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Archivio per la categoria ‘Film’

  • Potter non pottera più

    Data: 17.07.2011 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 4

    Questo fine settimana è uscito l’ultimo film della saga di Harry Potter, e di sicuro non me lo sono fatto scappare, anche perché era la seconda parte di quello che abbiamo visto alla fine dello scorso anno.

    Da un certo punto di vista sono sollevato dal fatto che sia finita, o almeno si spera, perché la recitazione di Daniel Radcliffe si fa sempre più penosa. Quando aveva ancora il pannolino era scusabile, adesso che è uno dei giovani divi più pagati del pianeta non lo è più, proprio no. Recentemente aveva diffuso anche la voce di essere stato alcolizzato duro, ma di esserne uscito con molta fatica e con molta fortuna perché nessuno se n’è mai accorto: a me puzza tanto di scusa, e mi torna alla mente una frase di Paolo Poli che cito spesso: “Gran cosa la colpa, l’importante è sapere a chi darla”; da bambini si diceva “Maestra, non sono io che scrivo male, è il quaderno che non va”.

    Tra i protagonisti si salva Rupert Grint, che crescendo migliora, mentre Emma Watson passa il tempo a suggerirci che è così gnocca da averla solo lei. Tra i comprimari spicca una splendida Maggie Smith che risalta come una rosa baccarat in un mazzo di carciofi, e i suoi cinque minuti di recitazione valgono la pena di sciropparsi i soliti sbrodolamenti sul bene, il male e la morale del Potter.

    Noto anche un infiacchimento generale dei cattivi: Voldemort pare più una Patty Pravo calva in crisi di astinenza che il Signore Oscuro, il Male personificato. Bellatrix Lestrange, di solito pazza e schizoide, pareva fosse solo alla disperata ricerca di una pila nuova per il vibratore, sua sorella Narcissa ha capito di essere una sciuretta dark che porta il pupo a scuola col SUV e suo marito Lucius Malfoy, invece, deve avere esagerato con l’acqua ossigenata tingendosi anche il pizzetto.

    Questo è il film della rivincita degli sfigati: Neville, dopo anni di prese per il culo e insulti, è quello che ha salvato tutti, per quanto i tutti in questione ritengano opportuno affermare di dovere la loro fortuna al Potter; Renato Piton-Zero si è finalmente esibito ne “Il triangolo no, non l’avevo considerato…” in versione canto del cigno; la madre Weasley scopre la tigre che c’è in lei quando le toccano la figlia piccola, ma non capendo troppo bene che il vero pericolo per Jeannie è farsi pomiciare dal Potter.

    Non racconto nulla della storia volutamente, anche perché è fin troppo facile da indovinare che cosa possa accadere; invece mi soffermo sugli effetti speciali, che stavolta sono migliorati e più naturali, e portano il giusto pepe alle scene di battaglia; qui ci scappa il parallelo con un’altra saga seguita da stramilioni di persone nel mondo: Star Wars. Entrambi i cicli si distinguono perché hanno per protagonista un mona col botto, per giunta dotato di una vita sentimentale talmente incasinata da chiedersi se non sarebbe meglio farlo entrare in convento, e tutti e due hanno i cattivi nettamente più degni di nota dei buoni; fatto salvo che mentre in Star Wars si parla del carattere dei personaggi ed anche dei temi musicali a loro legati (basta confrontare la marcia imperiale con il tema della forza per rendersene conto), tra i maghi del Potter si vede che i cattivi hanno gli effetti grafici migliori (la tunica di Voldemort che diventa tentacolare per imprigionare Harry è bellissima, così come il volare dei mangiamorte lasciandosi dietro delle scie di fumo nero).

    Ciao Severus, ciao Severus, ciao Severus, ciao! Stringimi forte che nessuna notte è infinita, ma io resto fedele a Minerva.

  • Le cronache di Narnia: il viaggio del veliero

    Data: 01.01.2011 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 3

    Approfittando delle feste abbiamo deciso di andare a vedere Le cronache di Narnia – Il viaggio del veliero.

    Rispetto alla débacle del precedente film, Il Principe Caspian, mi ha preso di più; intendiamoci, il Principe Caspian è sempre interpretato da Ben Barnes, che pur inalberando un tentativo di barba per nascondere il bambolesco viso, ha sempre quella recitazione perfettamente inutile e trasparente che fa sì che i costumi che indossa potrebbero anche essere riempiti di segatura, tanto la storia non cambierebbe: a questo punto, perché non usare un altro attore o un’animatronic? Magari costa anche meno.

