Archivio per la categoria ‘Operetta’
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Inno a Bacco
Eurydice.J’ai vu le dieu Bacchus, sur sa roche fertile,
Donnant à ses sujets ses joyeuses leçons:
Le faune au pied de chèvre et la nymphe docile
Répétaient ses chansons.Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!Tous.
Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!
Évohé! Bacchus est le roi!
Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!Eurydice.
Laissez, leur disait-il, les tristesses moroses,
Laissez les noirs soucis aux profanes humains.
Et vous, couronnez-vous des pampres et des roses
Qui tombent de mes mains!Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!Tous.
Évohé! Bacchus m’inspire,
Évohé! Je sens en moi
Évohé! Son saint délire,
Évohé! Bacchus est roi!
Évohé! Bacchus est le roi!
Évohé! Oui Bacchus est roi! Bacchus est roi!Jacques Offenbach, Orphée aux Enfers, libretto di Hector Crémieux
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Allons, j’emmènerai l’Olympe au grand complet!
Nel 1999 Marc Minkowski dirige i suoi Musiciens du Louvre con l’abbinata della regia di Laurent Pelly e delle coreografie di Laura Scozzi portando in scena all’Opéra National de Lyon Orphée aux Enfers, un capolavoro assoluto di Jacques Offenbach e forse il più noto; nel 2000 seguirà La Belle Hélène al Théâtre du Châtelet a Parigi, nel 2004 La Grande-Duchesse de Gérolstein dei quali ho già parlato tempo fa.Apprezzo moltissimo un Offenbach svecchiato ma non snaturato; questa versione di Orfeo è la prima, quella in due atti del 1858: specifico perché nel 1874 Offenbach ne scrive un’altra in quattro atti e dodici quadri, ma l’opera è sempre stata il battello di salvataggio delle finanze costantemente disastrose di Jacques, il quale ogni volta che si veniva a trovare a corto di denaro metteva in scena Orfeo, magari con qualche piccola modifica (ad agosto del 1874 ne ha messo in scena una ulteriore versione dotata di un atto supplementare Le Royaume de Neptune).
Orfeo, insegnante di violino a Tebe interpretato da Yann Beuron (che già ho trovato insipido sia come Paride della Belle Hélène sia come Fritz della Grande-Duchesse), non sopporta la moglie Euridice che gli rende la pariglia pienamente e lo tradisce col vicino, pastore ed apicoltore, Aristeo, il quale in realtà è Plutone sotto mentite spoglie. Euridice è una Natalie Dessay in stato di grazia, matta come un cavallo e in grado di cantare splendidamente anche nelle posizioni più atroci che la regia le ha assegnato; del resto è perfettamente coadiuvata in questo dal marito, Laurent Naouri che interpreta Giove (nel secondo atto la scena della mosca è qualche cosa di epico). A completare il trio il già nominato Aristeo-Plutone, Jean-Paul Fouchécourt, gigione e per giunta anche bravo comico quando serve.
Minkowski è un esperto del repertorio barocco, e probabilmente ha gongolato quando Offenbach ha inserito in partitura alcune citazioni dall’Orfeo ed Euridice di Glück, ma nel barocco navigano maestosamente anche altri membri del cast, da Fouchécourt a Véronique Gens-Venere, a Cupido-Patricia Petibon. Segnalo che ci sono due versioni di quest'opera in dvd, una col cast originale di Lione (e che su www.amazon.fr viaggia alla spropositata cifra di 240 e passa euri, controllare per credere), ed un'altra del 2009 (vedi l'immagine di aperura), che costa un decimo della precedente e presenta qualche leggera variazione nel cast dei comprimari: ad esempio, nella prima Minerva era Virginie Pochon, mentre nella seconda Venere è Maryline Fallot, la quale ha al suo attivo ruoli offenbachiani come la Bella Elena, ed è regolarmente ospite del Festival Offenbach des Châteaux de Bruniquel.
