Archivio per la categoria ‘Vita da strega’
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Inno a Bacco
Eurydice.J’ai vu le dieu Bacchus, sur sa roche fertile,
Donnant à ses sujets ses joyeuses leçons:
Le faune au pied de chèvre et la nymphe docile
Répétaient ses chansons.Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!Tous.
Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!
Évohé! Bacchus est le roi!
Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!Eurydice.
Laissez, leur disait-il, les tristesses moroses,
Laissez les noirs soucis aux profanes humains.
Et vous, couronnez-vous des pampres et des roses
Qui tombent de mes mains!Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!Tous.
Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!
Évohé! Bacchus est le roi!
Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!Jacques Offenbach, Orphée aux Enfers, libretto di Hector Crémieux
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I’m a Believer
Ogni tanto facciamo la nostra puntatina al cinema; girellando tra i trailer avevo segnato un paio di film decidendo che non sarei andato a vederli: uno è un remake di un film degli anni ’80, trash come da etichetta, e l'altro invece mi avrebbe dovuto incuriosire perché se n’è fatto un gran parlare, specialmente negli ambienti pagani.
Il primo film è Scontro tra titani, il secondo è Agora.
Avevo anche detto pubblicamente, o meglio in un paio di blog amici che nella migliore delle ipotesi avrei aspettato il passaggio sul benedetto Sky. Si, sono un contaballe ma per lo meno non sono uno spergiuro.
Ricordo bene di aver visto in gioventù il primo, quello in cui per qualche strano motivo erano finiti Maggie Smith e Sir Laurence Olivier, e di averlo trovato una cagatina. Il mito era andato in vacanza a Disneyland o a Pufflandia quando qualche disgraziato ha scritto il copione, perché si e no forse i nomi di alcuni personaggi erano azzeccati… per il resto, tra trama e fatti narrati nei classici, buio pesto: molto meglio le promesse di fedeltà di Ilona Staller ai suoi morosi.
Bene, la nuova versione è pure peggio: pur facendo uno sfoggio di grafica 3D da far quasi rizzare i capelli ad Avatar, non arriva ad avere neanche un po’ della baracconaggine trash del primo, ed ha un cast in diminuendo; Zeus è scivolato da Laurence Olivier a Liam Neeson (che per quanto sia un bravo attore non è certo un mostro sacro, anzi un mito come il suo predecessore), mi trovo Ralph Fiennes che interpreta un Ade talmente stravolto e rovinato che pare diventato un Satana da operetta, mi mancava solo che si mettesse a recitare i versi di Euridice da Orphée aux Enfers (lo so, ficco Offenbach dovunque):je quitte la maison
parce que je suis morte,
Aristée est Pluton…
et le diable m’emporteIl tutto corredato dalla moretta di turno: stavolta si tratta della Inachide Io, proditoriamente esumata non si sa da dove ed interpretata da una ragazza che avevo scambiato per Alessandra Martinez, poi però ho capito che non era lei perché ha cambiato espressione del viso ben due volte durante il film. Stendo un velo pietoso, anzi verso una botte di acqua del Lete su quello che il copione fa alla e della mitologia.
Di quel film mi resta una sola cosa: le cosce di Perseo, interpretato da Sam Worthington, lo stesso belloccio che era protagonista di Avatar. E mi limito alle cosce, purtroppo, perché è stato sempre troppo vestito per tutto il film, nonostante quel gonnellino birichino che avrebbero potuto corredare di un paio di mutande un po’ più vedo-e-non-vedo, un tanga o magari un perizomuccio alla Tarzan – Johnny Weissmuller; gonnellino che mi fanno notare lascia intuire un culetto su cui potresti tenere in equilibrio una coppa di champagne. Siamo onesti, un film del genere non vincerebbe nemmeno il premio della giuria del Dopo Lavoro Gorgoni Pensionate, ma di tutto cuore assegno a Sam Worthington il premio Pecosso d’oro per quel cosciotto sul quale vorrei mettere tanto le mani. Slurp!
Il secondo film è Agora, e dovrebbe parlare della vita ma soprattutto della morte della filosofa Ipazia, trucidata dai cristiani. Ad interpretarla Rachel Weisz, attrice con un curriculum discretamente lungo, e che io ricordo solo per essere stata al fianco di Brendan Fraser ed Arnold Vosloo in La Mummia: mi è simpatica, è carina e non pretenziosa (la Weisz, non la Mummia); forse potei approfondire la sua filmografia.
