la massa delle pescivendole che è andata a Versailles a chiedere pane?
A.: No, quella è stata il 5 e 6 ottobre dell’89. Il 10 agosto del 1792, semmai, c’è stato l’assalto alle Tuileries.
M.: Ah, va beh… i capelli li ho in rivolta lo stesso.Fatta colazione si parte, destinazione Parigi per incontrare due nostre amiche e darci al cazzeggio colto assieme. S’arriva poco prima delle dieci alle Tuileries, e visto che quest’anno eravamo dotati di mascotte, un maneki neko dorato che risponde al nome di Pinciolin de’ Pinciolinis: affidatoci da un’amica lo abbiamo scarrozzato come se fosse il nano da giardino del film Il favoloso mondo di Amélie, con tanto di foto da turista.
Mentre aspettavamo che aprissero i musei abbiamo ammazzato il tempo con un giro nella galleria di negozi del Louvre, dove ho trovato diverse cose interessanti anche se ho preferito lasciarne la quasi totalità: col cavolo che pago alla Réunion des Musées Nationaux la mirabolante cifra di 560 euri per una statuina raffigurante la dea Bast’t, copia di una esposta al museo, o 170 euri per un pezzo di sasso alto 5 cm modellato a forma di Venere paleolitica: neanche fossero vere! Si, lo so che è scorretto dire euri, ma continuerò a farlo: per me è inaccettabile che un’unita monetaria non sia numerabile. Un tallero di Maria Teresa, tanti talleri di Maria Teresa; uno schéo, tanti schéi; un euro, tanto euri.
Usciti dalla galleria si va al Museo delle Arti Decorative, che le ragazze non avevano mai visto.
A me piace un sacco quel posto, anche se tutte e volte finiamo regolarmene per perderci perché il percorso della visita è poco chiaro, e si zompa continamente da una parte all’altra: ma l’importante è riuscire a non saltare nessuna sala, poco importa se tra una del 17mo secolo e un’altra ti infili in quella dedicata al Medio Evo.
Due cosa che adoro di quel museo sono la raccolta degli oggetti ed arredamenti in stile liberty e la galleria dei gioielli. Una cosa che è quel tantinello inquietante, invece, sono gli ascensori. Hanno un rinculo alla partenza per cui tu ti ritrovi già al secondo piano mentre il tuo stomaco è ancora nel seminterrato, vicino al guardaroba: meglio le scale, un po’ più scomode ma meno rimescolanti.Finita la visita al museo si fa colazione alla parigina, alla turista, alla visitandina: in breve, ci siamo mangiati i nostri bravi panini mollemente adagiati sul prato davanti al Louvre.
Salutata una delle due dame, ci diamo al traviamento dell’altra: giro dai bouquinistes lungo la Senna, e poi in libreria, dove facciamo tutti dei begli acquisti.A questo punto ci starebbe bene un goccetto, e così gironzoliamo alla ricerca di un bar simpatico, ma che non sia anche ristorante perché l’ora era quella di cena ma a noi andava solo una bibita. La zona di Saint-Michel, manco a farlo apposta, è zeppa di ristoranti d’ogni tipo: dal greco all’italiano al messicano al turco al giapponese, e tutti assieme nella stessa strada fanno un bellissimo effetto di colori, suoni e odori. Procedendo oltre alla chiesa di Saint-Severin e vicino a quella di Saint-Julien-le-Pauvre troviamo quello che fa per noi, un locale che inalbera un nome nientemeno che La Guillotine, in una strada che si chiama rue Galande. Entriamo e vediamo subito l’origine del nome: nel bar c’è una ghigliottina vera (ignoro se funzionante), chiaramente non d’epoca rivoluzionaria ma l’aggeggio è rimasto in uso fino alla fine degli anni ‘70 in Francia.
Qui ci scappa una foto ad effetto con Pinciolin, che è stato prontamente issato sulla Mirabelle (uno dei tanti nomignoli che le davano durante il Terrore).
Avete appena detto
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