    C’è una sorpresa, che non è neanche un male: sono stati falciati i due fratelli Pevensie più vecchi, Peter il cocciuto e Susan la zuccherona; per compensare raccattiamo al volo un cugino stracciaballe, Eustace, il quale è segnato per tutta la vita dal tremendo nome che gli hanno appioppato ed è ben deciso a farla pagare a tutto il mondo. Solo nel finale scopriamo perché mancano i due fratelli più vecchi: Aslan è pedofilo, e annuncia perentorio a Lucy e Edmund che nella prossima avventura loro non avranno più posto, solo Eustachio Sbegamaroni servirà ancora a Narnia.
    Che bello Aslan, che è il solo leone dell’universo con ventilatore incorporato nella criniera, mi pare di vedere le vecchie foto di un cantante di liscio che andava nella Bassa qualche anno fa, Mauro Levrini: nei suoi manifesti pubblicitari era invariabilmente ritratto in tre quarti, con la chioma fluente (e magari anche la scarpina di seta bianca da pilota della prima guerra mondiale di Snoopy) agitate dal vento.

    Piccinina, un po’ mi spiace per Lucy: la Giovanna d’Arco di Gnagna è sempre stata presa a pesci in faccia dai fratelli perché credeva a Narnia e sentiva la voce di Aslan, anche prima che lui cambiasse la dentiera ballerina. Aslan gliene ha fatte passare di ogni per mettere a prova la sua fede, e lei alla fine s’è fatta prendere da una leggera sblinda narcisista, ma che pretendiamo da un’adolescente alle prese con la pubertà e che non vive in una famiglia in cui la sanità mentale brilli per la propria presenza?

    Quello che mi fa più tenerezza però è Edmund, il terzo fratello: i primi due non se lo filano salvo che per insolentirlo, Lucy ha le sue brave visioni, e lui è l’epitome della Sindrome di Quo; cito dal sito ufficiale di Claudio Bisio:

    “[...] Sarebbe assolutamente inutile cercare sui manuali di psichiatria notizie sulla «sindrome di Quo», patologia che sembra avere colpito intere generazioni, e che si manifesta attraverso una sintomatologia chiara ed evidente: profondo senso di frustrazione derivato dal fatto di sentirsi inadeguati, ininfluenti e non organici al contesto sociale. [...]

    E Edmund, povera stella, poco mancava che indossasse un costumino in paillettes e si issasse su un monociclo tenendo in equilibrio dodici piatti sul naso per farsi notare dalla famiglia, o che vestisse i panni smessi di Cenerentola per riuscire a sentirsi utile ed apprezzato; questo gli ha creato strane avventure, come farsi infinocchiare dalla strega Jadis, o accantonare perfino dal cugino spaccaballe. Finalmente privato dei fratelli maggiori sperava di avere un minimo di voce in capitolo, ma no: perfino quel pirla di Caspian gli mette i piedi in testa. È talmente frustrato che arriva perfino a scusarsi per aver involontariamente creato un coso buffo quanto letale, una sorta di incrocio tra un cobra lungo cento metri e una granseola. Lo so che è delirante, ma è la fine di un viaggio in cui sono stati perfino guidati da una copia al neon di Paris Hilton.

    Gli effetti speciali sono buoni, non artefatti o troppo evidenti, e la storia scorre bene. E vado matto per il veliero di Gnagna!

  • Harry Potter e mia zia

    Data: 26.12.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 3

    Avevo dimenticato che due settimane fa siamo andati a vedere Harry Potter e i doni della morte: che dire, a parte che mi ero dimenticato di averlo visto?

    Rispetto al precedente è fatto meglio, ma ci voleva gran poco: bastava solo togliere tutta la pletora di bimbiminkia in fregola, tutti pronti a farsi pippe mentali su chi di loro avesse meno lentiggini e più figurine di Potter nudo, e rimettere al loro posto le scene di azione, per quanto possano essere decurtate per ragioni di sceneggiatura; e già che stavolta hanno deciso di spezzare il romanzo in due film per farci stare tutto: se penso che quella volpe della Rowling ha spezzato un libro in due per imbottirlo di cazzate e cavarne fuori due romanzi al prezzo di uno mi viene da ridere. Meno male che questo è l’ultimo, perché ai paradossi e alle frasi a effetto dopo-sbornia non c’era più limite.

    Harry è da manuale per quanto è pirla: uno si chiede come avrebbe fatto a sopravvivere tanti anni se non fosse stato per la foresta di incantesimi di protezione che Silente gli aveva piantato intorno; in condizioni normali si sarebbe ucciso anche aprendo le scatolette per il gatto. La Granger inizia a diventare più umana con l’età: probabilmente alla fine del prossimo film riusciremo a scambiarla per una ufficiale delle SS in vacanza. Ron è tenero, piccino, è talmente imbarazzante nella sua goffaggine da muoverti l’affetto e la compassione.

    Elena Bonham Carter è perfetta nel ruolo della folle Bellatrix Lestrange; Daniel Radcliffe è sempre meno credibile nella parte dell’adolsecente, nella scena in cui si spoglia si vede nettamente che hanno dovuto depilare il gatto morto che di norma porta tumulato all’altezza dello sterno, già quando nel 2007 ha interpretato Equus a teatro ha potuto esibire una specie di mocio che dal pube gli saliva all’ombelico e oltre.

