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Archivio per la categoria ‘Divinità’

  • Inno a Bacco

    Data: 30.05.2010 | Categorie: Divinità, Mauro, Miti personali, Mito, Operetta, Vita da strega | Risposte: 5

    Eurydice.

    J’ai vu le dieu Bacchus, sur sa roche fertile,
    Donnant à ses sujets ses joyeuses leçons:
    Le faune au pied de chèvre et la nymphe docile
    Répétaient ses chansons.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!

    Tous.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!
    Évohé! Bacchus est le roi!
    Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!

    Eurydice.

    Laissez, leur disait-il, les tristesses moroses,
    Laissez les noirs soucis aux profanes humains.
    Et vous, couronnez-vous des pampres et des roses
    Qui tombent de mes mains!

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!

    Tous.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!
    Évohé! Bacchus est le roi!
    Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!

    Jacques Offenbach, Orphée aux Enfers, libretto di Hector Crémieux

  • Maahes

    Data: 31.12.2008 | Categorie: Divinità, Divinità feline, Gatti | Risposte: 2

    Maahes (Mihos, Miysis, Mios, Maihes, Mahes) è una divinità del pantheon egiziano, raffigurata solitamente come uomo dalla testa di leone (leontocefalo) che regge in mano una spada od un coltello, può indossare la corona atef a piume remiganti oppure il disco solare e l’ureo, alle volte è raffigurato come un leone nell’atto di divorare un prigioniero; è un dio della guerra, ma è anche un guardiano ed un signore dell’orizzonte. Sembra sia anche da ritenere il protettore della matrilinearità, dei sommi sacerdoti di Amon ed il guardiano dei luoghi sacri.
    Le divinità feline erano considerate molto potenti, e pertanto erano associate ai faraoni, e divennero rapidamente patrone dell’Egitto; il geroglifico che indicava il leone maschio era usato anche in parole come “principe”, “forza”, “potere”.

    È considerato figlio della dea Bast e di Ra nel Basso Egitto (ossia la regione del delta del Nilo) oppure di Sekhmet nell’Alto Egitto (l’Egitto meridionale, a partire dalla prima cataratta del Nilo), e condivide le loro nature; come per la madre, il padre può variare secondo la regione, e forse anche in base all’epoca: Atum, Ra, Ptah.
    Nel suo ruolo di figlio di Ra, Maahes viaggia nella barca solare ed aiuta Ra a respingere gli attacchi del serpente Apophis ogni notte, ed è il dio che protegge il Faraone quando va in battaglia; in epoca greca gli fu attribuito il ruolo di dio delle tempeste e dei venti, e rappresentava anche la calura estiva; è legato anche agli olî ed ai profumi, esattamente come Nefertum, figlio di Sekhmet e Ptah nella triade di Menfi; alle volte i due dèi venivano identificati, e Maahes è rappresentato anche con accanto un mazzo fiori di loto.

    Il suo culto era praticato principalmente a Leontopolis (oggi Tell al Muqdam), dove vi era anche una necropoli di leoni sacri, ed a Per-Bast. Maahes era raffigurato nel tempio di Debod, lo stesso che fu spostato a Madrid durante la costruzione della diga di Assuan al fine di evitarne la distruzione da parte delle acque del bacino. Altri suoi centri di culto furono Edfu, Dendera, Meroe e le oasi di Bahriya e Siwa.
    A Leontopolis, dove anche Bast e Sekhmet erano adorate, nel tempio dedicato a Maahes erano allevati dei leoni, ed il tempio stesso sorgeva accanto a quello di Bast.
    Lo storico greco Claudio Eliano ci riferisce che:

    […] in Egitto venerano i leoni, e c’è una città che prende il nome da loro. […] I leoni hanno templi e numerosi spazi nei quali vagano liberi; la carne dei buoi viene loro data quotidianamente […] ed i leoni mangiano con accompagnamento di canzoni in lingua egiziana. [...]

    È menzionato a partire dal Nuovo Regno, ed alcuni egittologi pensano possa avere origine al di fuori dell’Egitto, soprattutto per la sua stretta somiglianza con il dio leone Apedemak adorato in Nubia e nella parte occidentale del paese; come Maahes sembra essere legato al simbolo reale, ed ha raffigurazioni molto simili, tuttavia sulle pareti di templi di Naqa appare anche come un serpente, con busto umano e testa leonina, emergente da un fior di loto o di acanto; oppure come figura umana con tre teste di leone e quattro braccia; può avere o no corna di ariete.

    Il suo nome significa "colui che è vero accanto a lei", ed inizia con i geroglifici che indicano il leone maschio, sebbene isolati significhino anche “(colui che può) vedere davanti”. In tutti casi, il primo glifo è anche parte del glifo per Ma’at, che significa verità e ordine; così avvenne che Maahes fu considerato essere il divoratore dei colpevoli ed il protettore degli innocenti: quando Ma’at viene violata gli dèi lavorano per ristabilirla, e Maahes viene inviato per punire i trasgressori. Altri suoi appellativi sono Signore del Massacro, Detentore del Coltello, Signore Scarlatto, Aiuto dei Saggi, Vendicatore degli Errori: era raramente chiamato col suo nome, analogamente a quanto avveniva in Grecia con le Erinni che venivano chiamate le Eumenidi (le Gentili) e ci si appellava a lui usando perifrasi.

  • Ecate

    Data: 02.12.2008 | Categorie: Divinità, Vita da strega | Risposte: 0

    Quale ne’ pleniluni sereni
    Trivia ride tra le ninfe etterne
    che dipingon lo ciel per tutti i seni