Alla Scozzi va il merito di ideare sempre delle coreografie tali da riuscire ad inserire in scene di danza anche le persone che non sanno muovere un solo passo, e per contro i suoi balletti sono sempre sognanti, disincantati, ed anche molto ambigui vista la quantità di ruoli en travesti che le piace disseminarvi. Non parliamo poi dei costumi, che alle volte sono quanto meno onirici: il balletto delle mosche ed il can can infernale sono da manuale.
Il solo difetto è, dal mio punto di vista, è la qualità dei recitativi, che non si capisce bene perché debbano essere a volte quasi sussurrati ed altre al limite dell’urlo selvaggio, ma è una pecca che ho già riscontrato anche nella Grande-Duchesse: forse è un particolare che la coppia Minkowski-Pelly non ha ben chiaro, o forse è una tendenza del teatro moderno? Lo avevo già notato in passato, in una vecchia versione della Vie Parisienne.
Dal mio punto di vista, su tutti i difetti trionfa l’allegria e la joie de vivre della troupe, cantanti e orchestra al gran completo, al pari delle produzioni che seguiranno (Hélène, Grande-Duchesse), e che rende bene il clima di partecipazione divertita e trasognata che tutti i contemporanei descrivono nei teatri durante le rappresentazioni di Offenbach.
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La Belle Hélène
Dopo aver visto, ascoltato, sentito e goduto La Grande-Duchesse de Gérolstein, ecco che sbarco sullo stesso cast (Dame Felicity Lott, Yann Beuron, Francois Le Roux, e Minkowski che dirige Les Musiciens du Louvre); questo lavoro è andato in scena nel 2000, mi pare al Théâtre du Châtelet di Parigi.Ritrovo qui tutto il ritmo scoppiettante e la divertita follia degna del miglior Offenbach, degna di quell’opera che è stata definita “la grammatica dell’operetta”, nella quale Offenbach, Meilhac e Halévy fecero la festa agli anacronismi volontari e, come loro abitudine, misero alla berlina i costumi dell’epoca, questa volta sotto la maschera dell’antica Grecia: i re della Grecia in pipa e pantofole che giocano al gioco dell'oca o si dilettano di enigmistica; Oreste che cazzeggia amabilmente in giro per localini equivoci con delle peripatetiche (vulgo: puttanoni); Elena che ha una voglia di darla via che si ammazza, ma fa la timida e la borghese, per poi salvarsi tutte le volte per il rotto della cuffia dicendo che è colpa della fatalità (c’est la main de la fatalité qui pèse sur moi!); Venere che manda a Calcante una lettera di presentazione per Paride, lettera affrancata con un francobollo di Citera che Calcante conserva per una collezione; lo stesso Calcante che usa gli effetti speciali per fare gli oracoli; Achille che calza stivaletti col tacco blindato; tutta la corte che va al mare, e così via.
Dopo anni ed anni di versioni amputate per i motivi più diversi, ecco finalmente un’edizione integrale, che vede comparire arie che di norma non vengono nemmeno inserite a teatro, oltre che nelle versioni discografiche. Mi trovo così un’aria che Paride canta prima del duetto del sogno nel II atto, e vediamo ed ascoltiamo tutto quello che succede nella scena del gioco dell’oca, sempre nell’atto II.
Memorabili i finali dei primi due atti: quello del primo è il famoso “Parti per Creta”, le cui note ci accolgono fin dall’attacco dell’ouverture e che con le loro incredibili capriole ci fanno capire subito il clima dell’operetta; l’altro è un trascinate valzer che finisce nel turbinìo, e nel quale troviamo un eclatante esempio di una delle idee migliori di Offenbach per suscitare il riso: sovrapporre alla musica seria, o ad una scena drammatica un testo assolutamente idiota o dei giochi di parole per onomatopee e assonanze, Paride è “[…] un vile vile vile vile vile […] che […] file file file file file […] perché tutti sentono la […] bile bile bile bile bile […] montare.Felicity Lott fa sfoggio di una voce in grado di fare tutte le evoluzioni acrobatiche possibili ed immaginabili che la partitura della Bella Elena le prescrive, a volte quasi insostenibili, e padroneggia un francese perfetto, perfino un po’ parigino, a differenza di una Jessye Norman, ottima soprano che nella versione di Plasson al Capitol de Toulouse ha dato un grande lustro ad una delle arie più mozartiane di Offenbach (“L’homme à la pomme”), ma che ha un forte accento inglese (qulche cosa come: sé la méin de la fatalitéi qui pè-sse siùr muà!).
