Crea sito

Archivio per la categoria ‘Mito’

  • Diario di viaggio, capitolo quinto: boia mondo, com’è cambiata Parigi dai tempi di Arletty

    Data: 12.09.2010 | Categorie: Alessandro, Diario di viaggio, Mito, Vita quotidiana | Risposte: 2

    Arriva il sabato, e sempre sulle tracce della sempiterna Marie-Antoinette avevamo programmato una visita al castello di Compiègne: per arrivare alla ridente cittadina ci dobbiamo fare un viaggio in treno di un’ottantina di km, con partenza dalla Gare du Nord; già si comincia bene, suglio orari ferroviari figurano due stazioni che si chiamano Gare du Nord a Parigi. Lo scopo è gettare nella confusione i viaggiatori, e di far capire a quelli che prendono i treni che la Gare de Paris Nord è una figata, coi treni che vanno all’estero, mentre la Gare du Nord è quella proletaria, coi trasporti locali e suburbani: peccato che siano la stessa stazione, e che la reale distinzione riguardi solo i binari sui quali arrivano i diversi convogli.

    Arriviamo di buonora e facciamo i nostri bravi biglietti, carissimi tra l’altro: le ferrovie francesi pretendono 13 euri e 40 per una tratta di 80 km in seconda classe, con un treno simile ai nostri interregionali, contro la media degli 8,50 per una tratta equivalente in Italia ma in Intercity. Me cojoni. E il servizio non è esageratamente migliore di quello di Trenitalia (è vero che peggio non può essere). Mentre facciamo coda allo sportello siamo deliziati dalla vista di un oggetto, un’installazione (forse) artistica, delle dimensioni di un’edicola, che in pratica è un macchinario con pareti trasparenti in cui si vede girare una ruota dentata che aziona movimenti e lucine varie, e che ad ogni fine del giro fa aprire degli sportelli nella parte superiore per far uscire dei fiotti di fumo bianco; sembrava un aggeggio fatto col meccano ma molto, molto più grande dei giocattoli che costruivo da piccolo. Per evitare di passare un’ora a guardare codesto tafanario (1) facciamo due passi fuori, e scopriamo che se le zone attorno alle stazioni sono sempre zone di degrado, quella attorno alla Gare du Nord lo è più delle altre: non si conta il numero di clochard che abbiamo visto dormire sui marciapiedi, ma di certo non ne avevamo mai visti tanti tutti assieme. Dopo una decina di minuti di passeggiata ci rendiamo conto la Gare du Nord è un’istituzione fondata sul piacere, infatti nelle immediate adiacenze abbiamo trovato almeno cinque porno shop e due cinema porno già aperti alle nove del mattino. Se Arletty dovesse passare da quelle parti oggi non riconoscerebbe più la Parigi di quel film che le è rimasto appiccicato addosso per tutta la vita, Hotel du Nord. Che film è, chiederete voi? E io che ne so? Con lei ho visto solo Madame Sans-Gêne! Fa chic, tuttavia, pavoneggiarsi con arie da cinefilo.

    Arrivati a Compiègne facciamo a piedi il piccolo tratto tra la stazione ed il castello: la cittadina, per quel poco che abbiamo visto, è molto graziosa, ordinata e pulita. Un’attrazione locale sono i tre Picantins : tre statue che battono le ore sulla torre dell’orologio del municipio, vestite con abiti cinquecenteschi a rappresentare i tre nemici della Francia di allora: Flandrin le Flamand, Langlois l’Anglais e Lansquenet l’Allemand, e questi tre te li ritrovi disegnati dappertutto quando si parla di una qualsiasi manifestazione cittadina oppure di un negozio caratteristico; un po’ come la sempiterna gondoletta veneziana, magari con la lucina dentro. Davanti al municipio c’è una statua di Giovanna d’Arco, che ha più una posa da Marianna o da Libertà che guida il popolo (Delacroix) che non da eroina guerriera; sul basamento sotto la statua è riportata una frase della Pulzella: J’irais voire mes bons amis de Compiègne, ed è stata l’ultima cosa che ha fatto perché gli inglesi l’hanno presa proprio in quell’occasione; mi sa che avrei dovuto avere una mezza idea che Compiègne possa portare pegola quando l’abbiamo vista.