Di Agora s’è detto di tutto, dal complotto vaticano per non farlo distribuire in Italia alle cifre iperboliche pretese per farlo distribuire: sinceramente non me ne importa un fico, vere o false che siano tutte, alcune o anche solo una di queste voci. Come ho detto altrove, non ho una formazione classica che mi permetta di capire se quanto attribuito nel film ad Ipazia sia vero o meno, né ho mai avuto a che fare direttamente e troppo a lungo con la filosofia; ho qualche vago rudimento della filosofia della Madhyamika di Nagarjuna e della Prasangika di Candrakīrti, ma sono cose che ho cercato di studiare anni fa, perse nelle nebbie del tempo e della teresina.Che cosa mi ha lasciato questo film? La cromia delle immagini di Alessandria vista dal cielo (Google Earth?), la ricostruzione della città che mi fa venire in mente i vecchi peplum con Moira Orfei o Totò contro Maciste; la tristezza del messaggio “O con noi o contro di noi”, “O ti allinei o muori”; l’evidenza che della religione non importava nulla a nessuno come spiritualità, ma solo come mero esercizio di potere, quasi un celodurismo legaiolo ante litteram che andava di lapidazione in massacro solo per stabilire chi l’aveva più grosso.
L’atteggiamento di una buona fetta di pagani, o per così dire di veteropagani, che continua a blaterare su quanti pagani sono stati ammazzati dai cristiani di qualsiasi ramo, setta e formazione mi sta sullo stomaco soprattutto perché, ammesso e non concesso che la storia sia tutt'altro un’opinione, anche i pagani hanno ammazzato i loro bravi cristiani, e non vedo perché andare a rivangare certe cose tanto per darsi un tono da vittima. Voglio dire, è come essere amanti della birra ed impuntarsi a non andare all’Oktoberfest perché il tuo bisnonno è morto a Caporetto e tu ti senti in dovere di odiare i Tedeschi: ma per favore… non so, a me hanno sempre cercato di insegnare che si guarda avanti quando si cammina, non indietro e magari portandosi i carichi che aveva sulle spalle il bisnonno di cui sopra. Paganamente, Orfeo ha perso tutto quando ha guardato indietro; biblicamente, è successo anche alla moglie di Loth. Mi spiace, ma ho di meglio da fare nella vita che coltivare rancori accumulati da altri in secoli: ne ho già più che abbastanza dei miei, collezionati nel giro di 42 anni e dei quali faticano per liberarmi. Posso rimpiangere di più il totale annichilimento d’alcune culture, ma neanche in questo i cristiani o i loro derivati sono stati degli innovatori, e ha usato molto anche il meccanismo del sincretismo religioso, cosa ampiamente sfruttata già secoli addietro: pensiamo alla Grande Madre degli Dèi e a tutte le sue forme e varianti. Con questo non voglio dire che i morti, i martiri veri e anche cui possiamo dare questo nome vadano dimenticati o non rispettati: ma giustamente se dobbiamo costruire qualche cosa dobbiamo partire dalla vita.
La cosa che Agora mi ha maggiormente richiamato, tuttavia, è il meccanismo di deridere ciò che tu ritieni sbagliato per screditarlo, e conseguentemente trattare da idiota chi segue idee diverse dalle tue, magari saldamente radicate e sostanzialmente giuste, ma in antitesi al tuo pensiero. Vedere il vescovo Teofilo e i suoi amichetti che lanciavano ortaggi sulle statue di Atena o di Anpu ridendo perché “non parlavano né si lamentavano” mi ha fatto pensare che se volessimo analizzare certe cose da un punto di vista razionale, persone che credono che un ragazzo ebreo, uomo e contemporaneamente dio unico ma trimorfo e padre di sé stesso al punto che ha avuto bisogno di una mamma vergine che è stata fecondata da una visione, ci aiuterà in quanto dio perché noi siamo tutti figli di una squinternata incestuosa costola antropomorfa che s’è fatta infinocchiare da un serpente parlante, e ci ha mezzo rovinati tutti per l’eternità dei secoli a venire non hanno idee molto diverse da chi crede che se dormo nella stanza dell’altare di Asclepio mi sveglierò guarito perché il dio in sogno mi ha curato. Analogamente, avrei voluto vedere se Ipazia avesse preso a pomodorate un’immagine del dio cristiano se questa si sarebbe lamentata, parlando come il Cristo di Don Camillo, oppure no.
Perché uno che cerca di essere sé stesso, facendo anche una fatica immane cercando di capire chi e che cosa è, deve per forza sentirsi trattare da pirla, nella migliore delle ipotesi, solo perché non è omologato?
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Avatar
Dopo un po’ di vai e vieni, finalmente ho visto Avatar. Due ore e mezza abbondanti passate in un soffio, nonostante il mal di testa che mi fanno venire gli occhialini (occhialoni, semmai) 3D e la signora seduta accanto a me che non è stata zitta cinque minuti. Sedendomi mi ero preoccupato, visto che i posti alla destra del mio erano occupati da un gruppetto di adolescenti con cellulari, mastelli di popcorn e bottiglie di coca-cola; a sinistra avevo solo una signora con la nipotina sui dieci-dodici anni… la nonna ha passato tutto il tempo a richiamare l’attenzione della nipote sul tizio che tirava fuori il mitragliatore, sul carnivoro con i denti che parevano rastrelli, sul volatile ottenuto incrociando un pipistrello, un pappagallo e un pesce tropicale, e così via.