    La battuta migliore di tutto il film è e rimane quella dell’elfo Dobby:

    Bellatrix: stupido elfo, potevi uccidermi!
    Dobby: Dobby non intendeva uccidere. Solo mutilare… o ferire gravemente!

    Un plauso a mia zia, tranquilla signora di tot anni (mia madre, ossia sua cognata avrebbe oggi quasi ottantotto anni: fatevi un po' un'idea), la quale zia è andata al cinema assieme a sua sorella a vedersi il film perchè non ne ha perso uno della saga e sta aspettando il prossimo, in uscita a metà luglio, per vedere come finirà.

  • Per il vento, per la valle, per i maschi con le palle!

    Data: 06.08.2010 | Categorie: Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 4

    Da poco sta passando su Sky un film che abbiamo visto al cinema lo scorso anno: Ricatto d’amore, con Sandra Bullock, Ryan Reynolds e Betty White. La trama è molto semplice, se vogliamo pure scontata, da brava commediola americana, ma la vis comica in molto punti è insuperabile.

    Sandra Bullock è Margaret Tate, una virago dell’editoria che ha un problema con l’ufficio immigrazione (oltre che con le buone maniere): o si sposa, o fa armi e bagagli e torna in Canada, da dove è venuta. Andersen! Donna sveglia e saldamente aggrappata alla propria carriera, si guarda intorno e si dice “Ma dai, ho un assistente che tratto come lo scopino del cesso, perché non lo sposo per finta? Tanto l’ha già fatto Gérard Depardieu con quella pescia lessa dell’Andy McDowell”… anzi, pensa di fare pure meglio, e gli copia il film. Però lui non aspettava altro dal destino, e stufo marcio di essere trattato peggio di Anne Hataway in Il diavolo veste Prada si prende qualche piccola soddisfazione personale sulla sua personale Miranda Priestly.

    Com’è e come non è ve lo vedrete da soli se avete voglia di vedere il film, ma intanto sappiate che lui la porta in Alaska a conoscere i suoi; lì lei scopre che non solo il suo nubebdo scovolo-del-cesso ha una famiglia piena di soldi, e che ha una nonna favolosa (Betty White, l'unica superstite del cast della sit-com Cuori senza età) che varrebbe la pena di sposarlo anche se non fosse così maledettamente bono, ma si accorge anche che riesce a ricordarsi di essere ancora una persona civile sotto gli abiti corazzati della carogna dell’editoria.

    La scena in cui la nonna novantenne, di discendenza nativa americana, invita la Bullock ad una danza di ringraziamento alla Madre Terra è esilarante, così come la scena in cui per un qui pro quo la Bullock esce dalla doccia completamente nuda (salvo una manopolina di spugna a protezione della zona bikini) e rovina addosso a Ryan Reynolds, completamente nudo perché nella doccia stava per entrarci. D’altronde, Reynolds sembra essere diventato uno degli attori favoriti della Marvel, forse è bravo anche a creare delle atmosfere da fumetto, oltre a portare in giro un fisico da urlo; e complimenti alla Bullock, che alla sua età, che è quasi anche la mia, esibisce un corpo mozzafiato, senza la possibilità di aver usato una body double, visto che era inquadrata a figura intera viso compreso.

    Nel complesso è un film discreto, leggero, che pur facendoti ridere ti porta anche ad interrogarti su quelli che sono i rapporti interpersonali: chi sono quelli con cui interagiamo di solito? Noi ci comportiamo con loro in base a quello che vorremmo che facessero? Quanto e perché siamo legati alle persone? Quanto il voler bene ad una persona è slegato dal farle del male, e quanto possiamo volere bene in reatà? E come?

  • E dopo Ipazia… Pippazia!

    Data: 13.05.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 9

  • I’m a Believer

    Data: 04.05.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Mito, Vita da strega, Vita quotidiana | Risposte: 11

    Ogni tanto facciamo la nostra puntatina al cinema; girellando tra i trailer avevo segnato un paio di film decidendo che non sarei andato a vederli: uno è un remake di un film degli anni ’80, trash come da etichetta, e l'altro invece mi avrebbe dovuto incuriosire perché se n’è fatto un gran parlare, specialmente negli ambienti pagani.
    Il primo film è Scontro tra titani, il secondo è Agora.
    Avevo anche detto pubblicamente, o meglio in un paio di blog amici che nella migliore delle ipotesi avrei aspettato il passaggio sul benedetto Sky. Si, sono un contaballe ma per lo meno non sono uno spergiuro.

