Archivio per la categoria ‘Libri’
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Gli amori del Re Sole – Luigi XIV e le donne
È da lunga pezza, da Natale o via di lì, che avevo promesso un post su questo libro di Antonia Fraser.
L’ho comprato perché avevo visto un accenno completamente errato ad una cosa in un altro libro della Fraser, la biografia di Maria Antonietta. Si trattava di una sottigliezza circa l’etichetta di Corte, che ai fini della storia non ha importanza alcuna, ma che una che si picca di essere un’autrice di biografie dovrebbe come minimo conoscere; però l’epoca di Maria Antonietta non è il mio forte, e così ho comprato un libro che trattasse un periodo dove mi muovo meglio, il Secolo d’Oro.
Inizio a leggerlo, e arrivato appena a pagina 40 ho già beccato tre errori, non grandi ma che per una che passa la vita a scrivere degli affari della gente che ha vissuto a Versailles non dovrebbe permettersi di fare, soprattutto visto vanta un esercito di consulenti tanto che la pagina dei ringraziamenti è più lunga dell’elenco dei debiti di Paperino. Voglio essere buono, magari anche ottimista, ma anche tenendo conto di eventuali grossolani errori dei traduttori non ci siamo lo stesso.
Di sicura dimostra di conoscere punto o poco il cerimoniale di Corte e l’etichetta, accumula errori su errori quanto a ranghi, appellativi, incarichi… ai nostri occhi di gente moderna sono piccolezze, ma all’epoca si poteva arrivare anche ad uccidere per l’usurpazione di una cosa considerata segno di favore, come il diritto ad una sedia anziché ad uno sgabello per potersi sedere in presenza de Re, o per una porta aperta del tutto al tuo passaggio anziché solo uno dei due battenti. Non conoscere certi dettagli significa ignorare completamente la psicologia del tempo ed il modo di vivere delle persone delle quali ti stai occupando.
Altra cosa: non è un errore, ma non la capisco bene; forse scrivendo citava a braccio. In una nota cita un passaggio delle memorie di Primi Visconti (avventuriero italiano molto affascinante e pettegolo, autore di divertentissimi Mémoires): tuttavia non ci dice chi ne fosse protagonista, oltre a Primi… dalle lettere della marchesa de Sévigné sappiamo che si trattava del fratello dell’amante del Re, la duchessa di La Valliére: mi chiedo perché, forse la Fraser aveva paura che il fratello La Vallière si vergognasse se lei scriveva in un libro che ha tacchinato Primi Visconti?
Per restare alle lettere della marchesa, fonte inesauribile di notizie sulla Corte, e consultate da tutti gli storici, troviamo quello che può essere un errore della traduzione, quando la Fraser mi cita una lettera della Sévigné, in cui la marchesa da del tu a sua figlia: credo che non sia mai successo in vita loro di scriversi dandosi del tu. Ma l’incuria della Fraser fa di peggio: a due riprese afferma che la figlia della Sévigné si chiamava Juliette de Grignan: ma da bon? Infatti si chiamava Françoise-Marguerite de Sévigné, marchesa de Grignan; dubbi non ce ne dovrebbero essere, poiché credo sia il nome femminile più citato nella corrispondenza, seguito dopo poco da Pauline (la figlia di Françoise-Marguerite, Pauline de Grignan, marquise de Simiane curerà la pubblicazione delle lettere della spirituale e spiritosa nonna). Al massimo c’era una Julie-Françoise de Grignan, che era figlia di primo letto del genero della Sévigné, ma che di certo non era sua parente. E quindi capiamo che la Fraser non si cura nemmeno troppo di leggere bene le sue fonti, o di capirle.
Peggio, le cita sbagliate o le altera: cita una frase scritta dalla mia amica Liselotte sui matrimoni, dando come riferimento preciso una biografia in mio possesso. La frase è:
“I matrimoni sono come la morte. L’ora e il giorno sono stabiliti, non è possibile sfuggirvi. Così Nostro Signore ha voluto, così bisogna che accada”.