Il film mi è piaciuto molto, tanto che non mi sono nemmeno addormentato durante la proiezione, come mio solito.
La trama è semplice, a tratti banale, è vero, ma non è su quella che si regge il film; gli effetti speciali sono massicci e semplicemente favolosi, usati per ricreare perfettamente un mondo alieno (ma neanche poi tanto) in maniera tale che lo fanno risultare naturale, come se fosse un documentario del National Geographic. Ho amato da subito le strane forme di vita che popolano Pandora: gli immensi alberi, i delicatissimi e sorprendenti fiori, le enormi piante, gli stravaganti volatili ikran, il terribilissimo uccello Toruk, moltissime di queste forme di vita sono anche caratterizzate da un’inaspettata bioluminescenza molto diffusa che crea degli effetti bellissimi, tenuto conto che una grande parte delle scene è girata di notte o nella penombra della fittissima foresta pandoriana. I nativi di Pandora, i Na’vi, mi hanno lasciato un po’ spiazzato per via del loro aspetto: tra tutte le creature viste nel film, umani a parte, sono i soli a non avere quattro braccia, ma in compenso hanno quattro dita per mano e per piede; hanno pure la coda, e una bella trecciona di capelli decorativa quanto funzionale. La forza del film, a mio vedere, va ben oltre la computer grafica: è nel suo essere una favola, bella, equilibrata, e come tutte le favole dotata del suo bravo risvolto morale.
L’idea che la natura sia un continuo, un grande arazzo in cui ogni singola creatura è collegata alle altre, è perfettamente calzante per descrivere quello che è la realtà dell’interconnessione delle specie viventi nell’ambiente, di qualsiasi ecosistema si tratti.
Nel film andiamo un po’ al di là della visione da biologo, galoppando nelal direzione dell’animismo: tutte le creature hanno uno spirito, e tutti gli spiriti sono collegati tra loro e con quella che i Na’vi chiamano Eywa, la divinità immanente di Pandora, divinità panteistica che potrebbe benissimo essere il pianeta stesso come potrebbe essere la summa di tutte le anime di tutte le creature vive e trapassate, di qualsiasi forma e natura. Eywa protegge l’equilibrio della vita, non si occupa esclusivamente del popolo degli Omatikaya, o degli alberi delle voci, o degli ikran, o di un singolo essere. Eywa si prende cura di tutto ciò che nasce, che cresce, che muore poi rinasce, in un eterno ciclo.E di nascita, crescita, morte e rinascita parla il film, più esattamente nella figura del protagonista, un ex marine invalido di nome Jake Sully che si troverà ad essere parte di una missione per puro caso: suo fratello gemello è morto, e agli americani serve una persona che abbia il suo stesso genoma per poter controllare un Avatar, un ibrido creato in laboratorio da DNA umano e Na’vi. Grazie a questo suo nuovo corpo Jake scoprirà di nuovo la vita, ed con una visione molto più ampia di quello che gli poteva permettere il suo corpo umano, finendo per diventare in spirito prima e in concreto poi un membro effettivo della tribù degli Omatikaya, imparando il rispetto per le alte forme di vita, quale che sia la loro diversità; capendo soprattutto che la diversità è un concetto assolutamente relativo, tanto che basta cambiare punto di vista per scoprire che non è poi così grande o terribile, e che sovente la ragione non sta dalla parte di chi credevamo l’avesse.
Come dicevo prima, è una favola, più che un filmone epico, più che un film di frontiera del genere di “Alla conquista del west”; non credo arrivi ad essere una parabola, ambientalista o no come è stato detto dai vari detrattori, ma di sicuro ci fornisce degli ottimi spunti di riflessione.
Mi è piaciuto molto, sono uscito dal cinema più rilassato e divertito, ma quasi quasi aggiungerei anche edificato da quello che avevo visto.
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Dialoghi
Dal ventunesimo episodio della terza stagione di Vita da Strega: Il processo di Zia Clara.
Samantha e Zia Clara parlano dell’ultimo fine settimana che la zia ha trascorso nel castello di una tale Lady Montague, si è molto divertita ma c’è stato un piccolo incidente.
Zia Clara: sono stata benissimo, davvero bene, tranne un piccolo particolare.
Samantha: cioè quale?
Z. C.: Oh, a me non è sembrato così tragico, ma a giudicare dalle conseguenze c’è da pensare che sia stato un disastro [...] Dunque ecco… ehm… siamo andati a caccia e… e… e io… oohm… ho sparato a un cane di Lady Montague!
S.: sarà stata una cosa terribile!
Z. C.: un vero disastro.
S.: Lady Montague si sarà arrabbiata moltissimo.
Z. C.: no no no no, era solo furiosa. Ha detto che non avrebbe mai creduto che potesse esistere nessuno con una mira così approssimativa.
S.: ti sei almeno scusata?
Z. C.: certamente no! Piuttosto le ho detto che la mia mira è perfetta, e che avrebbe dovuto dirmelo che andavamo a caccia di uccelli! -
Witches abroad
Ho da poco finito di leggere un libro che mi ha fatto ridere come non ridevo da anni, è Streghe all’estero di Sir Terry Pratchett.