    Ricordo bene di aver visto in gioventù il primo, quello in cui per qualche strano motivo erano finiti Maggie Smith e Sir Laurence Olivier, e di averlo trovato una cagatina. Il mito era andato in vacanza a Disneyland o a Pufflandia quando qualche disgraziato ha scritto il copione, perché si e no forse i nomi di alcuni personaggi erano azzeccati… per il resto, tra trama e fatti narrati nei classici, buio pesto: molto meglio le promesse di fedeltà di Ilona Staller ai suoi morosi.
    Bene, la nuova versione è pure peggio: pur facendo uno sfoggio di grafica 3D da far quasi rizzare i capelli ad Avatar, non arriva ad avere neanche un po’ della baracconaggine trash del primo, ed ha un cast in diminuendo; Zeus è scivolato da Laurence Olivier a Liam Neeson (che per quanto sia un bravo attore non è certo un mostro sacro, anzi un mito come il suo predecessore), mi trovo Ralph Fiennes che interpreta un Ade talmente stravolto e rovinato che pare diventato un Satana da operetta, mi mancava solo che si mettesse a recitare i versi di Euridice da Orphée aux Enfers (lo so, ficco Offenbach dovunque):

    je quitte la maison
    parce que je suis morte,
    Aristée est Pluton…
    et le diable m’emporte

    Il tutto corredato dalla moretta di turno: stavolta si tratta della Inachide Io, proditoriamente esumata non si sa da dove ed interpretata da una ragazza che avevo scambiato per Alessandra Martinez, poi però ho capito che non era lei perché ha cambiato espressione del viso ben due volte durante il film. Stendo un velo pietoso, anzi verso una botte di acqua del Lete su quello che il copione fa alla e della mitologia.

    Di quel film mi resta una sola cosa: le cosce di Perseo, interpretato da Sam Worthington, lo stesso belloccio che era protagonista di Avatar. E mi limito alle cosce, purtroppo, perché è stato sempre troppo vestito per tutto il film, nonostante quel gonnellino birichino che avrebbero potuto corredare di un paio di mutande un po’ più vedo-e-non-vedo, un tanga o magari un perizomuccio alla Tarzan – Johnny Weissmuller; gonnellino che mi fanno notare lascia intuire un culetto su cui potresti tenere in equilibrio una coppa di champagne. Siamo onesti, un film del genere non vincerebbe nemmeno il premio della giuria del Dopo Lavoro Gorgoni Pensionate, ma di tutto cuore assegno a Sam Worthington il premio Pecosso d’oro per quel cosciotto sul quale vorrei mettere tanto le mani. Slurp!

    Il secondo film è Agora, e dovrebbe parlare della vita ma soprattutto della morte della filosofa Ipazia, trucidata dai cristiani. Ad interpretarla Rachel Weisz, attrice con un curriculum discretamente lungo, e che io ricordo solo per essere stata al fianco di Brendan Fraser ed Arnold Vosloo in La Mummia: mi è simpatica, è carina e non pretenziosa (la Weisz, non la Mummia); forse potei approfondire la sua filmografia.
    Di Agora s’è detto di tutto, dal complotto vaticano per non farlo distribuire in Italia alle cifre iperboliche pretese per farlo distribuire: sinceramente non me ne importa un fico, vere o false che siano tutte, alcune o anche solo una di queste voci. Come ho detto altrove, non ho una formazione classica che mi permetta di capire se quanto attribuito nel film ad Ipazia sia vero o meno, né ho mai avuto a che fare direttamente e troppo a lungo con la filosofia; ho qualche vago rudimento della filosofia della Madhyamika di Nagarjuna e della Prasangika di Candrakīrti, ma sono cose che ho cercato di studiare anni fa, perse nelle nebbie del tempo e della teresina.

    Che cosa mi ha lasciato questo film? La cromia delle immagini di Alessandria vista dal cielo (Google Earth?), la ricostruzione della città che mi fa venire in mente i vecchi peplum con Moira Orfei o Totò contro Maciste; la tristezza del messaggio “O con noi o contro di noi”, “O ti allinei o muori”; l’evidenza che della religione non importava nulla a nessuno come spiritualità, ma solo come mero esercizio di potere, quasi un celodurismo legaiolo ante litteram che andava di lapidazione in massacro solo per stabilire chi l’aveva più grosso.

    L’atteggiamento di una buona fetta di pagani, o per così dire di veteropagani, che continua a blaterare su quanti pagani sono stati ammazzati dai cristiani di qualsiasi ramo, setta e formazione mi sta sullo stomaco soprattutto perché, ammesso e non concesso che la storia sia tutt'altro un’opinione, anche i pagani hanno ammazzato i loro bravi cristiani, e non vedo perché andare a rivangare certe cose tanto per darsi un tono da vittima. Voglio dire, è come essere amanti della birra ed impuntarsi a non andare all’Oktoberfest perché il tuo bisnonno è morto a Caporetto e tu ti senti in dovere di odiare i Tedeschi: ma per favore… non so, a me hanno sempre cercato di insegnare che si guarda avanti quando si cammina, non indietro e magari portandosi i carichi che aveva sulle spalle il bisnonno di cui sopra. Paganamente, Orfeo ha perso tutto quando ha guardato indietro; biblicamente, è successo anche alla moglie di Loth. Mi spiace, ma ho di meglio da fare nella vita che coltivare rancori accumulati da altri in secoli: ne ho già più che abbastanza dei miei, collezionati nel giro di 42 anni e dei quali faticano per liberarmi. Posso rimpiangere di più il totale annichilimento d’alcune culture, ma neanche in questo i cristiani o i loro derivati sono stati degli innovatori, e ha usato molto anche il meccanismo del sincretismo religioso, cosa ampiamente sfruttata già secoli addietro: pensiamo alla Grande Madre degli Dèi e a tutte le sue forme e varianti. Con questo non voglio dire che i morti, i martiri veri e anche cui possiamo dare questo nome vadano dimenticati o non rispettati: ma giustamente se dobbiamo costruire qualche cosa dobbiamo partire dalla vita.