    Il castello ha l’aria un po’ dimessa, manca molto del lustro di Versailles o di Fontainebleau o del Louvre, non è esattamente splendido splendente. Come quasi molte delle ex residenze reali è un museo, ma per non farsi mancare nulla ne ospita tre: il Museé du Chateau propriamente detto, il Musée du Second Empire con il suo sotto-museo dedicato all’Imperatrice Eugenia, e il Musée de la Voiture. Che bello, direte voi. Che fregatura, rispondo io: si, perché il museo del secondo impero era chiuso per restauri, il museo delle vetture è visibile solo con un conferenziere che non era disponibile, gli appartamenti di Maria Antonietta e Luigi XVI idem, sono accessibili solo in determinati giorni perché a quanto pare a Compiègne hanno solo dei conferenzieri part-time, con orari a singhiozzo.

    Non posso dire nemmeno troppo bene dello stato di manutenzione di tutto il castello ed il parco, ho visto molto meglio girando per musei che non avevano la pretesa di essere parte dei Musée Nationaux; è pur vero che tutti i soldi che lo stato stanzia per questi capitoli di spesa vanno a Versailles, e per gli altri emette la sentenza di Bartolomeo Pandetta: “Arrangiati e spera” (da Zio Paperone e il ricupero… armato, testi di Rodolfo Cimino, disegni di Giorgio Cavazzano: "[...] il tribunale ha emesso la sentenza di Bartolomeo Pandetta – E sarebbe ? – Arrangiati e Spera [...] ").

    Siamo arrivati un po’ tardino, tra una cosa e l’altra, e visto che aspettavamo due gentili donzelle che sarebbero dovute forse arrivare -forse- nel pomeriggio decidiamo di fare prima il giro del parco e poi la visita al castello. Appena giù della terrazza del castello, lungo il viale che porta al giardino, si vedono delle belle aiuole fiorite con peonie, dalie e rose, e dei grandi pergolati a volta ricoperti di bignonie che creavano delle gallerie ombreggiate. E basta, il resto del parco è lasciato quasi brullo, non arriva ad essere nemmeno un giardino all’inglese: solo alberi, prato spoglio e semi diserbato e qualche cespuglio sporadico, come se volessero sparagnare sul giardiniere. Ale ha una consuetudine, fotografa sempre i fiori col castello che fa da sfondo ogni volta che può, gli dico spesso che potrebbe fare un album dal titolo Fisiologia e metafisica floreale nei parchi dei castelli: stavolta è stato costretto a barare, ridotto a quasi sdraiarsi per terra davanti ad un ciuffo di fiori di campo che avevano tutta l’aria di essere stai buttati giù dal giardiniere fantasma tanto per fare, magari da una bustina di semi comprata al LIDL in primavera. Non bastasse, le uniche foto decenti che gli sia riuscito di scattare sono state funestate da una sposa con l’abito a meringa che continuava a fare il suo servizio fotografico in ogni angolo disponibile ed immaginabile, e da un tizio con annessa famigliola rompiballe che aveva un sesto senso per infilarsi in ogni inquadratura ogni santa volta che la sposa-meringa si levava di torno.