    (Dante, Commedia, Paradiso, XXIII, 25-27)
  • Ecate

    Data: 01.12.2008 | Categorie: Divinità, Vita da strega | Risposte: 2

    Costei [Asteria] concepì e generò Ecate, che fra tutti
    Zeus Cronide onorò, e a lei diede illustri doni,
    che potere avesse sulla terra e sul mare infecondo,
    anche nel cielo stellato ha una parte d’onore
    e dagli dèi immortali è sommamente onorata.
    E infatti anche ora, quando qualcuno degli uomini che abitano la terra
    Fa sacrifici secondo le leggi e implora la grazia,
    invoca Ecate e grande favore lo segue;
    facilmente, a lui benevola, la dea accoglie le preghiere,
    a lui ricchezza concede, perché di ciò pure ha potere.
    Quanti infatti da Gaia e da Urano nacquero
    e ricevettero onore, partecipa dei privilegi di tutti costoro;
    lei nemmeno il Cronide d’alcuna cosa privò con violenza
    di quelle che aveva ottenuto fra i Titani, i primi degli dèi,
    bensì la possiede, come dapprima all’inizio fu la spartizione;
    né, perché unigenita, la dea riceve onori minori,
    e ha potere in terra e nel cielo e nel mare,
    molto di più, perché Zeus le fa onore.
    A chi essa vuole largo favore e aiuto concede,
    e nel tribunale essa siede presso i re rispettati
    e nell’assemblea tra le genti fa brillare che lei vuole;
    o quando alla guerra assassina si armano
    i guerrieri, la dea assiste colui che lei vuole
    ornare, benigna, della vittoria, e offrirgli la fama;
    benigna assiste anche i cavalieri, quelli che vuole;
    benigna anche quando gli uomini lottano in gara:
    là la dea li assiste e soccorre;
    e chi con forza e vigore consegue vittoria, bello il premio
    coglie felice e i genitori orna di gloria.
    E a coloro che l’azzurro tempestoso con fatica lavorano
    E pregano Ecate e il profondo tonante Ennosigeo,
    facilmente una preda la nobile dea fornisce copiosa,
    ma facilmente anche se la porta via, non appena essa appare, se così vuole il suo cuore.
    E con Ermes benigna nelle stalle le greggi fa crescere,
    le schiere dei buoi e i branchi grandi di capre
    e i branchi di lanose pecore, se così vuole il suo cuore,
    da piccoli li fa grandi e da molti li riduce a pochi.
    Così, per quanto sia nata unigenita da sua madre,
    fra tutti gli immortali è onorata di doni;
    costei fece il Cronide nutrice di giovani, quanti a lei fedeli
    videro con occhi la luce dell’aurora onniveggente.
    Così fu, fin dall’inizio, nutrice di giovani e questi i suoi onori.

    Esiodo: Teogonia; versi 411 – 452
    (BUR, 1984, ISBN: 88-17-12468-0)
  • Pan

    Data: 13.11.2008 | Categorie: Divinità | Risposte: 22

    Il dio Pan è una divinità ellenica, parte uomo e parte capra, che il mito vuole figlio di Zeus e della ninfa Callisto, mentre un’altra versione lo vuole figlio di Penelope e di tutti i suoi pretendenti, con cui avrebbe avuto rapporti durante l’attesa del marito; secondo Omero, infine, la versione più accreditata: nato dall’unione di Hermes e della ninfa Driope, ninfa della quercia; la madre lo abbandonò subito dopo la nascita poiché il suo aspetto era talmente brutto che ne rimase terrorizzata; Hermes allora lo raccolse e, dopo averlo avvolto in una pelle di lepre, lo portò sull’Olimpo per far divertire gli dei, causando così l’ilarità di Dionisio, che lo accolse nel suo seguito.

    È raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, con due corna in fronte, il naso schiacciato, il volto ornato da una barba caprina e dotato di un’espressione terribile, a dispetto della quale Pan è un dio gioviale e generoso, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto; dio solitario, non risiede sull’Olimpo ma vive specialmente nei boschi e con la sua voce spaventosa incute in chi ode una grande paura, che da Pan prende appunto il nome di timor panico; racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: "Il Grande Pan è morto". A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza. Pausania scrive che i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfo la statua del dio Pan, e ne furono talmente spaventati che fuggirono.
    Un altro tratto caratteristico di Pan è che non sopportava di essere disturbato durante il suo riposo pomeridiano, e se ciò accadeva emetteva urla terrificanti che scatenavano appunto il timor panico.

    Il nome Pan sembra derivare dal greco "paein" (pascolare): in Grecia la sua provenienza era l’Arcadia, dove possedeva le greggi che pascolava, pur essendo un dio vagabondo e senza una dimora specifica; pertanto è il dio dei campi, delle selve e dei pascoli (specialmente nell’ora meridiana), e più in generale della pastorizia ma presiede anche alla sessualità, che in lui ha una connotazione nettamente maggiore che presso gli altri dèi: sempre a caccia di ninfe, ma amava tranquillamente anche uomini, come il pastorello Dafni cui insegnò a suonare il flauto; i racconti che lo legano alle ninfe ed alle loro eventuali trasformazioni per sfuggirgli sono molteplici, il più famoso riguarda la Ninfa Siringa. James Hillman, psicologo americano, che sostiene che Pan sia l’inventore della sessualità non procreativa, attribuendogli il ruolo di dio della masturbazione: nel libro "Saggio su Pan" Hillman traccia un contrasto netto tra la figura di Pan e la figura di Cristo.

    Un altro significato di “pan” è “tutto”, letteralmente perché secondo il mito greco Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, e questa accezione lo lega alla foresta, all’abisso, al profondo, quindi anche alle grotte, alle cime dei monti ed alle balze montane; è in definitiva il dio dell’origine della vita e della vita stessa, secondo le teorie degli stoici che ne fecero l’incarnazione della vita universale. Il suo legame con la terra ed i campi lo lega anche alla luna ed alle forze della Grande Madre; in un mito riportato da Virgilio nelle Georgiche viene raccontato come riuscì a sedurre Selene.
    Pan veniva spesso identificato dai latini con Faunus e Silvanus, dèi delle foreste e degli animali selvatici.

    Il mito narra del suo amore per diverse ninfe: Eco, Eufemie, Pitis; tuttavia il suo amore più celebre fu per la Naiade Siringa: Pan se ne innamorò, ma lei lo eludeva scappando, ed arrivata sulle sponde del fiume Ladone si gettò in acqua, pregando di essere trasformata perché il dio non la potesse riconoscere; Siringa diventò una canna, che in mezzo ad altre in una palude era indistinguibile. Il vento sibilava attraverso il canneto, e Pan fu incantato da quel suono, pertanto tagliò una canna in setto –o nove- pezzi di lunghezze diverse che unì tra loro con cera e spago, a formare quello strumento che tutt’oggi si chiama Flauto di Pan o Siringa.