Lo stavo leggendo in corriera mentre andavo a recuperare l’auto, e ad ogni pagina sghignazzavo neanche tanto sotto i baffi; credo fosse dai tempi degli ultimi libri del ciclo del Castello di Blandings di Wodehouse che non ridevo così leggendo un libro.È ambientato nel Mondo Disco, una felice invenzione narrativa di Pratchett, è per l’appunto un mondo piatto, che vaga nel cosmo sostenuto dalle schiene di quattro elefanti, che a loro volta poggiano sul dorso di una tartaruga, la Grande A’tuin (che è lunga circa 100000 km). Come funziona il tutto, visto che scappa prepotentemente dalle leggi della fisica? Ma con la magia, no? Nulla di strano quindi se troviamo una Guardia Cittadina nella città di Ankh-Morpork composta di umani, di nani, di licantropi e di troll o se nelle fabbriche in città si usano i golem perché sono una manodopera economica ed affidabile. Però, a sorpresa nel Mondo Disco le streghe preferiscono non ricorrere alla magia, ritenendo che la psicologia (quella cui la più famosa di loro, e probabilmente la più potente, Nonnina Weatherwax si riferisce col termine di “testologia”) possa essere spesso molto più efficace; salvo eccezioni come in questo libro le streghe di Pratchett svolgono piuttosto il ruolo di erboriste o di giudici per le controversie del paese che quello delle streghe macbethiane.
La storia è semplice, eccola dalla quarta di copertina:
C’era una volta una fata madrina di nome Desiderata che aveva un cuore d’oro, una mente saggia e una scarsissima capacità di fare piani a lungo termine. Così, quando Morte venne per lei, si trovò a dover lasciare la sua figlioccia nelle mani di un’altra -molto ma molto meno buona e saggia- fata madrina sostituta… Così adesso spetta alle tre streghe Magrat Garlick, Nonna Weatherwax e Tata Ogg il compito di saltare sulle loro scope (almeno quelle su cui non bisogna prendere la rincorsa per farle decollare) e dirigersi verso la lontana Genua, per fare in modo che una povera servetta strapazzata dalle sorellastre non sposi il principe dopo il gran ballo di corte. Il compito, pur sembrando abbastanza semplice, si rivelerà decisamente più complesso del dovuto. Già, perché viaggio, nani, vampiri e lupi mannari a parte, pare proprio che le servette debbano sposare i principi. Tutto ruota intorno a questo. E non si può combattere contro un lieto fine. Almeno fino ad oggi…Cito a caso un dialogo tra le nostre streghe e una loro collega vuduista di Genua:
La signora Gogol si fermò e sollevò un braccio. Ci fu un frullare di ali.
Greebo, che si stava strusciando ossequiosamente contro la gamba di Tata,guardò in alto e soffiò. Il gallo più grosso e più nero che Tata avesse mai visto si era posato sulla spala della signora Gogol, e le rivolse lo sguardo più intelligente mi riscontrato in un uccello.
“Perbacco” disse, spiazzata. “Mai visto uno così grosso, e dire che ne ho visti parecchi ai miei tempi”
La Signora Gogol inarcò un sopracciglio critico.
“Non ha mai avuto un’educazione come si deve” sospirò Nonna.
“Visto che abitavo vicino ad un allevamento di polli, stavo per dire” aggiunse Tata
“Questo è Legba, uno spirito oscuro e pericoloso” disse la signora Gogol. Si chinò in avanti e disse a mezza bocca: “Detto tra noi è solo un grosso gallo nero. Ma sapete com’è.”
“La pubblicità paga” convenne Tata. “Questo è Greebo. Detto tra noi, è un diavolo dell’inferno”
“Be’, è un gatto” disse la signora Gogol, magnanima. “C’è solo da aspettarselo”.(Il Greebo in questione è il gatto di Tata Ogg: nero, enorme, guercio, con le orecchie mangiucchiate nei combattimenti, e dotato di aggressività e libido smisurate, per quanto Tata Ogg lo veda come un tenero cosino peloso.)
Terry Pratchett crea il genere fantasy comico, con caratteristiche di humor inglese alla Wodehouse, ma con riferimenti colti a piene mani: troviamo tracce di Shakesperare, di Tolkien, citazioni di miti antichi, di fiabe, di leggende e di romanzi ottocenteschi, il tutto colorato con degli accenti di comicità che possono richiamare i Monty Python o Jerome K. Jerome. Il suo prestigio come scrittore è tale che una cittadina del Somerset, Wicanton, ha pensato bene di gemellarsi col Mondo Disco, e di intitolare i nomi delle vie di un nuovo quartiere residenziale con elementi tratti dai romanzi di Pratchett, di cui alcuni suggeriti da lui stesso. Nel 2007 Pratchett ha annunciato al mondo di essere affetto da una forma di alzheimer che gli lascia pochi anni di vita, ma precisando di avere il tempo “ancora per qualche altro libro”, tuttavia non è più in grado di aggiungere le dediche agli autografi sui suoi libri.