Michel Sénéchal nel ruolo di Menelao è favoloso, d’altronde è un tenore di vecchia scuola e un veterano dell’operetta di Offenbach, i suoi ruoli vanno dall’Orfeo di Orphée aux Enfers al Don Pedro de Hinoyosa de La Périchole al Raoul de Gardefeu de La Vie Parisienne, solo per citarne alcuni.
Yann Beuron in Paride mi fa lo stesso effetto che nel ruolo di Fritz nella Grande-duchesse e di Orfeo in Orphée aux Enfers: nulla di speciale, niente a che vedere con l'esibizione e l'interpretazione della Lott.Continuo a rimpiangere che in Italia non mettano quasi mai in scena spettacoli del genere, che l’operetta sia un genere desueto, relegato a una manciata di titoli, e quasi sempre esclusa dai grandi teatri: Vedova Allegra, Cin-Ci-là, Paese dei Campanelli… e che palle!
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La Grande-Duchesse de Gérolstein
Sto ancora battendo le manine tutto contento.
Ho appena finito di vedermi una bella versione di uno dei capolavori di Offenbach, La Grande-Duchesse de Gérolstein, nella versione data a Parigi, Théâtre du Châtelet, nel 2004. Nel cast scopro una Felicity Lott (che non conoscevo) nel ruolo della Granduchessa e François Le Roux (altro finora a me ignoto) nel ruolo del Generale Boum; la direzione è di Marc Minkowski.Mi piace molto, adoro l’operetta e quella di Offenbach in particolare: è un genere musicale assolutamente leggero ma che è in grado di dire le cose più pesanti ridendo, è spesso una satira di costume molto più graffiante di quanto non lo sia oggi quella di alcuni comici che vanno per la maggiore (fama conquistata a buon diritto: ho sempre apprezzato molto il gruppo di Serena Dandini e della TV delle Ragazze, nonostante alcune cadute di stile durante i percorsi di alcuni singoli), è come quei bambini che dicono verità scomode sui grandi e non riesci a farli tacere, è una sorta di antesignana del fumetto per il clima di paradisiaca follia che la pervade, è una follia innocua che per essere fuori di testa non ha nemmeno bisogno di sostanze psicotrope. È, semplicemente è.
La Granduchessa è un’opera buffa figlia del suo tempo, una velenosa parodia del potere e della guerra perfettamente -forse anche purtroppo- inserita nel suo contesto storico: il “purtroppo” è perché tutte le satire nelle opere di Offenbach erano basate sull’attualità, per cui noi posteri perdiamo moltissimi dei riferimenti vedendole ai nostri giorni, o non ci fa ridere una battuta sull’ispanismo dell’Imperatrice Eugenia e, d’altro canto, sarebbe peggio e molto peggio se qualche buontempone pensasse di adattare i testi alla nostra vita attuale.
L’allestimento di Minkowski, reduce da una Belle Hélène nel 2000 con lo stesso cast è un bello spettacolo, con una vena di divertita e divertente follia che non guasta, riesce a tenere tranquillamente il palco per quasi tre ore senza annoiare, il cast è molto buono, anche se non ho apprezzato particolarmente la coppietta: Yann Beuron (Fritz) che non ha una voce che mi abbia trasmesso grandi emozioni, e poi mi ricorda troppo un Enzo Iacchetti ingrassato, e Sandrine Piau (Wanda) che ha un atteggiamento abbastanza isterico quando canta. Come dicevo più sopra, François Le Roux è stato una bella scoperta: voce calda, istrionismo, buon attore. La rivelazione è stata Dame Felicity Lott, che finora non avevo mai visto: ottima attrice oltre che ottima cantante, pur essendo inglese non ha un filo di accento e parla un francese favoloso, ha una verve, una vis comica inesauribile grazie a cui regge meravigliosamente una parte per cui la sua voce non sarebbe completamente adatta, interpretando benissimo il personaggio di una ragazza ventenne un po’ matta, snob ed anche porcona, e per tutto lo spettacolo ha costantemente l’aria divertirsi come una matta, come una bambina alle giostre.