    Pranzo al sacco, seduti sotto uno dei berceaux di bignonia, vedendolo da vicino si nota che sta perdendo i pezzi esattamente come i suoi colleghi sul resto dei viali; mentre sbocconcelliamo inorriditi i nostri panozzi con l’affettato notiamo un trio, affettato pure quello invece di essere "all’erta e pieno di brio", formato da due uomini sulla cinquantina ed uno che aveva la metà dei loro anni, davano l’idea di essere una famigliola composta dalla nipotina con le zie, oppure l’allievo coi due insegnanti: pare essere una costante, certi luoghi e certe persone (per lo più morte, ma non è condizione necessaria) attraggono sempre la popolazione omosessuale come i fiori della buddleja davidii attirano le farfalle; infatti noi eravamo lì, farfallosi e sfarfallanti come al solito, intenti a notare che in Francia c’è la moda del pelo a vista. Si, da noi è abbastanza da burino per un uomo tenere aperti i bottoni della camicia fino all’ombelico, magari esibendo anche una catenina d’oro che nelle peggiori ipotesi può raggiungere le dimensioni di una catena da bicicletta; invece lì quasi tutti hanno di sicuro i primi tre bottoni aperti, due in caso indossino una polo (giusto perché hanno solo quelli)… oddio, non nego che in qualche caso sia anche divertente o molto gratificante poter infilare un’occhiatina in un bel décolleté generosamente fornito, ma temo ci sia una certa differenza tra il buongusto ed il voyeurismo a tutti i costi. Un’altra cosa da segnalare è la toilette del parco, una sorta di chioschetto a metà tra il contadino e la baracca da spiaggia: l’esterno per lo meno; l’interno è un disastro, evoca tutte le immagini descritte da Liselotte nella sua lettera stercoraria: la prossima volta la riporto a Parigi… ma che dico? Pure in Italia me la riporto!

    Saputo che le ragazze non sarebbero venute iniziamo la visita al castello: gli interni sono notevoli, ed è un vero peccato che siano visitabili solo poche sale. Vediamo l’ennesimo letto di Napoleone, che a quanto pare dormiva dappertutto, ed è la riprova che era alto un puffo e una lattina (oppure dormiva seduto).
    Dopo la delusione di trovare chiuso il museo del secondo impero finiamo il giro con le stanze del museo dell’Imperatrice, che credo sarebbe più corretto chiamare Museo del Principe Imperiale: mi pare fossero cinque stanze (non ho sottomano una piantina del castello, e la memoria non mi aiuta) in cui era conservata un’infinità d’oggetti appartenuti a Luigi Napoleone, il figlio di Eugenia e Napoleone III, che andavano dagli abitini che aveva quando era ancora sul seggiolone alle uniformi che indossava da bambino alla giacca che vestiva quando è morto assieme alla zagaglia usata dagli Zulu per ucciderlo.
    Tutto questo mi dà l’idea che Eugenia avesse sviluppato un sorta di ossessione per il ricordo del figlio, ma credo che sia anche normale visto quanto gli era legata e visto che sei anni prima aveva perso anche il marito. Beh, con l’idea che ho sempre avuto di Napoleone III e di tutte le corna che metteva a sua moglie, se fossi stato al posto dell’Ugenì non mi sarei preoccupato troppo della vedovanza: tanto, lui già da vivo aveva l’elettroencefalogramma piatto.

    Ho scoperto divertito che in un corridoio sono appesi ben due ritratti di una diva divina del secondo impero: Hortense Schneider, che fu la creatrice dei ruoli femminili più belli nelle più famose operette di Offenbach, quelle che di solito vengono definite “l’Offenbachiade”: La Belle Hélène, Barbe-bleue, La Grande-Duchesse de Gérolstein, la Périchole.