    La cosa che Agora mi ha maggiormente richiamato, tuttavia, è il meccanismo di deridere ciò che tu ritieni sbagliato per screditarlo, e conseguentemente trattare da idiota chi segue idee diverse dalle tue, magari saldamente radicate e sostanzialmente giuste, ma in antitesi al tuo pensiero. Vedere il vescovo Teofilo e i suoi amichetti che lanciavano ortaggi sulle statue di Atena o di Anpu ridendo perché “non parlavano né si lamentavano” mi ha fatto pensare che se volessimo analizzare certe cose da un punto di vista razionale, persone che credono che un ragazzo ebreo, uomo e contemporaneamente dio unico ma trimorfo e padre di sé stesso al punto che ha avuto bisogno di una mamma vergine che è stata fecondata da una visione, ci aiuterà in quanto dio perché noi siamo tutti figli di una squinternata incestuosa costola antropomorfa che s’è fatta infinocchiare da un serpente parlante, e ci ha mezzo rovinati tutti per l’eternità dei secoli a venire non hanno idee molto diverse da chi crede che se dormo nella stanza dell’altare di Asclepio mi sveglierò guarito perché il dio in sogno mi ha curato. Analogamente, avrei voluto vedere se Ipazia avesse preso a pomodorate un’immagine del dio cristiano se questa si sarebbe lamentata, parlando come il Cristo di Don Camillo, oppure no.

    Perché uno che cerca di essere sé stesso, facendo anche una fatica immane cercando di capire chi e che cosa è, deve per forza sentirsi trattare da pirla, nella migliore delle ipotesi, solo perché non è omologato?

  • Dragon Trainer

    Data: 04.04.2010 | Categorie: Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 9

    Potevo perdere un film che parla di draghi, magari a cartoni animati? Ma di sicuro no!

    È un parto della Dreamworks (per intenderci gli stessi di Shrek, Kung Fu Panda, Madagascar…) e ci racconta una bella fiaba dai temi alquanto attuali, l’amicizia che si crea tra un ragazzino vichingo ed un giovane drago… il difficile è che nel villaggio dove vive il ragazzino il passatempo più diffuso, per necessità vitale e non per divertimento, è l’uccisione dei draghi. Hiccup è il figlio di Stoick l’Immenso, il capo del villaggio, ed ha un rapporto molto difficile e tempestoso col padre, mentre la madre è morta anni prima per colpa di un drago.

    Hiccup sogna di diventare un grande uccisore di draghi, e di dare così il suo contributo alla vita del villaggio ma non lo fa per vocazione personale, bensì per riuscire a sentirsi parte della comunità: lavora presso la bottega del fabbro, e ha il divieto di partecipare a qualsiasi azione un po’ perché il padre cerca di proteggerlo, un po’ perché è troppo imbranato per fare qualcosa di buono in battaglia. Hiccup ha un bisogno profondo di essere accettato dal padre, ma se quella del guerriero non fosse la sua strada? E se non fosse la via giusta, a priori? Hiccup è un ottimo inventore, ma gli viene lasciato pochissimo spazio per esprimere il suo talento. Il padre vorrebbe avere un figlio di cui essere orgoglioso, ed è imbarazzato dall’idea di averne uno fisicamente fragile, impacciato e non belligerante anche se pieno di entusiasmo. Il solo che sembra ascoltare il ragazzino è il fabbro Skaracchio, vecchio amico di Stoick, ma che non capisce appieno la sua difficoltà nell’omologarsi al sistema.
    Tutto cambia il giorno in cui Hiccup cattura un drago, che chiamerà Sdentato.

    I temi della scoperta di sé e dell’integrazione del diverso sembrano essere una costante nei film della Dreamwors, che li cavalca da anni, in genere mostrandoci le cose dal punto di vista opposto a quello da cui le può vedere chi è omologato ad un preciso standard: pensiamo alla sorpresa finale del primo film di Shrek, pensiamo a Kung Fu Panda, e altrettanto vediamo in Dragon Trainer. Non è detto che il modo in cui la maggioranza delle persone pesa sia il solo modo possibile, e quindi quello esatto per forza; non l’ha mai scritto nessuno, e spesso lo stabilisce solo il fatto che è più comodo seguire la massa che riconoscere la propria unicità come persona, in realtà è meglio vivere prendendo dolorosamente e faticosamente coscienza dei propri limiti e del modo di travalicarli, arrivando ad una piena realizzazione di se stessi, delle proprie ambizioni e delle proprie capacità.