La frase riportata nella biografia è:
”I matrimoni sono fatti in Cielo, tutto è destinato, cara Louise” [Louise è la sorellastra di Liselotte, NdMauro],
frase seguita da un’altra tratta da un’altra lettera:
“Ognuno deve compiere il proprio destino, non vi si può sottrarre né cambiarlo”.
Altra cosa: la Fraser afferma che la Fronda (la guerra civile avvenuta durante l'infanzia di Luigi XIV e il governo di Mazarino) prende il nome dall’arma preferita dei frondisti, che era una specie di catapulta; altra scemenza clamorosa: si chiama così perché i parigini, ma più specificatamente i monelli tiravano pietre con la fionda agli uomini di Mazarino, soprattutto ai vari gabellieri, esattori etc.
La fronda, nel senso che intende la Fraser, era effettivamente un’arma da lancio fatta di corda, una fionda gigante in sostanza, che è stata in uso fino alla fine del medio evo o poco più. Ma da una fionda a una catapulta c’è più di un pelo di differenza, a vederle. Non credo che la traduzione abbia molto peso qui, in inglese la fronda è sling, e la catapulta è catapult.Errore di traduzione piuttosto è quando mi dice che la Cassia è un derivato del cinnamomo: la parola "derivato" in genere implica che in qualche maniera uno lavori su un materiale di partenza per ottenerne un altro.
Ma il Cinnamomum aromaticum (cannella della Cina, detto anche quassia o cassia) ed il Cinnamomum verum (più noto come cannella di Ceylon) sono due piante molto simili, della stessa famiglia dell’alloro; un po’ come la rosa canina e la rosa tea: non posso trasformare una nell’altra neanche se prego con fervore Amelia la fattucchiera; inoltre c’è anche tutto un genere di piante leguminose che si chiama cassia, cui appartiene anche la senna: che per inciso di solito si usano come lassativi e non come emetici come afferma la Fraser, o chi per lei (resta da vedere chi è tra la scrittrice e chi ha tradotto non conosce la differenza tra un lassativo ed un emetico).Un altro esempio dell’incertezza dell’attribuzione dell’errore è quando dice che Maria Teresa d’Austria sarebbe potuta salire al trono di Spagna se non avesse sposato Luigi XIV perché la Spagna non contempla la legge salica. Dopo una decina di pagine afferma l’esatto contrario, cioè che la legge salica le permetteva l’accesso al trono. Tralasciando il dettaglio che la legge salica (termine errato, ma che si usa correntemente per indicare le leggi di devoluzione della Corona di Francia) non ha nulla a che fare con la Spagna, in quanto riguardante la Francia e solo la Francia, delle due l’una: o vieta o non vieta. O la Fraser non bada a quello che scrive, o chi la traduce è un casinista.
Mi dicono che Antonia Margaret Caroline Pakenham, figlia di Frank Pakenham, VII conte di Longford, vedova di Harold Pinter, eccetera eccetera, sia una storica ottima per quello che riguarda il periodo e la famiglia dei Tudor. Bene, speriamo che le passino le frasche versaillesi e se ne resti a scrivere sugli inglesi.
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Io e Dewey
Era da un po’ che volevo comprare questo libro, da dopo che abbiamo visto Io & Marley, però ho aspettato che uscisse in edizione economica. Sono tenero, sentimentale, gattara dentro, ma anche taccagno e non ho intenzione di rischiare di buttare dei quattrini per una cosa che poi finirebbe per rivelarsi un’americanata; in realtà avevo già scorso le prime pagine a scrocco in libreria, tanto per sapere se fosse valsa la pena aspettare l’edizione economica.È valsa eccome: il libro è un bellissimo racconto, che non tocca certo altezze letterarie tali da far entrare gli autori nell’olimpo degli scrittori americani, ma ti tocca dentro. Ho iniziato a leggerlo mentre ero in sala d'attesa dal veterinario con la Felicia, e l'ho finito d'un fiato non appena siamo rientratia casa.