    Un altro ruolo importante di Pan fu la sua partecipazione alla lotta degli Olimpi contro Tifone, un mostro generato da Gea e Tartaro, dotato di ali, cento teste, occhi terrificanti, voci spaventose che uscivano da cento bocche e con la parte inferiore del corpo avvolta in due gigantesche spirali serpentiformi; Tifone entrò in competizione con Zeus per il dominio del mondo, e gli déi nel vederlo fuggirono terrorizzati in Egitto, dove si nascosero assumendo le forme più svariate: Zeus divenne un ariete, Era una vacca bianca, Afrodite si trasformò in un pesce, Ares in un cinghiale, Apollo in un corvo, Artemide in un gatto, Hermes in un ibis (l’animale di Toth, il suo corrispondente egizio), e Dioniso in una capra. Pan trasformò solo la sua metà inferiore nella coda di un pesce e si nascose in un fiume. L’unica che non si nascose fu Atena, che denigrando gli altri dèi convinse Zeus a dar battaglia a Tifone. Zeus ebbe inizialmente la peggio: Tifone lo avvolse con le sue spire e gli recise i tendini di mani e piedi, e lo rinchiuse in una grotta della Cilicia. Pan spaventò il mostro con un tremendo urlo, ed Ermes gli sottrasse i tendini di Zeus che, recuperate le forze, si lanciò su un carro trainato da cavalli alati contro Tifone, bersagliandolo di fulmini e riuscì ad ucciderlo in Sicilia, seppellendolo sotto l’Etna. Da allora il vulcano rivomita periodicamente i fulmini che avevano colpito il drago. Zeus premiò Pan trasformando il suo aspetto ibrido di pesce e di capra in una costellazione, il Capricorno. In questo mito troviamo un altro elemento interessante: la fuga panica come reazione protettiva; protezione per sé stessi, certo, ma sempre un’azione che permette poi di portare aiuto a chi di protezione ha ancora bisogno. L’aspetto protettivo della natura in Pan si rivela oltre che nel suo ruolo pastorale anche nella sua posizione nel seguito di Dioniso, dove Pan porta lo scudo del dio nella marcia verso l’India.

    Miti e tradizioni legati a Pan possono essere tra quelli che hanno dato origini alla stregoneria, giacché il dio è connesso con la fertilità dei campi, i cui rituali potevano essere anche orgiastici, oltre che essere connesso con la Luna e la Grande Madre.
    Pan rappresenta la Natura in toto, nel bene e nel male, senza nessuna connotazione di stampo manicheistico; è in definitiva una forza grezza della natura, un essere neutrale che può originare creazione come distruzione, al pari di molte altre divinità primordiali come l’indiana Kali Ma, ad esempio.

    È interessante vedere notare che la fonte omerica ci dice che appena nato fu avvolto dal padre Hermes in una pelle di lepre e portato sull’Olimpo, dove Dioniso lo accoglie con gioia: la lepre è un animale sacro ad Afrodite, ad Eros, alla Luna e facente parte del mondo dionisiaco: l’avvolgere Pan con una sua pelle significa che egli stesso era pienamente parte di questo universo; la paternità di Hermes, e la sua protezione (è lui che lo avvolge nella pelle), danno alle azioni di Pan la connotazione di azioni ermetiche, simboliche, dai messaggi nascosti insomma; la reazione di Dioniso quando le vede testimonia la grande simpatia tra questi due dèi: con essi forma una sorta di triade ideale.
    Il collegamento con la Luna diventa evidente nel mito della seduzione di Selene: seduzione che operò con l’inganno (tratto caratteriale tipico di Hermes), poiché la dea lo rifiutava. Pan usò un trucco, e nascose il suo ispido pelo caprino sotto un velo candido, oppure sotto il vello di un agnello; così mascherato la dea non lo riconobbe, ed acconsentì a salirgli in groppa, e il dio poté finalmente possederla: sembra un chiaro riferimento i riti orgiastici ed ai Sabba pagani celebrati a Beltane.
    Sempre in tema di rito orgiastico, si narra che Pan si accoppiasse con le Menadi (probabilmente con tutte), le quali erano le sacerdotesse del Dio, cosa che ci riconduce a quanto appena detto: Pan è quindi il Dio-Capro delle streghe, la personificazione di ciò che è completamente naturale, di quell’istinto che è l’urgere della natura, e ben si abbina con Dioniso che impersona il potere della forza produttiva della Natura.

    C’è un altro aspetto di Pan su cui può essere interessante soffermarsi: la solitudine; fin dall’inizio, da quando venne abbandonato dalla madre, Pan è solo. Hermes lo porta in cielo, ma lo presenta come una cosa buffa, e gli chiede di non far sapere troppo in giro che è suo figlio: solo Dioniso, anche lui è stato privato della madre –addirittura fin da prima della nascita- ed esule ramingo, lo prende realmente a benvolere: in questo contesto le connotazioni di fertilità e lascivia passano in secondo per dare rilievo ad un destino che pur dando occasione a Pan di avere innumerevoli accoppiamenti con altrettante donne non gli consente mai di formare una coppia; Pan avrà sempre una natura solitaria, rimarrà sempre un bambino abbandonato.

    Ma perché in epoca cristiana all’immagine di un dio benevolo e generoso è stata progressivamente sovrapposta quella di un demone, della quintessenza del principio del Male?
    Pan è l’unico dio che morì, secondo Plutarco: una morte purtroppo inevitabile, sospinta dall’avanzare del cristianesimo e di fronte al rifiuto della sessualità e degli istinti, anche se diversi commentatori di Plutarco sono concordi nell’affermare che Pan non sia morto ma che giaccia soltanto addormentato, ovvero rimosso. E quando l’umano perde la connessione personale con la natura e l’istinto personificati, l’immagine di Pan muore per lasciare spazio all’immagine del Diavolo.
    L’operazione compiuta dal cristianesimo fu quella di evocare dalle ceneri di Pan il Diavolo, che nella cultura cristiana è l’avversario dell’uomo e della creazione (quindi anche della natura stessa); tuttavia Pan non è morto, ma dorme dentro di noi: può risvegliarsi se si recupera la connessione personale con la natura e con l’istinto.

  • Jai Ma Kali

    Data: 29.10.2008 | Categorie: Divinità, Mauro | Risposte: 11

    Nel pantheon induista Kali è una dea con una storia lunga e complessa; anche se spesso è presentata come oscura e violenta, in virtù della sua prima incarnazione che era una figura d’annichilazione e che ha ancora una discreta influenza, le credenze tantriche estendono il suo ruolo fino a farne la Realtà Ultima (Brahman) ed Origine del Tutto; è anche conosciuta ed adorata come Bhavatarini (Redentrice dell’Universo) nel tempio di Dakshineswar.
    Attualmente la maggioranza dei fedeli del movimento devozionale concepisce Kali semplicemente come una dea madre benevola; oltre ad essere associata con il dio Shiva, Kali è associata anche ad altre Dee: Durga, Bhadrakali, Bhavani, Sati, Rudrani, Parvati, Chinnamasta, Chamunda, Kamakshi o Kamakhya, Uma, Meenakshi, Himavanti, Kumari e Tara. Si crede che questi nomi, se ripetuti, diano uno speciale potere al fedele. È la dea più importante tra i Dasa Mahavidyas.