Forse posso vedere nella direzione di Minkowski un difetto: in alcuni punti la musica dell’orchestra copre le voci dei cantanti, un po’ come se fossero partiti per la tangente e si stessero divertendo da soli, ma a parte questo nulla da eccepire.
Le scene sono moderne, come i costumi. O meglio, un moderno delirante: la scena è sull’essenziale -genere amato da Minkowski, da quello che ho potuto vedere anche nella sua versione di Orfeo all’Inferno- e ci porta su un campo di battaglia brullo ed in un abbozzo di palazzo sgangherato quanto i suoi occupanti, quasi ad immagine della viziatissima tirannica e squinternata Granduchessa, e che tutto sommato non guasta molto l’atmosfera della storia; i costumi sono un’altra cosa: molto modernizzati rispetto a quanto si dovrebbe: Offenbach, Meilhac e Halévy hanno ambientato l’opera nel 1720 o via di lì, e specificando che i costumi dovevano essere tedeschi ma con tutta la fantasia possibile; qui mi vedo le uniformi da prima metà del ‘900, di sapore vagamente nazista, e non mi piacciono per nulla: mi fanno lo stesso effetto pessimo di quando vidi nel lontano 1994 Barbe-bleue a Bologna, con dei costumi balenghi… Re Bobèche vestito da Mussolini con tanto di sidecar e fez, Boulotte pareva una teen-ager americana anni ’60 uscita da Grease, Barbablù e le sue mogli con abiti anni ’20, lui vestito da gangster: che brutta cosa. Apprezzo molto di più dei costumi come quelli in foto: sono più tradizionalista, o per lo meno per un filo logico e coerente nell’innovazione, non una ratatuja da mercato delle pulci: Richard Bonynge mi sposta scene e costumi dei suoi Racconti di Hoffmann in avanti di un secolo rispetto all’ambientazione originale, e l’idea è stata ottima.L’ultimo, ma non meno importante, dettaglio: questa versione si discosta da quelle che siamo abituati a sentire perché è stata utilizzata la partitura originale della prima rappresentazione. Si sa che Offenbach cambiava via via in corso d’opera i suoi lavori, a mano a mano che si riteneva fosse necessario per migliorare l’effetto scenico. La sera della prima, 12 aprile 1867, al cadere del sipario il pubblico era incerto… era un successo? Una caduta? Un mezzo successo? Rapidamente Offenbach si mise al lavoro e sostituì alcune scene con altre, alcune vennero eliminate ed altre modificate: furono tolti il carillon de ma grand-mère, l’aria della penna e l’intera scena della firma del contratto di matrimonio di Frtiz e Wanda, il trio dei cospiratori ebbe l’aggiunta dell’ingresso della granduchessa e la ripresa in quartetto dello stesso motivo, la scena della benedizione dei pugnali fu giudicata troppo debole (oltre che troppo palese la sua ispirazione a Meyerbeer), e alcuni dialoghi vennero modificati, eliminata anche la meditazione della granduchessa nel II atto. Con questo, e con altre modifiche successive si arriva alla versione normalmente rappresentate.
Un altro esempio di edizione critica è stato quello presentato al festival di Martinafranca, anche allora curato da Jean-Christophe Keck, che riporta la meditazione, la congiura ed il canto degli arrotini, ma non le modifiche strutturali del II atto (Carillon, Aria della penna, contratto di nozze etc…). In quell’occasione la Granduchessa era meravigliosamente interpretata dalla soprano Lucia Valentini Terrani, defunta per tumore circa due anni dopo.Sarà poi vero che mi piace la musica chiassosa? Dopo essermi ascoltato una decina di volte Le carillon de ma grand-mère, l’immancabile galop di turno, e il finale del secondo atto À cheval! mi sa di si; queste sonorità sono caratteristiche di Offenbcah, basti pensare al can can di Orfeo all’inferno (e non mi si venga a dire che non lo conoscete perché chiunque senta la parola can can pensa subito a quell’aria), o al coro nuziale della Périchole, o al galop di Généviève de Brabant, o… mi dilungo? Si. Lo so. Ho anche io le mie debolezze.