Nota: tra le pagine 191 e 192 mancano 10/11 pagine per un errore della Salani, rendendo così incomprensibile in parte una scena. Le ho trovate in un blog in giro per la rete, si possono scaricare in file PDF.
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Maga Magò
Oggi ho letto una cosa sul blog di ziacassie, e mi ha fatto tornare alla mente una vecchia amica. È da molto che volevo dedicare un post anche a lei, dopo aver parlato delle sue colleghe Nocciola e Amelia; chi è? Ma la magnifica, splendida maga Magò!
Madam Mim, per noi Maga Magò, esordisce nel mondo nel 1963 apparendo nel film La spada nella roccia della Disney; è la rivale acerrima di Merlino, ci viene presentata come strega pazzerellona, un po’ suonata e un po’ sciatta e, nel complesso, malvagia. Chiaramente è molto diversa dalle leggendarie avversarie di Merlino nel ciclo di re Artù, ma in un cartone animato può succedere di tutto.
Chi ha visto il film ricorda bene la canzone:Se con un ditin
io sol tocco un fior…
zum para pin pin…
si spampana e muor!
Sol il demonio
uguagliare mi può:
io sono la magnifica,
splendida, maga Magò!Posso gonfiar fino al camin,
farmi piccina come un topin,
fattucchiera o nera magia
è specialità mia:
io sono la magnifica,
splendida, maga Magò!Posso aver fascino,
un bel visin,
ugola d’or,
morbido crin,
ma non farti illusion
perché… zum para pon…
io sono la magnifica,
splendida, maga Magò!Il personaggio verrà ripreso nelle storie a fumetti, con alterne vicende: a volte la vediamo collaborare con Amelia, sebbene non abbiano rapporti idilliaci; altre volte è ora complice ora avversaria della Banda Bassotti; spesso è innamorata, in genere fa la corte a Macchia Nera -che non ne vuol sapere-, di rado la vediamo con una cotta per Capitan Uncino -che non ne vuol sapere-, più di frequente per Dinamite Bla -che non ne vuol sapere nemmeno lui-; è usata come comprimaria in storie con Topolino e/o Pippo, oppure con i Paperi (in genere associata a Paperone).
Magò, dapprima caratterizzata come malvagia, col tempo diventa più una scontrosa che cattiva, amante della tranquillità della sua casa, magari interessata ma non tanto perfida, salvo ad inviperirsi quando viene toccata la sua dignità di grande strega. E ne ha ben donde, visto che pur non brillando per avvenenza come invece succede con Amelia, è una strega potentissima: sa volare, può assumere qualsiasi forma, trasmutare la materia e vedere il futuro con la sfera di cristallo. Forse perché il nome è simpatico, forse perché molta gente può aver visto il film e non leggere i fumetti, ma quando si parla di maghe o cartomanti televisive spesso le si indica col nomignolo di maga magò invece che amelia o nocciola; Magò è quasi diventata un sinonimo di strega cialtrona e imbrogliona, mentre secondo me è soltanto una donna un po’ rustica e molto attaccata alla sua tranquillità, come può essere lo stesso Dinamite Bla cui le fa alle volte gli occhi dolci.
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Dialoghi
Samantha: non l’ho ancora detto a Darrin, voglio fargli una sorpresa. Zia Clara, avremo un bambino!
Zia Clara: ehm… noi?
S.: no, zia. Darrin e io.…………….
Zia Clara: tranquilla, cara. Dove c’è una strega c’è una soluzione.
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Un curioso tributo
Stavo facendo ricerche sul perché nei cofanetti dei dvd di Vita da strega non ci siano tutti i doppiaggi italiani, ed ho scoperto una cosa che non avrei mai sospettato. A Salem, ridente cittadina nello stato del Massachusetts (USA), ascesa alle cronache per dei processi alle streghe celebrati nel 1692, e dove sono stati girati diversi episodi di Vita da Strega è stata inaugurata qualche anno fa una statua in onore di Elizabeth Montgomery, un bronzo quasi a grandezza naturale che la ritrae nei panni di Samantha mentre vola a cavallo di una scopa.
Mi lascia un po’ perplesso la collocazione: è stata messa davanti al museo dedicato a Lizzie Borden, che verso la fine dell’800 fu imputata di aver ucciso brutalmente padre e madre; ne venne fuori un caso mediatico ben prima dell’invenzione di Porta a Porta, e tuttora foraggia testi di criminologia… un museo dedicato ad una presunta assassina, della quale non mi pare sia stata mai accertata la colpevolezza; interessante, ma perché a Salem? La Borden era di Fall River, sempre nel Massachusetts, ma con Salem non ha nulla a che fare.
E perché metterci davanti Samantha? Forse per creare un po’ di equilibrio tra l’oscura Lizzie e la solare Samantha Stephens – Elizabeth Montgomery?