    Kālī è il genere femminile del termine sanscrito kāla, che significa “nero, di colore scuro”, ma anche “tempo”. Per questo motivo il suo nome è stato più volte tradotto come Colei che è il tempo, o Colei che consuma il tempo o la Madre del tempo, ed infine Colei che è nera. È anche il nome di una forma della Dea Durga nel Mahābhārata, ed il nome di uno spirito maligno di sesso femminile nel Harivamsa.
    L’omonimia con il termine “tempo”, che secondo il contesto può significare anche “morte”, è distinta dal termine “nero”, ma sovente l’etimologia popolare li associa. L’associazione si trova nel Mahābhārata, dove incontriamo una figura femminile che porta via gli spiriti dei guerrieri e degli animali uccisi: essa è chiamata Kālarātri (che secondo Thomas Coburn, uno storico della letteratura sanscrita, è traducibile con “notte di morte”) ed anche kālī (che, sempre secondo Coburn, potrebbe indicare sia un nome proprio sia un attributo).
    L’associazione al colore nero della dea è in contrasto con suo marito Shiva, il cui corpo è ricoperto di cenere bianca, cenere dei terreni di cremazione (in sanscrito: śmaśāna) nei quali medita, cui è associata anche Kali come Śmaśāna Kālī.

    Kali compare per la prima volta nel Mundaka Upanishad non esplicitamente come dea, ma come la nera tra le sette lingue fiammeggianti di Agni, il dio hindu del fuoco; tuttavia, il prototipo della figura che conosciamo come Kali appare nel Rig Veda, sotto forma di una dea chiamata Raatri, che è considerata anche il prototipo di Durga.
    Nel periodo Sangam (circa 200 a.c.e. – 200 c.e.) del Tamilakam, una dea sanguinaria simile a Kali di nome Kottravai fa la sua comparsa nella letteratura del periodo. Come Kali ha i capelli sciolti, ispira terrore in chi la avvicina e festeggia sui campi di battaglia disseminati di morti. È probabile che la fusione della sanscrita dea Raatri con la indigena Kottravai abbia prodotto le terrifiche dee dell’induismo medievale, la cui figura preminente è per l’appunto Kali.
    Fu la composizione dei Purana nella tarda antichità a dare a Kali un posto nel pantheon induista. Kali, o Kalika, è descritta nella Devi Mahatmya (nota anche come Chandi o Durgasaptasati) dal Markandeya Purana, databile tra il 300 ed il 600 c.e., dove si afferma che sia un’emanazione della dea Durga, una distruttrice di demoni o avidya (parola sanscrita che significa anche ignoranza, assenza di saggezza), comparsa durante una battaglia tra le forze divine ed anti-divine. In questo contesto Kali è considerata la forma “potente”, o piuttosto irata, della grande dea Durga. Un’altra versione delle origini di Kali si può trovare nel Matsya Purana, circa 1500 c.e., in cui si afferma che nacque come dea tribale nella parte nord settentrionale dell’India, nella regione del monte Kalanjara (ora noto come Kalinjar); versione contestata data l’origine molto tarda della leggenda.

    Il Kalika Purana è un’opera di fine IX – inizio X secolo, ed è uno degli Upapurana. Descrive principalmente diverse manifestazioni della dea, fornisce i loro dettagli iconografici, le cavalcature e le armi, oltre a tracciare anche i rituali per l’adorazione di Kalika.
    Nelle tradizioni più tarde Kali è diventata inestricabilmente legata al marito Shiva. La forma irata di Kali rischia di diventare selvaggia ed incontrollabile, e solo lui riesce a farla tornare allo stato pacifico; questo è dovuto al fatto che egli solo è in grado di imbrigliare la sua ferocia. I suoi metodi variano dallo sfidarla ad una danza selvaggia del tandava, all’apparirle come un bambino piangente, stimolando così l’istinto materno della dea. Tuttavia, l’iconografia rappresenta spesso Kali sul corpo supino di Shiva, e vi sono anche riferimenti ad una loro danza: nel sud dell’India vi è una tradizione di una gara di danza tra Kali e Shiva Nataraja (il Signore della Danza), il creatore del Bharata Natyam, la danza classica del Tamil Nadu; vi si potrebbe ravvisare il ricordo di una vittoria degli shivaiti su una divinità femminile locale.
    Il motivo della furia incontrollata lo incontriamo anche presso alte culture, in Egitto per esempio: Hator è inviata da Ra a sterminare il genere umano e si trasforma nella leonessa Sekhmet, ma la furia distruttiva la rende incontrollabile, e viene tranquillizzata grazie a degli stratagemmi; oppure lo stesso Shiva, che nella forma semi-leonina di Narashima perde il controllo della propria furia.

    È stato spesso affermato che i fedeli di Kali Ma nel passato la placassero con sacrifici umani, magari anche sfocianti in atti di cannibalismo; al giorno d’oggi viene talvolta propiziata con sacrifici di mammiferi (in genere una capra), benché più spesso si adoperino simbolicamente fiori e polvere rossa. Era adorata da una setta segreta di assassini che operava principalmente in Bengala, i thug, le cui tradizioni hanno contribuito a crearne in Occidente un’immagine esclusivamente negativa: non si ha la certezza però che si possa trattare di un’invenzione degli Inglesi durante l’occupazione coloniale, escogitata per legittimare diverse loro azioni nei territori indiani: gli Inglesi affermano di avere combattuto ed annientato i thug negli anni attorno al 1830.

    Da Kali la città di Kolkata ha preso il suo nome, costituito dalla forma anglicizzata di Kalighata, nome di un grande tempio a lei dedicato.

    Vi sono moltissime forme di Kali ed ogni città, villaggio o quartiere sembra avere la propria, famosa per un particolare tipo di miracolo o fatto; perfino i ladri e i briganti hanno la loro Kali. Fino a non troppo tempo fa le bande che vivevano nei boschi dell’India adoravano Dakait Kali, per lo meno finché non hanno iniziato a trasferirsi nelle città e nei sobborghi urbani. Alcune di queste immagini di Kali sono molto antiche, e sono ancora oggetto di culto, magari per altre ragioni diverse da quelle originali.

    Nel suo aspetto terrifico è raffigurata generalmente nuda, salvo che al collo porta una collana composta di teschi di demone ed indossa una gonna fatta di braccia mozzate; è spesso rappresentata con i lunghi capelli scarmigliati, occhi rossi, una lingua estroflessa e quattro braccia. Con la mano superiore sinistra regge una spada insanguinata, mentre con la mano inferiore sinistra regge la testa tagliata di un demone. La mano destra superiore compie il gesto di allontanare la paura e la inferiore destra quello di esaudire i desideri; come Madre Divina figura spesso ballare con Shiva, o essere sessualmente unita al consorte.
    Nella sua forma di Bhavatarini, la Redentrice dell’Universo, è in piedi sul corpo supino di Shiva.