    Dragon Trainer riprende anche un altro aspetto di quello della diversità, già trattato in maniera garbata dalla Pixar in Alla ricerca di Nemo: l’handicap. Sdentato ha perso nella cattura una parte della membrana timoniera caudale (lo so, è criptozoologico ma va bene così) e Hiccup gli realizza una protesi per farlo volare di nuovo, così come Nemo aveva una pinna menomata, eppure sarà il campione che assieme al suo amico umano vincerà la battaglia finale. Battaglia nella quale Hiccup perderà un piede, rimpiazzato poi da una protesi; ma è logico perché non possiamo ottenere nulla se non sacrifichiamo qualche cosa di noi stessi; gli stessi vichinghi lo sapevano bene, e infatti Odino, dio nordico della guerra e signore degli déi, sacrificò sé stesso dando il proprio occhio sinistro in olocausto per acquistare la capacità della veggenza. Hiccup non arriva a tanto, quanto meno non volontariamente, ma il suo piede sinistro è il prezzo che il fato chiede per garantire al villaggio di Berk un’era di pace e prosperità che era sconosciuta da un’infinità di tempo.

    Il messaggio è sempre lo stesso, forte e chiaro: conosciti, sii te stesso, fai del tuo meglio, e sarai felice. Alla faccia di tutto. "Devi soltanto credere", disse Maestro Oogway in Kung Fu Panda.

    Mi è piaciuto molto, anche il 3D era apprezzabile, per quanto preferirei vedere dei visi realistici un in cartone, non necessariamente facce da puffo o da rincoglionito.

  • Perché un corvo assomiglia a una scrivania?

    Data: 14.03.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 19

    Alice in Wonderland, di Tim Burton e con Johnny Deep è un film ben fatto e grazioso, non eccezionale ma molto gradevole, con effetti speciali raffinati un buon cast, tuttavia non direi che riesca a raggiungere quell’assoluta magnificenza che tutti si aspettavano e che veniva strombazzata ovunque.

    L’ho visto due volte, la prima normale e la seconda in 3D (in realtà sono tornato a vederlo perché mi era calato l’abbiocco all’inizio, ed ho perso la prima mezz'ora circa). Il 3D gli dona da matti, c’è poco da dire: gli conferisce una maggiore aura di naturalezza e di magia. Non ho mai letto i libri di Lewis Carrol, e ho visto solo per caso la versione a cartoni animati di Walt Disney: la bambinetta bionda con la voce impostata mi è sempre stata sullo stomaco, e l’avevo accuratamente evita; dopo il cinema Ale me l’ha fatto vedere, anche lì tra una ronfata e l’altra, e sinceramente non mi ha detto molto; ho un ricordo molto migliore di una versione fatta dalla RAI con Milena Vukotic nel ruolo di Alice, vista anni ed anni fa (credo di aver avuto dieci anni o giù di lì). Il film differisce abbastanza dalle versioni precedenti, ma ignoro quanto ci possa essere dei libri.

    Nel cast si segnala Elena Bonham Carter, strepitosa nel ruolo della Regina Rossa, che per conto mio si piazza almeno una lunghezza avanti a Johnny Depp – Cappellaio Matto, e con Anne Hataway – Regina Bianca in coda; la protagonista, Mia Wasikowaska, non mi ha lasciato nulla, è una bella ragazza bionda ma sembrava recitare come se stesse facendo la spesa alla Coop.

    Johnny Deep ci regala un Cappellaio Matto esattamente come deve essere: folle; è lucido a tratti, è perfettamente conscio di essere fuori di senno ed ha bisogno di essere ogni tanto riportato alla realtà, o meglio al momento presente (parlare di realtà a Wonderland è una cosa molto, molto relativa); diversamente dal personaggio del cartone animato sembra essere alla ricerca di un affetto, e si lega palesemente ad Alice, la quale sembra affezionarsi a lui ma in maniera diversa. Lei stessa è alla ricerca di qualcosa: di sé stessa; ho trovato molto bello il percorso di crescita che segue attraverso tutto il film: parte come ragazza che non ha la minima coscienza di sé o alcun controllo sulla sua vita che era disposta dalla famiglia senza consultarla, per arrivare superare l’ostacolo maggiore che è quello d’aver fiducia in se stessa per arrivare finalmente a capire chi è e che cosa vuole.