La storia è una storia vera, ed è semplice: attraverso la penna di Bret Witter vediamo la protagonista Vicky Myron, bibliotecaria in una piccola città dello Iowa di nome Spencer, adottare un gattino rosso e salvarlo dalla morte per ipotermia. Il gatto, Dewey, crescerà, diventando un bellissimo gattone bianco e rosso a pelo lungo, vivendo la bellezza di diciannove anni nella biblioteca. Vicky ci racconta degli episodi della sua vita intrecciati con quella del gattone, che è quasi un figlio adottivo dell’intera città di Spencer, tanto da diventare una celebrità. Vicky è una madre single che cresce la figlia attraverso mille difficoltà, lavora e si prende anche cura di Dewey; Dewey dal canto suo si prenderà cura non solo di Vicky ma di moltissime persone di Spencer.
Il finale, purtroppo prevedibile, è commovente.
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Stelle Cadenti
Questo fine settimana ho iniziato e finito un altro libro di Terry Pratchett, che come oramai sa chi mi segue è uno dei miei autori culto. C’è chi sostiene che Terry Pratchett sia oramai oltre i confini della fantasy umoristica, ed è vero: Stelle Cadenti è una grandiosa e sanguinaria satira del mondo della celluloide, che possiamo trasporre tranquillamente anche al mondo della televisione, poiché il passo è breve ed i confini tra le due cose sono molto sottili.
“Castigat ridendo mores” disse un tempo Jean de Santeuil, coniando così la frase che sarebbe divenuta poi il motto della Comédie-Française: Pratchett, consciamente o no, la assimila pienamente, e ne fa un virtuosismo, creando dei testi degni di stare accanto al miglior Aristofane.Le citazioni dei filmoni classici si sprecano, da Via col Vento a King Kong, passando attraverso il repertorio di Rudy Valentino ma non mancano le strizzate d’occhio agli eroi della Warner Bros e a molti altri.
Continua a rattristarmi che un autore di codesta levatura (ed il genere fantasy in generale, Tolkien in testa) continui ad essere relegato tra la letteratura per ragazzi o, peggio che mai, tra i libri per bambini, visto che molto di questi titoli per bambini non sono affatto, nonostante l’aria ridanciana e scanzonata o la facilità di lettura data dalle traduzioni sovente pilotate in tal senso.
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Creature della notte
La mia ultima incursione da Feltrinelli mi ha fruttato un buon bottino, a sorpresa: un volumetto con due racconti di Neil Gaiman illustrati da Michael Zulli, edito dalla Magic Press.Il primo dei due, “Il Prezzo” è la versione a fumetti di un racconto già pubblicato nel libro “Cimitero senza lapidi ed altre storie nere”, edito da Mondandori. Il protagonista è Gatto Nero, un randagio che arriva nella casa di uno scrittore (dello stesso Gaiman, forse) e che sembra essere vittima di misteriose aggressioni.
Il secondo, “La figlia dei gufi”, è la storia di una trovatella, una bimba che passerà sedici anni chiusa in un convento.
Entrambi i racconti sono intensi, amari e tuttavia suadenti, esplorano il legame magico tra mondo animale e mondo degli uomini.Che mi piaccia Gaiman si sa, non è la prima volta che lo dico o che lo scrivo; Zulli è stato una piacevole scoperta, ho visto le sue matite trasformarsi e maturare nel corso della serie di The Sandman, fino ad evolversi nel suo attuale stile elegante e raffinato: per molti versi mi richiama l’Art Nouveau, specialmente per alcuni grafismi ed elementi decorativi che aggiunge alle tavole, ma ha delle similitudini anche con i Pre Raffaeliti; preciso che di pittura non capisco nulla, l’esperto in casa è Ale: io vado solo a colpo d’occhio e a sensazioni.
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Week end all’insegna di Neil Gaiman
Sabato sera cinema! Siamo andati a vedere Coraline e la porta magica, film in stop-motion tratto dal romanzo di Neil Gaiman, e la cui realizzazione ha richiesto ben quattro anni di paziente lavoro.
La trama è semplice: Coraline è una bimba di 11 anni, la cui famiglia si trasferisce in una vecchia casa; la bimba si sente trascurata dai genitori, troppo occupati con i rispettivi lavori, e trova poco svago nei vicini: le due anziane sorelle ex attrici, Miss Spink e Miss Forcible o lo strano signor Bobinski, che sta addestrando dei topi per mettere in piedi dei numeri da circo; e dal primo giorno conosce anche uno strano ragazzino, Wybie Lovat, nipote della padrona di casa (che è un’innovazione rispetto al libro, felicemente introdotto dal regista per esigenze narrative) ed un gatto nero che saranno suoi compagni nell’avventura.