    Il Tantra menziona oltre trenta forme di Kali; Ramakrishna (figura centrale dell’Induismo moderno) ne ha parlato spesso.
    La dea è nota come Kali Ma, la Dea Nera, Maha Kali, Nitya Kali, Smashana Kali, Raksha Kali, Shyama Kali, Kalikamata e Kalaratri; tra i Tamil è nota come Kottravai; Maha Kali e Nitya Kali sono menzionate nei testi di filosofia tantrica.
    Prima che fossero creati il sole, la luna, la terra e gli altri pianeti, quando vi era solo ed ancora l’oscurità, la Madre, la Senza Forma Maha Kali, divenne tutt’uno con l’Assoluto, Maha Kala.
    Shyama Kali ha un aspetto gentile, ed è adorata dalle famiglie hindu, è la dispensatrice dei doni e libera dalle paure.
    Raksha Kali, la Protettrice, viene pregata soprattutto nei tempi di epidemie, carestia, siccità, terremoti, inondazioni.
    Śmaśāna Kali è l’incarnazione del potere della distruzione ed abita nei terreni di cremazione, affiancata da sciacalli, demoni femminili e cadaveri; dalla sua bocca stilla del sangue, al collo porta una collana di teschi e veste una gonna fatta di braccia tagliate.
    I tantristi praticano il culto di Siddha Kali per raggiungere la perfezione, mentre Phalaharini Kali li aiuta a distruggere i risultati delle loro azioni (ossia ad eliminare il karma negativo); e Nitya Kali, Kali l’eterna, li aiuta ad eliminare malattia, dolore e sofferenza, ed a raggiungere perfezione e illuminazione.

    Vediamo brevemente i simboli legati a Kali Ma:

    • Nome: il nome della dea indica che divora Kala (il tempo) per poi ridare origine alla sua manifestazione come oscurità senza forma. È l’incarnazione dei tre guna, o qualità della natura: crea attraverso sattva (bontà e purezza), preserva con rajas (passione ed attività) e distrugge con tamas (ignoranza ed inerzia). Kali è Fanciulla, Madre e Crona al pari di molte altre dee a noi più vicine, come la greca Ecate.
    • Carnagione: è blu scuro, il colore del cielo a notte fonda; e così come il cielo è senza limiti, anche Kali non ne ha alcuno.
    • Volto sorridente: indica che la dea è nella piena beatitudine.
    • Terzo occhio: simboleggia la saggezza; i suoi tre occhi corrispondono anche a passato, presente e futuro.
    • Lingua: i denti bianchi simboleggiano sattva, o la serenità; la lingua rossa corrisponde a rajas, l’attività; la sua ubriachezza è tamas o l’inerzia. Ossia: tamas può essere vinto da rajas e rajas da sattva.
    • Seno turgido: è la nutrice di tutti gli esseri.
    • Forma terribile: Kali è la madre dell’universo, ma ne è anche il distruttore.
    • Collana: è formata da cinquanta teschi che rappresentano le altrettante lettere dell’alfabeto sanscrito, l’origine del suono; Kali è Shabda Brahman, o il Logos, la fonte della creazione. Rappresenta anche le innumerevoli persone che la dea ha liberato dalle illusioni dell’ego e dalla paura della morte e della rinascita.
    • Nudità: è chiamata digambari (vestita di spazio); la dea è infinita, e nessun abito è in grado di coprirla.
    • Capelli: lunghi, neri, scomposti e liberi indicano che Kali è libera dai confini della concettualizzazione; tuttavia un’altra interpretazione suggerisce che ogni capello sia un jiva (un’anima individuale), e che quindi tutte le anime abbiano le loro radici nella dea.
    • Crescente di luna sul diadema: la dea è la portatrice della liberazione.
    • Orecchini: le immagini di due bimbi da appendere alle orecchie significano che ascolta le anche preghiere dei più piccoli devoti.
    • Mani destre: l’inferiore destra compie il gesto per offrire benedizioni (varadamudra), la superiore quello di allontanamento della paura (abhayamudra); Kali protegge i suoi figli dal pericolo ed esaudisce i loro desideri.
    • Mani sinistre: la superiore regge una spada, l’inferiore una testa mozzata di recente. Tramite la non-dualità Kali può recidere i legami della schiavitù umana con la spada della conoscenza e liberare l’anima per sempre dai legami dell’ego e dell’autoillusione; la testa rappresenta la sede dell’attaccamento, l’ego: ciò che vediamo come una decapitazione è l’allegoria del più sublime atto di compassione della dea verso i suoi fedeli, la liberazione dalle illusioni.
    • Vita: Kali porta in vita una sorta di gonna formata da braccia tagliate all’altezza del gomito, che rappresentano le azioni. Tutte le azioni umane ed i loro risultati arrivano alla dea, ed alla fine di ogni ciclo tutte le anime si uniscono a lei per poi evolversi di nuovo durante la nuova creazione secondo i rispettivi karma.
    • Shiva sotto i suoi piedi: Shiva e Shakti sono sempre assieme; lui è l’aspetto immutabile del Supremo, mentre lei è quella che lo cambia apparentemente; Shiva è pura coscienza cosmica e Kali è l’energia cosmica; nessuna creazione è possibile senza la loro unione: Shiva non può manifestare il suo potere senza Kali, e Kali non può funzionare senza la consapevolezza di Kali.
    • Dakshina Kali e Vama Kali: se la dea è raffigurata col piede destro avanti è Dakshina Kali (forma benigna), mentre se è il suo piede sinistro ad essere avanzato è Vama Kali (forma terrifica).

    Le dee rivestono un ruolo importante negli studi e nelle pratiche del Tanta Yoga, ed è stato affermato che abbiano un ruolo determinante per discernere la realtà ultima rispetto alle divinità maschili. Sebbene Parvati sia stata spesso definita come colei che riceve la saggezza di Shiva nel Tantra, è Kali che sembra dominare nell’iconografia, nei testi e nei rituali tantrici. Sostanzialmente, la vita e la morte sono come due lati della stessa medaglia, e non possono esistere una senza l’altra, così il fedele di Kali deve superare il terrore della morte per poter accedere alle benedizioni ed alla protezione derivanti dal lato materno della dea.
    In molte fonti Kali è considerata come la realtà ultima o la più grande delle divinità. Il Nirvnana-tantra spiega che la trimurti ossia gli dei Brama, Visnu e Shiva sorgono da lei come le bolle nel mare, che incessantemente si innalzano e passano oltre, lasciando immutata la loro sorgente originale. Il Niruttara-tantra ed il Picchila-tantra dichiarano entrambi che tutti i mantra di Kali sono i più grandi, mentre lo Yogini-tantra, il Kamakhya-tantra e il Niruttara-tantra proclamano Kali vidyas (manifestazione di Mahadevi), e dichiarano che Ella che è un’essenza della sua stessa forma (svarupa) di Mahadevi.