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Dialoghi
Ieri ho finito di centellinare la prima stagione di Vita da Strega, gustosissimi alcuni dialoghi.Darrin sta facendo una campagna pubblicitaria per delle caramelle di Halloween usando immagini di streghe brutte: nasone bitorzoluto, cappellone nero, scopa, denti marci, bava alla bocca, unghie come artigli. Samantha lo vede e protesta vivamente perché questo la offende molto. Stralcio:
Samantha: tu stai danneggiando l’immagine di una minoranza etnica!
Darrin: quale sarebbe?
S.: le streghe!
D.: ma la gente non crede nell’esistenza delle streghe.
S.: e questo che c’entra?In un altro episodio Zia Clara sta avendo un bel successo come baby sitter perché i bambini apprezzano molto il fatto che sia una strega. Tuttavia una madre acida e rompipalle (che non a caso si chiama Mrs. Bane) la porta davanti al giudice.
Giudice: Zia Clara… non ha un cognome?
Zia Clara: non ce n’è bisogno.
[…]
G.: quando lei dice ai bambini che è una strega lo fa per spaventarli?
Z. C.: oh no, io sono davvero una strega. Siamo persone come tutte le altre, solo che sappiamo fare qualcosa di più degli altri.
G.: e in che cosa consiste questo extra?
Z. C.: alcuni dipingono, altri fanno musica, come Rembrandt o Mozart.
G.: vuol dirmi che Rembrandt e Mozart erano degli stregoni?
Z. C.: oh, ma non crederà mica che fossero persone normali, vero? -
Charmed
Parliamo ora di un’altra serie tv che ha a che fare con la magia: Streghe (Charmed).
La trama è semplice, in breve si tratta della storia delle sorelle Halliwell: Prue (Shannen Doherty, la ex Brenda che brinda in branda di Beverly Hills 90210), Piper (Holly Marie Combs) e Phoebe (Alyssa Milano), che ad un certo punto della loro vita scoprono di essere delle streghe, e pure molto potenti, quindi si mettono a combattere il male, salvando innocenti e combattendo demoni. Alla fine della terza stagione Prue muore e per sostituirla salta fuori una quarta sorella sconosciuta, Paige (Rose McGowan), figlia della madre delle sorelle e del suo angelo bianco; gli angeli bianchi sono grossomodo angeli custodi delle delle streghe. Nulla di strano, in famiglia: anche Piper sposerà il suo angelo bianco, Leo (Brian Krause), con il quale riuscirà due figli: Wyatt e Chris, i soli maschi della famiglia, perché dall’epoca di Salem in avanti le donne della famiglia avevano avuto sempre e solo figlie femmine.Mi sono appena visto tutte le otto stagioni delle avventure delle sorelle Halliwell, gentilmente concesse dalla Suocera che mi ha prestato i suoi cofanetti di DVD da quando sono rimasta a casa per l’infortunio del dito pestato; e qui è doveroso citare una recensione volante fattane da Ale:
Mia mamma si è comprata tutti i DVD della serie dalla prima alla ottava!!!!!!!!!!
Ora li ha prestati a Mauro che se li sta gustando. Ricordo la Shannen Doherty che era leggermente sul marmoreo! il suo personaggio di Prue riassume il nome involontario (perché non capisce l'inglese) che mia mamma le ha dato: PRUNE (prugna secca). La Piper è una strega alla carlona, quando elimina demoni sembra che li faccia esplodere alla "Va’ te ciava", non parliamo poi delle sue Piper mentali, la piccola Phoebe, la bomba sexy del trio, fa sfoggio del suo bel davanzale per concupire qualsiasi essere di sesso maschile le si piazzi davanti; la quarta sorella Paige, apparsa dopo la morte della Prugna secca, è la stravagante del gruppo che ammicca molto al mondo gotico/dark (se non erro l'attrice era all'epoca la fidanzata di Marilyn Manson), tuttavia da quando è apparsa la McGowan il telefilm ha preso dei connotati divertenti. Il mio preferito era Cole, un bel giretto con lui me lo sarei fatto volentieri, come attore lascia il tempo che trova ma per il resto…Che dire?
La Pipper (Piper) è una donna insopportabile, talmente rigida che sembra aver ingoiato un manico di scopa, anche se la nonna l’ha educata bene e sa che non è fine mettere la bocca dove tutti mettono le mani. È talmente imbalsamata che anche quand’è in scene di intimità con Leo (vedi zumpa zumpa sotto la doccia, magari) riesce ad essere ingessata, da brava sociopatica sessuofobica, e non si capisce come abbia fatto a scodellare due figli con tutti i problemi comportamentali che ha. Del resto, dopo aver avuto storie con demoni, fantasmi e umani di scarto s’è messa con un coso che sbarlùsega, una cosa a forma di uomo con lo stesso carattere di un whisky senza alcool, piagnone, depresso, mammome e con la dentiera sbiancata col chewing gum allo xilitolo. Da notare che il caratteraccio della Pipper tende a sfociare nella violenza domestica, lei mena il marito: Fibi ci fa notare col suo eterno candore che “Piper fa esplodere spesso Leo quando litigano”.La Brum (Prue) era pure peggio, viene spontaneo pensare che per fortuna è morta; sempre pronta a passare dal ruolo di zoccola imperiale “vorrei ma non posso” a quello di madre putativa delle due sorelle più sceme, e non ho ancora capito bene se era solo per una questione di faccia di tolla mostruosa che le serviva a coprire le sue bravate o perché era schizofrenica.