    Anne Hataway interpreta una specie di Biancaneve necrofila, una Morticia Addams lavata con la candeggina che tuttavia non ha né la natutale grazia di Carolyn Jones né l’elegante perfidia di Anjelica Huston; è soltanto una pazza squinternata quanto la sorella della quale è avversaria, la Regina Rossa, manipolatrice e subdola, tanto da subornare la svampita Alice fino al punto di mandarla ad ammazzare il drago al posto suo perché “i suoi voti sono contrari”, però le dice serafica che “…sua sorella ha preferito studiare il dominio delle creature viventi…” mentre fa cadere un paio di dita di un cadavere in una pozione per la stessa Alice, lasciando in sospeso il fatto di amare la morte quanto la sorella odi la vita. La sorella, povera capocciona, è dotata di una testa grande il triplo del normale, è circondata da una pletora di gente falsa, assediata da una sorella che le ha alienato l’affetto dei genitori e che adesso vuole pure il suo trono: sola, diversa, deforme, ingannata da tutto e da tutti (perfino dall’uomo del quale sembra essere innamorata), è perfino commovente nel suo disperato bisogno d’affetto e di essere accettata; ritengo anche essere normale che in una situazione simile una diventi un caso clinico, specialmente se è incline per natura ad una vena di follia. Follia che sembra essere la nota dominante di Wonderland: dal Cappellaio Matto alle due Regine, passando per la Lepre Marzolina e quasi tutti gli altri; ma come il padre di Alice le disse un giorno “Tutti i migliori sono matti”.

    E qui è un’altra chiave di lettura: la follia è intesa come la gioiosa follia dionisiaca che riconduce alla celebrazione della vita e del legame con la Natura, sbeffeggiando e sovvertendo le convenzioni sociali, oppure è solo una blanda fuga dalla realtà alla ricerca di un rifugio dalle bruttezze dell’esistenza? La follia è solo una scappatoia comoda quanto l’omologarsi alle regole imposte da altri solo perché non si hanno gli strumenti necessari per passare oltre, oppure è un modo usato dai cosiddetti per etichettare chi, al contrario di loro, ha trovato la verità dentro di sé?

    P.S.: come Stregatto, adoro quel cappello!

  • E a me che me frega di che fine hanno fatto i Morgan?

    Data: 28.02.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Vita quotidiana | Risposte: 9

    Sabato, tempo di cinema: grossomodo non c’era nulla di potabile, e siamo andati a vedere una commediola leggera, “Che fine hanno fatto i Morgan?” con Hugh Grant e Sarah Jessica Parker. Abbiamo avuto la conferma che non c’era niente di potabile.

    Paul Morgan (Hugh Grant), a bordo delle sue guanciotte cascanti, cerca di riconquistare la moglie Meryl (la Parker) che ha chiesto la separazione quando ha saputo che lui ha colto una fugace occasione di regalarle un cerchiello per capelli in vero corno di cervo americano. Certo, lei vuole bambini a tutti i costi, e gli ha imposto perfino un rito voodoo sul suo sperma perché non riescono ad averne, non sta zitta un secondo, è sempre presa dal suo lavoro e dalle sue geremiadi, e bada poco al marito, ma insomma: perché dovrebbe avere un minimo di colpa nel fatto che il marito ha parcheggiato le guanciotte su una collega per una sera? Lei è innocente, sia ben chiaro. Sbregamaroni ma innocente come l’aria che respira a New York. Con calma veniamo a scoprire che nel periodo di separazione lei s’è trombata un altro, ma fa lo stesso l’intransigente.

    E siccome sono sfigati, oltre che non essere in grado di farsi gli affari propri almeno una volta nella vita, dopo una fallimentare cena di riconciliazione riescono perfino a farsi sorprendere a guardare un killer che fa il suo lavoro, quindi si ritrovano sotto l’ala protettrice di un programma di protezione testimoni che fa acqua da tutte le parti, ma li spedisce in un posto dimenticato da tutti tranne dai dodici vaccari che ci abitano. La coppia di sceriffi che li accoglie vale da sola tutto il film: Clay Wheeler (Sam Elliot – La Bussola d’Oro) e sua moglie Emma: simpatici, ruvidi, ma di buon carattere. Esatto contrario della terza coppia del film, i doppioni-segretari di Mr Guanciotte Cadenti e di Miss Sbregamaroni, rispettivamente un debole inetto inconcludente ed un’isterica acida autoritaria organizzatrice, la quale (manco a dirlo) all’inizio odia quella medusa di maschio che nelle ultime battute del film si prenderà come moroso per poterlo trattare peggio di un sacco dell’immondizia.

    Una puntata qualsiasi di Happy Days lascia un segno maggiore. La sola cosa da notare sono i paesaggi selvaggi del Wyoming, o di quello che ci gabellano per tale: ma me li potrei vedere anche in un documentario di Piero Angela, tanto per dire.

    Da quando Hugh Grant è stato beccato in auto a trombare con una mercenaria continua ad interpretare ruoli zuccherosi e melensi, immagino voglia cercare di convincere il pubblico di essere sempre il miglior fidanzatino di Hollywood invece di un maiale inveterato: sono ruoli perfettamente identici ed intercambiabili, praticamente nulli. L’unica cosa che cambia è la sua faccia, non perché abbia imparato a cambiare espressione nel corso di una qualsiasi scena ma perché sta letteralmente franandogli verso le ginocchia, in un susseguirsi di piccole borse a balze che lo fanno somigliare sempre più ad una tenda un po’ fru fru da bordello newyorchese.