    Nel Mahanirvana-tantra, Kali è uno degli epiteti della shakti primordiale, ed in un passaggio Shiva stesso la loda:

    Alla dissoluzione delle cose è Kala [il Tempo] che divora tutto, ed in ragione di ciò Egli è chiamato Mahakala [è un epiteto di Shiva], e poiché Tu divorerai Mahakala stesso sei Tu che sei la Suprema Primordiale Kalika. Poiché divorerai Kala Tu sei Kali, la forma originale di tutte le cose, e poiché sei l’Origine e la Divoratrice di tutte le cose sei chiamata Adya [primordiale] Kali. Riprendendo dopo la dissoluzione la Tua vera natura, scura e senza forma, Tu sola rimani come ineffabile e inconcepibile. Pur avendo una forma sei senza forma, pur essendo senza inizio, multiforme per il potere di Maya, Tu sei l’inizio di tutto, Creatrice, Protettrice e Distruttrice, questo sei.

    La figura di Kali veicola morte, distruzione, paura e gli aspetti caduchi della realtà; come tale è vista anche come una “cosa proibita” o la morte stessa. Nel rituale del Panacatattva il sadhaka (praticante, in sanscrito) cerca coraggiosamente di affrontare Kali e, di conseguenza, la assimila e la trasforma in un veicolo di salvezza. Ciò risulta chiaro in un’opera del Karpuradi-stotra, una breve preghiera a Kali che descrive il Panacatattva, eseguito in un luogo di cremazione (Samahana-sadhana).

    Colui, o Mahakali, che sul terreno di cremazione, nudo e coi capelli scarmigliati, medita intensamente su di te e recita il Tuo mantra, e ad ogni recitazione Ti offre migliaia di fiori di Akanda con i semi, diventa senza alcuno sforzo un Signore della terra. Oh Kali, chi il martedì a mezzanotte dopo aver recitato il tuo mantra offre con devozione a Te un capello della sua Shakti [la sua partner femminile] in un terreno di cremazione, diventa un grande poeta, un Signore della terra, e si muoverà sempre montando un elefante.

    Il Karpuradi-stotra indica chiaramente che Kali è molto più di una terribile e selvaggia cacciatrice di demoni che serve Durga, o Shiva. Qui viene identificata come la suprema signora dell’universo, associata con tutti i cinque elementi. In unione con Shiva, che si dice essere il suo sposo, crea e distrugge i mondi. La sua comparsa può anche prendere una piega diversa, passando dal suo ruolo di regolatrice di mondi a quello di oggetto di meditazione. In contrasto con i suoi aspetti terribili, Kali assume anche una connotazione più benigna: è descritta come giovane e bella, con un dolce sorriso, e con le due mani destre compie il gesto per dissipare qualsiasi timore e per offrire benedizioni. Le caratteristiche più positive ora esposte offrono la sublimazione della collera divina in una dea di salvezza, che salva il sadhaka dalla paura: qui Kali appare come un simbolo della vittoria sulla morte.

    Nell’induismo la parola sanscrita shakti indica l’energia di un Deva (dio maschio), che spesso viene personificata come sua moglie.
    La fase ultima di sviluppo del culto di Kali è la sua visione come la Grande Dea Madre, generalmente priva della violenza che caratterizza le sue emanazioni irate; questa pratica è una frattura con le tradizionali immagini della dea. I pionieri di questa tradizione sono i poeti shaktas (adoratori di Shakti, l’energia) del XVIII secolo, che dimostrano una comprensione della natura ambivalente di Kali, che è la figura centrale della letteratura devozionale del tardo medio evo bengalese, con figure come Ramprasad Sen (1718-1775). Con l’eccezione di essere associata a Parvati come consorte di Shiva, Kali è raramente dipinta nella mitologia e nell’iconografia induista come una figura materna fino all’inizio del movimento devozionale bengalese dei primi del XVIII secolo. Anche in questa tradizione il suo aspetto e le sue abitudini cambiano ben poco, per non dire nulla. I suoi templi più conosciuti sono quelli di Kalighat e Dakshineshvara.
    Secondo il lavoro di Rachel McDermott, Sir John Woodroffe e Georg Feuerstein, per i tantristi moderni Kali non è così temibile, e solo coloro che praticano l’approccio di vecchia tradizione a Kali la vedono come dea irata: questo metodo è quello di mostrare il coraggio di affrontarla in un terreno da cremazione, durante la notte dei morti nonostante la terrificante apparenza; al contrario, il devoto bengalese fa propri gli insegnamenti di Kali adottando l’attitudine di un bambino. In ambedue i casi lo scopo del devoto è di riconciliarsi con la morte ed imparare ad accettare le cose così come sono: sono questi temi affrontati nei lavori di Ramprasad. Questi commenta in diversi canti che Kali è indifferente al suo benessere, che gli causa sofferenze, che riduce a nulla i suoi desideri mondani, e rovina le sue felicità terrene. Afferma inoltre che non si comporta come una madre, e che ignora i suoi appelli:

    Può la misericordia essere trovata nel cuore di Colei che è nata dalla pietra? [Riferimento a Kali come la figlia di Himalaya]
    Non fu Lei che senza pietà calpestò il petto del suo signore?
    Gli uomini ti chiamano Misericordiosa, ma non v’è traccia di misericordia in Te, Madre.
    Hai tagliato le teste ai figli degli altri, e ne hai fatto la collana che porti al collo.
    Non importa quanto io ti chiami “Madre, Madre”. Mi senti, ma non mi ascolterai.

    Per essere figlio di Kali, sostiene Ramprasad, è necessario rinunciare alle delizie ed ai piaceri terreni. Kali è nota per non dare ciò che ci si aspetta; per il devoto è forse il rifiuto della dea che lo spinge a riflettere su sé stesso e ad andare oltre le dimensioni della realtà che vanno oltre il mondo materiale.

    Una larga parte della musica sacra bengalese ha Kali come tema centrale, ed è nota come Shyama Sangeet. Principalmente interpretata da cantanti di sesso maschile, oggi anche le donne partecipano a queste forme musicali. Uno dei migliori cantanti di Shyama Sangeet è Pannalal Bhattacharya.