La Fibi (Phoebe) è la più simpatica, l’ho sempre vista come un’eterna bambina squinternata e sola che non è mai uscita da Disneyland, salvo che per comprarsi un paio di tette nuove delle quali va tutta orgogliosa: è tutto sommato la più spontanea anche se non certo la meno complessata delle tre; più che altro è stata segnata molto dalla solitudine.
Tra le sorelle è quella che ha avuto la strada sempre in salita, faceva fatica ad avere amici e per socializzare al liceo faceva la matta; poi passa tutte le otto stagioni ad inseguire l’idea di trovarsi un moroso ma che regolarmente si rivela essere una ciofega fin quando gli Anziani (pesantissimi bacchettoni rompiballe, convinti di poter fare di tutto perché loro sanno quello che è meglio per gli altri, al pari dei Sartan di Weis e Hickmann), forse anche per ripagarla parzialmente del fatto di averle tolto i poteri, non le mandano Cupido, anzi UN Cupido (Victor Webster), perché a quanto pare ce ne sono molti: in pratica, tutti i flirt umani che ha avuto sono andati a finire male, esattamente come alle altre sorelle e alle altre donne della famiglia, e lei deve mettersi per forza con qualcuno di simile a lei, strega o entità soprannaturale, ma non un umano.
È quella col carattere migliore, più solare e contenta della vita, ma che finisce per scontarla con la solitudine e con un cuore disastrato, che solo il suo Cupido riuscirà a guarire anche se a fatica; è molto bella anche la puntata in cui la Veggente, una demone che voleva diventare umana, stringe amicizia con Fibi che finalmente ha trovato qualcuno di molto simile a lei sia per poteri (Fibi ha il potere della premonizione, poi le spunteranno per un po’ levitazione ed empatia finché non le verrai tolti a forza) sia per carattere giocoso, ma finisce male: la Veggente viene uccisa sul più bello dal demone Zankou che per distruggerla assume proprio le sembianze della nuova amica.
È anche quella più realizzata professionalmente e che ha scelto di crescere. Da mezza suonata che era all’inizio ha lottato per laurearsi e, dopo peripezie varie, piove casualmente in un giornale in cui trova il suo lavoro ideale, che le piace e la diverte. La Pipper, nonostante volesse fare l’imprenditrice di sé stessa, non sembra mai essere tanto felice del suo lavoro al P3, mentre Peìgg pare rilassarsi solo quando inizia a far la preside della scuola di magia, ma che non è certo un’occupazione retribuita che le possa toglier le ansie da scadenze di fine mese, e infatti poi lascerà anche quella per mettersi a fare la disoccupata periodica.
Come ho già detto, Fibi è una bambina dentro: non perdendo mai la voglia di andare avanti e anche di giocare, perfino quando era ossessionata da Cole (prima, durante e dopo la loro storia) trova sempre la forza di tirare su anche i cocci delle sorelle -specie della Pipper che passa la vita a piangersi addosso-.
Che poi abbia un gusto orrendo per l’abbigliamento è un un altro conto, ma tra le tre (o quattro) è quella che veste meglio: Peìgg inalbera certi colorini che sfidano le botteghe di vestiti cinesi, e Pipper si copre più che vestirsi.La Peìgg (Paige) ha parecchio da riscattare, povera piccina: dal passato di trovatella al fatto di essere uno scherzo genetico, come i suoi nipotini (per quanto il giovine Chris sia venuto su molto meglio delle zie e della madre), al fatto di essere l’ultima ruota del carro, tirata fuori dal cilindro magico solo per tappare qualche buco; zelante e casinara, sembra tuttavia essere in grado di far meglio da sola certe cose delle sue due sorelle maggiori messe assieme.
Uno dei personaggi più simpatici della serie è la nonna, quella svitata della Penny (Jennifer Rhodes): peccato che gli autori ne abbiano fatto solo una specie di Endora da mercato delle pulci, un tantinello ninfomane esattamente come le nipoti (ex sessantottina e figlia dei fiori, tra parentesi e pure lei s’è fatta di tutto: da N mariti a demoni a chissà che altro) e altrettanto incapace di gestire i sentimenti ed il caratteraccio infame che si ritrova, e che la Pipper ha ereditato per la maggior parte; per giunta, il fatto di essere morta non solo non la limita minimamente ma la fa anche essere più saccente e rompiballe.