    Ci si riavvia, e già che siamo di strada si visita anche la chiesa di Saint-Jacques, edificio che data dal 1200 o via di lì e che è l’antica parrocchia reale; usciamo dalla chiesa con la voglia di un gelato, che ci concediamo lungo la strada in una pasticceria-gelateria artigiana: ce lo serve una signora bionda molto cortese, con una cofana permanentata da fare invidia all’Antonella Clerici; io, beato e felice del mio cornetto mirtillo e pistacchio con la panna montata riesco a decapitare il ciuffo di panna alla prima leccata e a spatasciarlo sul marciapiedi davanti alla boccoluta madame. Ho infilato la mia brava figura da chiodi anche a Compiègne, ma era un po’ che era dietro l’angolo che aspettava di saltarmi addosso a tradimento, no? In via verso la stazione, col gelato in mano, ho anche costretto Ale ad aspettare che battessero le ore per vedere un po’ che numeri potessero fare i tre Picantins, del resto è noto che sono peggio dei bambini quando mi capitano per le mani queste cose: ci sediamo su una panchina davanti al comune, sotto la statua della Giovanna e aspettiamo. Oh, ‘sti tre citrulli hanno fatto solo un “dong” sulla loro brava campanella, e ciao! Dalla delusione e dal dispetto avrei voluto sputare in un occhio alla Pulzella, o è l’interazione con lei o è vero che Compiègne porta sfiga!



    Note: 

    1: tafanario è una parola veneta, indica principalmente il fondoschiena, dai quarti posteriori di equini e bovini sui quali si posano i tafani. Per traslazione indica anche un qualsiasi oggetto ingombrante.

  • Inno a Bacco

    Data: 30.05.2010 | Categorie: Divinità, Mauro, Miti personali, Mito, Operetta, Vita da strega | Risposte: 5

    Eurydice.

    J’ai vu le dieu Bacchus, sur sa roche fertile,
    Donnant à ses sujets ses joyeuses leçons:
    Le faune au pied de chèvre et la nymphe docile
    Répétaient ses chansons.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!

    Tous.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!
    Évohé! Bacchus est le roi!
    Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!

    Eurydice.

    Laissez, leur disait-il, les tristesses moroses,
    Laissez les noirs soucis aux profanes humains.
    Et vous, couronnez-vous des pampres et des roses
    Qui tombent de mes mains!

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!

    Tous.

    Évohé! Bacchus m’inspire,
    Évohé! Je sens en moi
    Évohé! Son saint délire,
    Évohé! Bacchus est roi!
    Évohé! Bacchus est le roi!
    Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!

    Jacques Offenbach, Orphée aux Enfers, libretto di Hector Crémieux

  • I’m a Believer

    Data: 04.05.2010 | Categorie: Alessandro, Film, Mauro, Mito, Vita da strega, Vita quotidiana | Risposte: 11

    Ogni tanto facciamo la nostra puntatina al cinema; girellando tra i trailer avevo segnato un paio di film decidendo che non sarei andato a vederli: uno è un remake di un film degli anni ’80, trash come da etichetta, e l'altro invece mi avrebbe dovuto incuriosire perché se n’è fatto un gran parlare, specialmente negli ambienti pagani.
    Il primo film è Scontro tra titani, il secondo è Agora.
    Avevo anche detto pubblicamente, o meglio in un paio di blog amici che nella migliore delle ipotesi avrei aspettato il passaggio sul benedetto Sky. Si, sono un contaballe ma per lo meno non sono uno spergiuro.

    Ricordo bene di aver visto in gioventù il primo, quello in cui per qualche strano motivo erano finiti Maggie Smith e Sir Laurence Olivier, e di averlo trovato una cagatina. Il mito era andato in vacanza a Disneyland o a Pufflandia quando qualche disgraziato ha scritto il copione, perché si e no forse i nomi di alcuni personaggi erano azzeccati… per il resto, tra trama e fatti narrati nei classici, buio pesto: molto meglio le promesse di fedeltà di Ilona Staller ai suoi morosi.
    Bene, la nuova versione è pure peggio: pur facendo uno sfoggio di grafica 3D da far quasi rizzare i capelli ad Avatar, non arriva ad avere neanche un po’ della baracconaggine trash del primo, ed ha un cast in diminuendo; Zeus è scivolato da Laurence Olivier a Liam Neeson (che per quanto sia un bravo attore non è certo un mostro sacro, anzi un mito come il suo predecessore), mi trovo Ralph Fiennes che interpreta un Ade talmente stravolto e rovinato che pare diventato un Satana da operetta, mi mancava solo che si mettesse a recitare i versi di Euridice da Orphée aux Enfers (lo so, ficco Offenbach dovunque):

    je quitte la maison
    parce que je suis morte,
    Aristée est Pluton…
    et le diable m’emporte