Un giorno, gironzolando per casa, scopre una porta nascosta dalla tappezzeria, aprendola trova solo un muro di mattini ma… ma sarà proprio questa porta a condurla in un luogo quasi identico a casa sua, con repliche (o meglio, dei Doppelgänger: nella foto una Miss Forcible alternativa in un costume di scena abbastanza… ridotto) di tutti gli abitanti che hanno una caratteristica in comune: al posto degli occhi hanno dei bottoni.
Sembra un luogo di delizie, la “altra madre” di Coraline è premurosa ed affettuosa, gli “altri vicini” altrettanto, però la bimba non tarderà a scoprire che non è tutto bello e meraviglioso come sembra. Il messaggio è che chiaro, si parla dell’importanza che ha l’attenzione dei genitori nei confronti dei figli in modo che questi non cerchino in mondi altri ciò che potrebbero ottenere dalle piccole cose quotidiane.
Henry Selick, il regista di The Nightmare before Christmas, ha una mano magistrale, rendendo benissimo l’atmosfera del romanzo di Gaiman (lo stesso Neil si è dichiarato completamente soddisfatto della realizzazione), il film abbina per la prima volta l’animazione stop-motion con la tecnologia 3D, con degli effetti sorprendenti. Il libro ha vinto il premio Hugo come miglior romanzo breve, ora vedremo come si attesterà il film nelle classifiche degli incassi, ed eventualmente nella corsa all’Oscar.
Domenica, invece, giro-razzia classico da Feltrinelli, e ho pescato subito l’ultimo romanzo di Gaiman, Il figlio del cimitero (improbabile traduzione italiana di The Graveyard Book), che mi sono bevuto in tre ore e mezza, ho iniziato a leggerlo alle otto mentre cenavo e l’ho finito prima di mezzanotte. A metà tra un romanzo dark ed una fiaba, già ne era stata pubblicata un’anticipazione nel libro Il cimitero senza lapidi ed altre storie nere, uscito sempre per i tipi di Mondadori (altra traduzione cretina, il titolo originale è M is for Magic). È la storia di un ragazzino di nome Nobody Owens, detto Bod. Lo vediamo da quando, bimbo di poco più di un anno, se ne va gattonando dalla casa paterna fino a quando a circa quindici anni lascia il cimitero per fare la scoperta del mondo. Si, cimitero: uscito di casa salvandosi per un pelo, mentre un sicario gli uccideva i genitori e la sorella, finisce casualmente nel cimitero vicino a casa; gli spiriti dei morti lo adotteranno, non senza difficoltà, e cercheranno di fargli avere una vita più normale possibile: Mr e Mrs Owens saranno i suoi genitori, avrà un tutore non-morto, Silas, che alle volte si avvicenderà con la signorina Lupescu (manco a dirlo, un lupo mannaro), la piccola Liza, una streghetta affogata e bruciata al rogo secoli prima, diverrà sua amica; ma chi voleva morta tutta la sua famiglia non smetterà mai di cercarlo, fino alla fine del romanzo.
Il romanzo insiste su parecchi temi cari a Gaiman: la famiglia, che non è necessariamente quella canonica; la necessità di trovare il proprio posto nel mondo attraverso la conoscenza di se stessi; la costante ricerca della verità, prevalentemente dentro di noi ma non solo. -
Witches abroad
Ho da poco finito di leggere un libro che mi ha fatto ridere come non ridevo da anni, è Streghe all’estero di Sir Terry Pratchett.