    Il santo bengalese Ramakrishna è stato un grande devoto di Kali. Ha guadagnato una reputazione in Occidente per l’introduzione delle più moderne interpretazioni sul carattere ambivalente della dea.

    Il luogo per il culto di Kali è abbastanza terribile a vedersi: un terreno di cremazione in un cimitero, con l’aria densa di fumo delle pire funerarie e punteggiata dalla cenere bianca portata dal vento, con sparsi in giro frammenti di ossa e carne con corvi ed altri uccelli che li beccano; questo genere di devoti non conosce avversioni o paure, non teme nulla; è tuttavia un luogo adatto solo a pochi, solo agli asceti che hanno realizzato l’unione con la dea ed hanno eliminato gli attaccamenti ed i desideri mondani (secondo quanto insegnato anche dal Buddha, il non attaccamento per l’esistenza ciclica: questo atteggiamento mentale non ha nulla a che vedere con il desiderio di morire e col suicidio, come molti occidentali erroneamente credono).
    La maggioranza delle persone è spaventata dalla grandezza di Kali Ma, dal contatto diretto con la morte, dai roghi crematori: sono moltissimi quelli che preferiscono pregare e meditare la dea in tempio, dove la realtà è espressa come simbolo piuttosto che come verità tangibile.
    Il culto si pratica indifferentemente nelle proprie case, nei templi o nei santuari, anche ai bordi delle strade; si prega Kali di concedere cibo per sfamare la famiglia, di proteggere i figli, di concedere la liberazione dall’esistenza di miseria e di avere la grazia della devozione: l’essenza della dea non cambia, sia che si guardi Kali Ma come distruttrice o come protettrice, sia che la si preghi in un cimitero o in un tempio.
    La domanda che sorge spontanea è: perché qualcuno dovrebbe desiderare un culto per una dea distruttrice? Secondo il Tantra una disciplina spirituale praticata in un terreno di cremazione può portare rapidamente al successo: chi medita accanto alle conseguenze reali della caducità della nostra esistenza riesce a trascendere molto più rapidamente la visione dualistica della realtà che non chi è distratto dai lati mollemente piacevoli della vita, sviluppando in fretta una rinuncia al samsara e la pacificazione della mente.
    Kali Ma è una delle forme di Dio più fraintese, la maggioranza degli occidentali la percepisce come orribile ed assurda, ma dimentichiamo che forse molti dei nostri simboli potrebbero fare lo stesso effetto agli Hindu.
    Mentre un cristiano sa che esiste un Dio che è il Bene ed un Diavolo che rappresenta il Male in tutte le sue forme, un hindu crede in un Potere Universale che va al di là del bene e del male, e Kali è l’immagine completa di questo Potere, essendo sia la Madre Benigna sia la Madre Terribile; crea e nutre, poi uccide e distrugge. Lei può vedere il bene ed il male, ma vede che in realtà non esiste nulla di reale; ciò che percepiamo tutti noi è in realtà il velo di Maya, l’illusione che si stende sul potere della Madre Divina, poiché Dio non è né buono né cattivo ma va al di là delle coppie degli opposti che costituiscono gli aggregati di questa esistenza relativa.

    Bibliografia: wikipedia (en, fr, it); www.kalimandir.org; Massimo Izzi: Il dizionario illustrato dei mostri, Gremese, 1989.

  • Inno ad Ecate

    Data: 22.09.2008 | Categorie: Divinità, Vita da strega | Risposte: 2

    Ecate e CerberoCelebro Ecate trivia, amabile protettrice delle strade,
    terrestre e marina e celeste, dal manto color croco,
    sepolcrale, baccheggiante con le anime dei morti,
    figlia di Crio, amante della solitudine superba dei cervi,
    notturna protettrice dei cani, regina invincibile,
    annunciata dal ruggito delle belve, imbattibile senza cintura,
    domatrice di tori, signora che custodisce le chiavi del cosmo,
    frequentatrice dei monti, guida, ninfa, nutrice dei giovani,
    della fanciulla che supplica di assistere ai sacri riti,
    benevola verso i suoi devoti sempre con animo gioioso.

  • Mafdet

    Data: 23.05.2008 | Categorie: Divinità, Divinità feline, Gatti | Risposte: 0

    mafdet1Mafdet è una dea felina della quale non sappiamo molto, se non che sembra essere di origine incredibilmente antica: la si trova menzionata fin dalla Prima Dinastia (grossomodo tra il 3000 e il 2800 prima della corrente era); veniva invocata come protettrice da morsi di serpente e punture di scorpione (e in generale contro gli altri animali pericolosi), e anche per riportare la salute a chi fosse stato morso o punto: è un simbolo di guarigione, sia fisica sia spirituale. Poiché i suoi artigli erano letali per i serpenti, simbolicamente l’arpione del faraone diventava l’artiglio di Mafdet col quale decapitava i suoi nemici nell’Oltretomba; nel Vecchio Regno era già considerata quindi uno dei protettori del potere. Combatte anche i malvagi, in generale, e quindi è anche collegata all’autorità giudiziaria; all’inizio del Nuovo Regno è raffigurata nella Sala del Giudizio nella Duat, probabilmente per decapitare i nemici del faraone. È anche la “Signora della Casa della Vita”, e protettrice dei bibliotecari del Tempio.
    Il suo nome, che troviamo menzionato nella Pietra di Palermo (V dinastia), significa “Colei che corre”, “Corridore” ed effettivamente sembra avere le sembianze di un ghepardo, ma potrebbe essere anche un leopardo o una pantera; è raffigurata sovente con capelli raccolti in trecce che terminano con delle code di scorpione, e a volte indossa una sorta di copricapo di serpenti. È anche descritta come avente dei serpenti attorno al collo, il che potrebbe suggerire un suo legame con la mangusta. Vi è anche un riferimento in un epiteto secondo cui Mafdet indossa una collana di chele di scorpione, probabilmente come trofei di quelli che ha ucciso. È rappresentata nei Testi delle Piramidi nell’atto di uccidere un serpente. La troviamo anche associata al dio nano Bes; e nel Nuovo Regno si diceva fosse figlia di Amon e Mut.
    Del culto incredibilmente antico di Mafdet non si conoscono al momento tracce significative, essendo lo stesso stato soppiantato da quello di Bast.

  • Bast

    Data: 28.02.2008 | Categorie: Divinità, Divinità feline, Gatti | Risposte: 2

    BastetNel vasto e multiforme pantheon egiziano Bastet è la dea gatta, rappresentata come donna dalla testa di gatto o come una gatta nera, il suo luogo di culto era la città di Per Bast –che i Greci chiamavano Bubastis-, nei pressi dei delta del Nilo, a circa 80 km a nord-est del Cairo.