Gradevole anche il personaggio di Patty (Finola Hughes), la loro madre (peraltro morta pure lei, ma che scorrazza per casa ogni tanto).
Tra i maschietti spiccano Cole Turner (Julian MacMahon), moroso mezzo umano e mezzo demone di Fibi, e il demone Zankou (Oded Fehr, visto anche con Brendan Fraser in La Mummia – Il ritorno), che per poco non riesce a far fuori le tre sorelle nella settima serie. Significativo che i manzi siano due cattivi; l’altro uomo carino è Chris (Drew Fuller), figlio di Pipper e baba-Leo che piove ventitreenne in casa Halliwell dal futuro.Cole non è un grande attore (nonostante una nomination al Golden Globe per un episodio di Nip & Tuck) però ha un fisico da urlo che non perde occasione di mostrare, fisico che compensa un muso espressivo come una patata al vapore; era meglio quando trasformandosi nel demone Belthazor si travestiva da ultras cornuto del Milan, per tacere il fatto che la sua storia con Fibi è abbastanza penosa da quanto è assurda, ma mai quanto le psicopippe della Pipper e di baba-Leo.
Zankou, invece, è ben calato nella parte di bel tenebroso, e per quanto non esibisca bicipiti e pettorali villosi come Cole l’ho trovato molto più fascinoso, forse perché ha l’aspetto di un sano mediorientale e non di un americano de plastegon. Va beh, MacMahon è australiano e non americano ma il senso è quello.I più credibili sono Victor Bennet (Tony Denison / James Read), il padre delle tre matte originali, e Darryll Morris (Dorian Gregory), il poliziotto che alla fine cerca di cavarsele di torno, per la serie “preferisco vivere”: due persone normali, senza poteri strani, che sono state marginalmente buttate nel gorgo di casini cosmici che combinano le sorelle; la vita di Morris, infatti, è talmente normale che il solo screzio con sua moglie -eccezion fatta per quando lei assume la posizione autoritaria “O me o loro”- accade perché lui non le ha portato dei dolcetti di marzapane che le piacciono tanto, e per questo lei lo manda a dormire sul divano.
Robert Massello, il consulente mitologico degli autori, deve aver studiato guardando Pollon o comprando il libri dove la Ikeda ha comprati i suoi per documentasi sulla storia di Francia quando ha ideato Lady Oscar; il costumista delle tre/quattro sorelle meriterebbe una denuncia per oltraggio al buon gusto ed alla moda, perché sono sempre vestite come delle cagne, indistintamente da quale delle quattro sia, anche se quella che si copre con meno cattivo gusto delle altre resta la Fibi, perché tra gli abiti della Pipper e il sacco nero dell’immondizia passa poca differenza, mentre la Brum vestiva sempre come un puttanon da sbarco, e la Peìgg sembra cercare i suoi abiti alla Caritas; si vede bene che nelle ultime stagioni il budget era al ribasso, perché i reggiseno scompaiono man mano che si va avanti col tempo.
Da un punto di vista esoterico, mitologico e puramente paragnosta il telefilm sta in piedi come le promesse di fedeltà di Moana Pozzi ai suoi morosi, e quel minimo che poteva avere di curiosità svanisce come i reggiseni mano a mano che andiamo avanti con le stagioni (nella sesta stagione mi trovo la Peìgg che offre da bere al bar a un orco, una ninfa ed un folletto irlandese senza che nessuno degli altri avventori presenti faccia nemmeno bau). Ora è saltato fuori che le streghe hanno anche un DNA diverso, con una terza elica: probabilmente sarà quella dell’ocaggine acuta.
La morte cerebrale della serie era stata documentata con la settima stagione che doveva essere l’ultima visti i picchi in caduta degli ascolti, salvo che poi Aaron Spelling decise di imbastirne su un’ottava ed ultima in extremis e a basso costo, riducendo gli stipendi dei protagonisti e falciando Leo in quanto inutile, così come l’ispettore Morris, per quasi tutta la stagione. D’altra parte penso sia normale che dopo otto anni la gente si sia stufata di vedere un trio di oche che non fanno altro che far esplodere gente, che muoiono e resuscitano ad ogni 3 x 2, che quando non sono alle prese con demoni e derivati sono isteriche perché non sanno gestirsi le relazioni e l’affettività. E che passano una mezza puntata a decantare che bel portapiume abbia Leo… o gli autori non hanno mai visto un bel culetto, o le sorelle sono veramente messe male!
Eppure, nonostante tutte queste pecche e le innumerevoli incongruenze e situazioni forzate, si rivela essere spettacolo gradevole, divertente nella sua inutilità e che non ha pretese di ambire a vette da Oscar o di scuola di recitazione (d’altronde con quel cast ci voleva solo un miracolo perché imparassero a recitare); si sforza anche di trasmettere dei valori positivi, per quanto in una visione molto americana, in un’ottica che purtroppo ricade a tratti nel manicheo ma che non risulta meno valida se letta dalle giovani generazioni.
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