Lo stavo leggendo in corriera mentre andavo a recuperare l’auto, e ad ogni pagina sghignazzavo neanche tanto sotto i baffi; credo fosse dai tempi degli ultimi libri del ciclo del Castello di Blandings di Wodehouse che non ridevo così leggendo un libro.È ambientato nel Mondo Disco, una felice invenzione narrativa di Pratchett, è per l’appunto un mondo piatto, che vaga nel cosmo sostenuto dalle schiene di quattro elefanti, che a loro volta poggiano sul dorso di una tartaruga, la Grande A’tuin (che è lunga circa 100000 km). Come funziona il tutto, visto che scappa prepotentemente dalle leggi della fisica? Ma con la magia, no? Nulla di strano quindi se troviamo una Guardia Cittadina nella città di Ankh-Morpork composta di umani, di nani, di licantropi e di troll o se nelle fabbriche in città si usano i golem perché sono una manodopera economica ed affidabile. Però, a sorpresa nel Mondo Disco le streghe preferiscono non ricorrere alla magia, ritenendo che la psicologia (quella cui la più famosa di loro, e probabilmente la più potente, Nonnina Weatherwax si riferisce col termine di “testologia”) possa essere spesso molto più efficace; salvo eccezioni come in questo libro le streghe di Pratchett svolgono piuttosto il ruolo di erboriste o di giudici per le controversie del paese che quello delle streghe macbethiane.
La storia è semplice, eccola dalla quarta di copertina:
C’era una volta una fata madrina di nome Desiderata che aveva un cuore d’oro, una mente saggia e una scarsissima capacità di fare piani a lungo termine. Così, quando Morte venne per lei, si trovò a dover lasciare la sua figlioccia nelle mani di un’altra -molto ma molto meno buona e saggia- fata madrina sostituta… Così adesso spetta alle tre streghe Magrat Garlick, Nonna Weatherwax e Tata Ogg il compito di saltare sulle loro scope (almeno quelle su cui non bisogna prendere la rincorsa per farle decollare) e dirigersi verso la lontana Genua, per fare in modo che una povera servetta strapazzata dalle sorellastre non sposi il principe dopo il gran ballo di corte. Il compito, pur sembrando abbastanza semplice, si rivelerà decisamente più complesso del dovuto. Già, perché viaggio, nani, vampiri e lupi mannari a parte, pare proprio che le servette debbano sposare i principi. Tutto ruota intorno a questo. E non si può combattere contro un lieto fine. Almeno fino ad oggi…Cito a caso un dialogo tra le nostre streghe e una loro collega vuduista di Genua:
La signora Gogol si fermò e sollevò un braccio. Ci fu un frullare di ali.
Greebo, che si stava strusciando ossequiosamente contro la gamba di Tata,guardò in alto e soffiò. Il gallo più grosso e più nero che Tata avesse mai visto si era posato sulla spala della signora Gogol, e le rivolse lo sguardo più intelligente mi riscontrato in un uccello.
“Perbacco” disse, spiazzata. “Mai visto uno così grosso, e dire che ne ho visti parecchi ai miei tempi”
La Signora Gogol inarcò un sopracciglio critico.
“Non ha mai avuto un’educazione come si deve” sospirò Nonna.
“Visto che abitavo vicino ad un allevamento di polli, stavo per dire” aggiunse Tata
“Questo è Legba, uno spirito oscuro e pericoloso” disse la signora Gogol. Si chinò in avanti e disse a mezza bocca: “Detto tra noi è solo un grosso gallo nero. Ma sapete com’è.”
“La pubblicità paga” convenne Tata. “Questo è Greebo. Detto tra noi, è un diavolo dell’inferno”
“Be’, è un gatto” disse la signora Gogol, magnanima. “C’è solo da aspettarselo”.(Il Greebo in questione è il gatto di Tata Ogg: nero, enorme, guercio, con le orecchie mangiucchiate nei combattimenti, e dotato di aggressività e libido smisurate, per quanto Tata Ogg lo veda come un tenero cosino peloso.)
Terry Pratchett crea il genere fantasy comico, con caratteristiche di humor inglese alla Wodehouse, ma con riferimenti colti a piene mani: troviamo tracce di Shakesperare, di Tolkien, citazioni di miti antichi, di fiabe, di leggende e di romanzi ottocenteschi, il tutto colorato con degli accenti di comicità che possono richiamare i Monty Python o Jerome K. Jerome. Il suo prestigio come scrittore è tale che una cittadina del Somerset, Wicanton, ha pensato bene di gemellarsi col Mondo Disco, e di intitolare i nomi delle vie di un nuovo quartiere residenziale con elementi tratti dai romanzi di Pratchett, di cui alcuni suggeriti da lui stesso. Nel 2007 Pratchett ha annunciato al mondo di essere affetto da una forma di alzheimer che gli lascia pochi anni di vita, ma precisando di avere il tempo “ancora per qualche altro libro”, tuttavia non è più in grado di aggiungere le dediche agli autografi sui suoi libri.