    Dalla VI dinastia il culto si diffuse nell’Egitto, da locale che era inizialmente, e sotto il regno di Pepi II si immaginava Bastet come l’equivalente della Hathor di Dendera; Bastet aveva il potere di stimolare l’amore e la sessualità, e questa è una delle ragioni per cui il suo culto fu così popolare.

    Erodoto racconta che vi si svolgevano dei festeggiamenti periodici in onore della dea, con grande afflusso di fedeli e…

    Arrivano in barca, uomini e donne assieme, in gran numero su ogni imbarcazione; mentre camminano molte donne fanno musica con dei sonagli, degli uomini suonano il flauto, mentre altri cantano e battono le mani. Quando incontrano una città lungo il fiume portano la barca a riva, ed alcune donne continuano a suonare, come ho detto prima, mentre altre lanciano insulti alle donne del luogo ed iniziano a ballare agitando i loro abiti in tutti i sensi. All’arrivo celebrano la festa con dei sacrifici, e si consuma in questa occasione più vino che in tutto il resto dell’anno

    Lo stesso Erodoto afferma che il tempio di Bastet, costruito in granito rosso,  era il più bello del paese e che vantava il maggior numero di fedeli, parlando di almeno 700000 persone, “bambini esclusi”. L’importanza di queste feste sembrava poco realistica agli egittologi del tardo ‘800, ma nel 1887 un archeologo di nome Henri Édouard Naville, scoprì il sito e dimostrò la veridicità dei resoconti di Erodoto.
    A Bubastis è stata rinvenuta una grande necropoli di gatti e, sempre Erodoto, ci dice:

    I gatti defunti vengono portati a Bubastis, dove sono mummificati e sepolti dentro delle urne sacre

    Migliaia di felini furono sepolti in gallerie sotterranee della città e dei dintorni di modo che potessero portare il messaggio del loro padrone fino agli dei. Naville fece ricerche sia nel sito del tempio di Bubastis sia nelle catacombe dei gatti, oltre che in alcune sepolture faraoniche, e provò così che si trattava eventi religiosi considerevoli, i cui devoti erano di ogni classe sociale della popolazione egizia.
    Bastet nasce come divinità solare, personificando il calore benefico del sole, al contrario di Sekhmet che ne incarna il calore bruciante; solo in epoca greca venne assimilata ad Artemide, diventando così una dea lunare.
    Dalla II dinastia Bastet fu rappresentata come un gatto selvatico o come una leonessa; e solo dal 1000 a.e.c. ebbe la forma di un gatto domestico, ed in epoca greca divenne anche più comune la raffigurazione come donna dalla testa di gatto; inoltre fu associata al dio leontocefalo Mihos, venerato a Bubastis assieme a Thot, in qualità di sua madre e ad Atum, il demiurgo, come sposa. Secondo altre fonti, però, Mihos è figlio di Ptah e Sekhmet.
    Bastet è indicata figlia di Ra, oltre che come uno dei suoi “occhi”, ossia che veniva inviata per annientare i nemici dell’Egitto e dei suoi dei. È una dea dal duplice aspetto, pacifico e terribile: nella sua forma di gatta o di donna gatto è la dea benevola, protettrice dell’umanità, dea della gioia e delle partorienti; nel suo aspetto feroce è nota per le sue collere, rappresentata con testa leonina, ed identificata con Sekhmet, la Possente, dea della guerra (oltre che della medicina). Come tutti i felini è attraente e pericolosa assieme, dolce e crudele: è il simbolo della femminilità, la protettrice del focolare e della maternità, ma è anche pronta a lottare quotidianamente col serpente Apophis, colui che contrasta la corsa della barca solare e delle forze benigne della creazione. In una delle tombe della valle delle regine è raffigurata portando dei coltelli per proteggere il figlio del re, e si dice che abbia partorito ed allattato il faraone, del quale sarebbe la dea protettrice.
    Suo attributo era il sistro, strumento musicale creato da Iside, e detenuto anche da Hathor; uno degli appellativi della dea gatta era “Signora delle Bende”.
    Una leggenda dice che Ra, offeso dall’umanità, inviò Hathor per punirla e sterminarla; la dea, una volta assunta la forma di Sekhmet, iniziò la strage; in seguito Ra, mosso a più miti consigli anche dagli altri dei, cercò di richiamare la dea furiosa: a questo scopo fece preparare della birra mischiata con ocra rossa per avere una liquido simile al sangue, e lo fece versare sul terreno. Sekhmet lo vide e lo bevve, ed ubriaca si addormentò, calmandosi. Passata la collera la dea assunse la forma di Bastet; un’altra variante del mito afferma che Bastet si bagnò nel Nilo e che in seguito tornò a Bubastis: sembra i devoti egiziani ripercorressero questo viaggio in onore della dea e  come venerazione per i gatti.
    Il tema della dea in forma terrificante, ed intossicata dalla distruzione è presente anche in altre culture: basti pensare al mito della nascita di Kali per gli induisti, che presa dall’ebbrezza del sangue mentre distruggeva i demoni mise a rischio l’umanità intera finché il marito Shiva non le si sdraiò sotto i piedi, facendola così riscuotere e tornare alla realtà.

    Ho trovato i testi su wikipedia, e tradotto quando seriviva:

    http://fr.wikipedia.org/wiki/Bastet
    http://it.wikipedia.org/wiki/Bastet

  • Dolori ai polsi

    Data: 18.02.2008 | Categorie: Divinità, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 2

    Ecate TriformeUna volta mi hanno detto che se hai dei dolori ai polsi è perché ti senti le mani legate, e non puoi, o non vuoi, o non sai agire quando e come dovresti… Non mi sorprende che mi stiano tornando ora, dopo anni. Casualmente ho fatto delle terapie con gli ultra suoni anni fa, quando ero in fase di rottura col mio ex, e di rivoluzione totale della mia vita di allora.

    Ora mi si prospetta la possibilità di un cambiamento che, per quanto invocato e desiderato, mi esporrà di nuovo a mille paure: non sono uno che si faccia delle banali pippe mentali, sono un virtuoso del genere, un Paganini della disistima…

    Ragazzi, che palle: a quarant’anni continuo ad essere tordo come un quindicenne al tempo delle mele.

    P.S.: è anche vero che la pippa mentale non è solo endogena, mi si stimola molto quando vado ritualmente a trovare i parenti… La prossima volta proverò a portarmi via una collana d’aglio, giusto come sacrificio ad Ecate Triforme per chiederle di aiutarmi nei momenti di passaggio.

 

Avete appena detto

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