    Il tutto corredato dalla moretta di turno: stavolta si tratta della Inachide Io, proditoriamente esumata non si sa da dove ed interpretata da una ragazza che avevo scambiato per Alessandra Martinez, poi però ho capito che non era lei perché ha cambiato espressione del viso ben due volte durante il film. Stendo un velo pietoso, anzi verso una botte di acqua del Lete su quello che il copione fa alla e della mitologia.

    Di quel film mi resta una sola cosa: le cosce di Perseo, interpretato da Sam Worthington, lo stesso belloccio che era protagonista di Avatar. E mi limito alle cosce, purtroppo, perché è stato sempre troppo vestito per tutto il film, nonostante quel gonnellino birichino che avrebbero potuto corredare di un paio di mutande un po’ più vedo-e-non-vedo, un tanga o magari un perizomuccio alla Tarzan – Johnny Weissmuller; gonnellino che mi fanno notare lascia intuire un culetto su cui potresti tenere in equilibrio una coppa di champagne. Siamo onesti, un film del genere non vincerebbe nemmeno il premio della giuria del Dopo Lavoro Gorgoni Pensionate, ma di tutto cuore assegno a Sam Worthington il premio Pecosso d’oro per quel cosciotto sul quale vorrei mettere tanto le mani. Slurp!

    Il secondo film è Agora, e dovrebbe parlare della vita ma soprattutto della morte della filosofa Ipazia, trucidata dai cristiani. Ad interpretarla Rachel Weisz, attrice con un curriculum discretamente lungo, e che io ricordo solo per essere stata al fianco di Brendan Fraser ed Arnold Vosloo in La Mummia: mi è simpatica, è carina e non pretenziosa (la Weisz, non la Mummia); forse potei approfondire la sua filmografia.
    Di Agora s’è detto di tutto, dal complotto vaticano per non farlo distribuire in Italia alle cifre iperboliche pretese per farlo distribuire: sinceramente non me ne importa un fico, vere o false che siano tutte, alcune o anche solo una di queste voci. Come ho detto altrove, non ho una formazione classica che mi permetta di capire se quanto attribuito nel film ad Ipazia sia vero o meno, né ho mai avuto a che fare direttamente e troppo a lungo con la filosofia; ho qualche vago rudimento della filosofia della Madhyamika di Nagarjuna e della Prasangika di Candrakīrti, ma sono cose che ho cercato di studiare anni fa, perse nelle nebbie del tempo e della teresina.

    Che cosa mi ha lasciato questo film? La cromia delle immagini di Alessandria vista dal cielo (Google Earth?), la ricostruzione della città che mi fa venire in mente i vecchi peplum con Moira Orfei o Totò contro Maciste; la tristezza del messaggio “O con noi o contro di noi”, “O ti allinei o muori”; l’evidenza che della religione non importava nulla a nessuno come spiritualità, ma solo come mero esercizio di potere, quasi un celodurismo legaiolo ante litteram che andava di lapidazione in massacro solo per stabilire chi l’aveva più grosso.