Nota: tra le pagine 191 e 192 mancano 10/11 pagine per un errore della Salani, rendendo così incomprensibile in parte una scena. Le ho trovate in un blog in giro per la rete, si possono scaricare in file PDF.
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Ancora su Stardust della Vertigo
Segnalo qui che la versione di cui ho parlato qualche giorno fa, quella coi congiuntivi sbagliati per capirci, è edita da Planeta De Agostini: la versione della Magic Press del 2000 è scritta in un italiano corretto, l’ho sfogliata oggi.
Tutto sta ad aver la fortuna di riuscire a trovarla in giro, perché è esaurita. -
Stardust, Vertigo
Ho appena visto la versione della Vertigo da Feltrinelli; sfogliandolo mi è caduto l’occhio sull’ultima pagina: "[...] e passarono cinque anni prima che tornarono [...]"
L’ho immediatamente richiuso e messo via.
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Stardust, Vertigo
Ho appena visto la versione della Vertigo da Feltrinelli; sfogliandolo mi è caduto l’occhio sull’ultima pagina: "[...] e passarono cinque anni prima che tornarono [...]"
L’ho immediatamente richiuso e messo via.
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Stardust
Tempo indietro lo abbiamo visto al cinema, ci è piaciuto molto; ci ho trascinato Ale perché adoro Neil Gaiman, l’autore del libro da cui è tratta la sceneggiatura. Trascinato senza una gran fatica, devo dire: anche a lui piace il genere fantasy, e nel cast c’erano dei signori attori: Rupert Everett, Michelle Pfeiffer, Peter O’Toole, Robert De Niro. Quest’ultimo l’ha convinto, era curioso di vederlo in un ruolo diverso dai suoi soliti padrini e derivati.Il film differisce in qualche particolare dal libro, all’inizio, ma dire che è un adattamento fisiologico, e serve a eliminare parti che farebbero lunghezza; un altro dettaglio inventato per lo schermo è la caratterizzazione del capo dei pirati dell’aria, ma che è un superbo cameo di Robert De Niro. È nel finale che partiamo per la tangente: non so da dove abbiano tirato fuori tutta quella roba, ma di certo non dal libro e credo nemmeno da Gaiman, del quale si sente un po’ la mancanza dello humor in tutto il film. È come se avessero voluto finire il tutto in un’esplosione di fuochi artificiali stile “festa del 4 luglio”, e praticamente ce li hanno ficcati dentro a forza. Però gli effetti speciali sono molto belli! La vera caduta di stile è proprio la scena finale, gli ultimi 50-60 secondi di film.
Sic transit gloria mundi.
Ma nonostante le sorti alterne della sceneggiatura e i cali di stile è un film molto gradevole, i grandi attori si fan notare, e per chi non ha letto il libro i dettagli di cui sopra sono irrilevanti. Belle le scene ed i costumi.Ho apprezzato molto di più il libro, che è di Gaiman e lo dimostra appieno per lo stile sognate ed etereo e la complessa leggerezza dell'intreccio, nonostante l’edulcorante censura della Mondadori, che ha eliminato alcune parti (come una scena di sesso tra i due protagonisti) perché secondo una strana e demenziale logica tutta da Mondatori un fantasy dev’essere un libro per bambini, e solo per bambini. E sorvolo sulle traduzioni dei nomi e di altri dettagli, che sono anche più deficienti di quelle del nome della figlia di Samantha.
Non ho ancora visto la versione a fumetti, ma temo che la scure della censura abbia fatto uno scempio ancora maggiore, e non so se ho voglia di farmi del male…
Avete appena detto
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- Elisa su Bepi
- Elisa su Bepi
- Mauretto su La comunità
- Mauretto su Bepi
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- Elisa su Bepi
- Mauretto su La comunità
- pyperita su La comunità
- Mauretto su Punti di vista
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