    Sarah Jessica Parker è lontana miglia e miglia dai suoi soliti personaggi, pare quasi che sia una controfigura a recitare mentre lei è in ferie.

  • Avatar

    Data: 07.02.2010 | Categorie: Film, Mauro, Vita da strega, Vita quotidiana | Risposte: 13

    Dopo un po’ di vai e vieni, finalmente ho visto Avatar.

    Due ore e mezza abbondanti passate in un soffio, nonostante il mal di testa che mi fanno venire gli occhialini (occhialoni, semmai) 3D e la signora seduta accanto a me che non è stata zitta cinque minuti. Sedendomi mi ero preoccupato, visto che i posti alla destra del mio erano occupati da un gruppetto di adolescenti con cellulari, mastelli di popcorn e bottiglie di coca-cola; a sinistra avevo solo una signora con la nipotina sui dieci-dodici anni… la nonna ha passato tutto il tempo a richiamare l’attenzione della nipote sul tizio che tirava fuori il mitragliatore, sul carnivoro con i denti che parevano rastrelli, sul volatile ottenuto incrociando un pipistrello, un pappagallo e un pesce tropicale, e così via.

    Il film mi è piaciuto molto, tanto che non mi sono nemmeno addormentato durante la proiezione, come mio solito.

    La trama è semplice, a tratti banale, è vero, ma non è su quella che si regge il film; gli effetti speciali sono massicci e semplicemente favolosi, usati per ricreare perfettamente un mondo alieno (ma neanche poi tanto) in maniera tale che lo fanno risultare naturale, come se fosse un documentario del National Geographic. Ho amato da subito le strane forme di vita che popolano Pandora: gli immensi alberi, i delicatissimi e sorprendenti fiori, le enormi piante, gli stravaganti volatili ikran, il terribilissimo uccello Toruk, moltissime di queste forme di vita sono anche caratterizzate da un’inaspettata bioluminescenza molto diffusa che crea degli effetti bellissimi, tenuto conto che una grande parte delle scene è girata di notte o nella penombra della fittissima foresta pandoriana. I nativi di Pandora, i Na’vi, mi hanno lasciato un po’ spiazzato per via del loro aspetto: tra tutte le creature viste nel film, umani a parte, sono i soli a non avere quattro braccia, ma in compenso hanno quattro dita per mano e per piede; hanno pure la coda, e una bella trecciona di capelli decorativa quanto funzionale.

    La forza del film, a mio vedere, va ben oltre la computer grafica: è nel suo essere una favola, bella, equilibrata, e come tutte le favole dotata del suo bravo risvolto morale.

    L’idea che la natura sia un continuo, un grande arazzo in cui ogni singola creatura è collegata alle altre, è perfettamente calzante per descrivere quello che è la realtà dell’interconnessione delle specie viventi nell’ambiente, di qualsiasi ecosistema si tratti.
    Nel film andiamo un po’ al di là della visione da biologo, galoppando nelal direzione dell’animismo: tutte le creature hanno uno spirito, e tutti gli spiriti sono collegati tra loro e con quella che i Na’vi chiamano Eywa, la divinità immanente di Pandora, divinità panteistica che potrebbe benissimo essere il pianeta stesso come potrebbe essere la summa di tutte le anime di tutte le creature vive e trapassate, di qualsiasi forma e natura. Eywa protegge l’equilibrio della vita, non si occupa esclusivamente del popolo degli Omatikaya, o degli alberi delle voci, o degli ikran, o di un singolo essere. Eywa si prende cura di tutto ciò che nasce, che cresce, che muore poi rinasce, in un eterno ciclo.

    E di nascita, crescita, morte e rinascita parla il film, più esattamente nella figura del protagonista, un ex marine invalido di nome Jake Sully che si troverà ad essere parte di una missione per puro caso: suo fratello gemello è morto, e agli americani serve una persona che abbia il suo stesso genoma per poter controllare un Avatar, un ibrido creato in laboratorio da DNA umano e Na’vi. Grazie a questo suo nuovo corpo Jake scoprirà di nuovo la vita, ed con una visione molto più ampia di quello che gli poteva permettere il suo corpo umano, finendo per diventare in spirito prima e in concreto poi un membro effettivo della tribù degli Omatikaya, imparando il rispetto per le alte forme di vita, quale che sia la loro diversità; capendo soprattutto che la diversità è un concetto assolutamente relativo, tanto che basta cambiare punto di vista per scoprire che non è poi così grande o terribile, e che sovente la ragione non sta dalla parte di chi credevamo l’avesse.

    Come dicevo prima, è una favola, più che un filmone epico, più che un film di frontiera del genere di “Alla conquista del west”; non credo arrivi ad essere una parabola, ambientalista o no come è stato detto dai vari detrattori, ma di sicuro ci fornisce degli ottimi spunti di riflessione.

    Mi è piaciuto molto, sono uscito dal cinema più rilassato e divertito, ma quasi quasi aggiungerei anche edificato da quello che avevo visto.

 

Avete appena detto

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