    L’atteggiamento di una buona fetta di pagani, o per così dire di veteropagani, che continua a blaterare su quanti pagani sono stati ammazzati dai cristiani di qualsiasi ramo, setta e formazione mi sta sullo stomaco soprattutto perché, ammesso e non concesso che la storia sia tutt'altro un’opinione, anche i pagani hanno ammazzato i loro bravi cristiani, e non vedo perché andare a rivangare certe cose tanto per darsi un tono da vittima. Voglio dire, è come essere amanti della birra ed impuntarsi a non andare all’Oktoberfest perché il tuo bisnonno è morto a Caporetto e tu ti senti in dovere di odiare i Tedeschi: ma per favore… non so, a me hanno sempre cercato di insegnare che si guarda avanti quando si cammina, non indietro e magari portandosi i carichi che aveva sulle spalle il bisnonno di cui sopra. Paganamente, Orfeo ha perso tutto quando ha guardato indietro; biblicamente, è successo anche alla moglie di Loth. Mi spiace, ma ho di meglio da fare nella vita che coltivare rancori accumulati da altri in secoli: ne ho già più che abbastanza dei miei, collezionati nel giro di 42 anni e dei quali faticano per liberarmi. Posso rimpiangere di più il totale annichilimento d’alcune culture, ma neanche in questo i cristiani o i loro derivati sono stati degli innovatori, e ha usato molto anche il meccanismo del sincretismo religioso, cosa ampiamente sfruttata già secoli addietro: pensiamo alla Grande Madre degli Dèi e a tutte le sue forme e varianti. Con questo non voglio dire che i morti, i martiri veri e anche cui possiamo dare questo nome vadano dimenticati o non rispettati: ma giustamente se dobbiamo costruire qualche cosa dobbiamo partire dalla vita.

    La cosa che Agora mi ha maggiormente richiamato, tuttavia, è il meccanismo di deridere ciò che tu ritieni sbagliato per screditarlo, e conseguentemente trattare da idiota chi segue idee diverse dalle tue, magari saldamente radicate e sostanzialmente giuste, ma in antitesi al tuo pensiero. Vedere il vescovo Teofilo e i suoi amichetti che lanciavano ortaggi sulle statue di Atena o di Anpu ridendo perché “non parlavano né si lamentavano” mi ha fatto pensare che se volessimo analizzare certe cose da un punto di vista razionale, persone che credono che un ragazzo ebreo, uomo e contemporaneamente dio unico ma trimorfo e padre di sé stesso al punto che ha avuto bisogno di una mamma vergine che è stata fecondata da una visione, ci aiuterà in quanto dio perché noi siamo tutti figli di una squinternata incestuosa costola antropomorfa che s’è fatta infinocchiare da un serpente parlante, e ci ha mezzo rovinati tutti per l’eternità dei secoli a venire non hanno idee molto diverse da chi crede che se dormo nella stanza dell’altare di Asclepio mi sveglierò guarito perché il dio in sogno mi ha curato. Analogamente, avrei voluto vedere se Ipazia avesse preso a pomodorate un’immagine del dio cristiano se questa si sarebbe lamentata, parlando come il Cristo di Don Camillo, oppure no.

    Perché uno che cerca di essere sé stesso, facendo anche una fatica immane cercando di capire chi e che cosa è, deve per forza sentirsi trattare da pirla, nella migliore delle ipotesi, solo perché non è omologato?

  • Leda

    Data: 05.12.2008 | Categorie: Mito, Vita da strega, Vita quotidiana | Risposte: 3

    Dai Sonetti Mitologici di Argìa Sbolenfi:

    Giove, padre degli Dei,
    Vide Leda e innamorato
    Ebbe il gusto depravato
    Di volerne gl’imenei

    E l’aggiunse ai suoi trofei
    Con l’astuzia e con l’agguato,
    Poi che in cigno tramutato
    Si calò nel grembo a lei.

    Donna Leda gli diè il covo,
    Ma con questo bel lavoro
    Fu gallata e fece l’ovo.

    Già l’effetto è sempre quello
    Quando ruzzano fra loro
    Una donna ed un uccello

 

Avete appena detto

Bazzecole già dette

Argomenti diversi

Blog personali

Forum

Create your own free site