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La Grande-Duchesse de Gérolstein
Sto ancora battendo le manine tutto contento.
Ho appena finito di vedermi una bella versione di uno dei capolavori di Offenbach, La Grande-Duchesse de Gérolstein, nella versione data a Parigi, Théâtre du Châtelet, nel 2004. Nel cast scopro una Felicity Lott (che non conoscevo) nel ruolo della Granduchessa e François Le Roux (altro finora a me ignoto) nel ruolo del Generale Boum; la direzione è di Marc Minkowski.Mi piace molto, adoro l’operetta e quella di Offenbach in particolare: è un genere musicale assolutamente leggero ma che è in grado di dire le cose più pesanti ridendo, è spesso una satira di costume molto più graffiante di quanto non lo sia oggi quella di alcuni comici che vanno per la maggiore (fama conquistata a buon diritto: ho sempre apprezzato molto il gruppo di Serena Dandini e della TV delle Ragazze, nonostante alcune cadute di stile durante i percorsi di alcuni singoli), è come quei bambini che dicono verità scomode sui grandi e non riesci a farli tacere, è una sorta di antesignana del fumetto per il clima di paradisiaca follia che la pervade, è una follia innocua che per essere fuori di testa non ha nemmeno bisogno di sostanze psicotrope. È, semplicemente è.
La Granduchessa è un’opera buffa figlia del suo tempo, una velenosa parodia del potere e della guerra perfettamente -forse anche purtroppo- inserita nel suo contesto storico: il “purtroppo” è perché tutte le satire nelle opere di Offenbach erano basate sull’attualità, per cui noi posteri perdiamo moltissimi dei riferimenti vedendole ai nostri giorni, o non ci fa ridere una battuta sull’ispanismo dell’Imperatrice Eugenia e, d’altro canto, sarebbe peggio e molto peggio se qualche buontempone pensasse di adattare i testi alla nostra vita attuale.
L’allestimento di Minkowski, reduce da una Belle Hélène nel 2000 con lo stesso cast è un bello spettacolo, con una vena di divertita e divertente follia che non guasta, riesce a tenere tranquillamente il palco per quasi tre ore senza annoiare, il cast è molto buono, anche se non ho apprezzato particolarmente la coppietta: Yann Beuron (Fritz) che non ha una voce che mi abbia trasmesso grandi emozioni, e poi mi ricorda troppo un Enzo Iacchetti ingrassato, e Sandrine Piau (Wanda) che ha un atteggiamento abbastanza isterico quando canta. Come dicevo più sopra, François Le Roux è stato una bella scoperta: voce calda, istrionismo, buon attore. La rivelazione è stata Dame Felicity Lott, che finora non avevo mai visto: ottima attrice oltre che ottima cantante, pur essendo inglese non ha un filo di accento e parla un francese favoloso, ha una verve, una vis comica inesauribile grazie a cui regge meravigliosamente una parte per cui la sua voce non sarebbe completamente adatta, interpretando benissimo il personaggio di una ragazza ventenne un po’ matta, snob ed anche porcona, e per tutto lo spettacolo ha costantemente l’aria divertirsi come una matta, come una bambina alle giostre.
Forse posso vedere nella direzione di Minkowski un difetto: in alcuni punti la musica dell’orchestra copre le voci dei cantanti, un po’ come se fossero partiti per la tangente e si stessero divertendo da soli, ma a parte questo nulla da eccepire.
Le scene sono moderne, come i costumi. O meglio, un moderno delirante: la scena è sull’essenziale -genere amato da Minkowski, da quello che ho potuto vedere anche nella sua versione di Orfeo all’Inferno- e ci porta su un campo di battaglia brullo ed in un abbozzo di palazzo sgangherato quanto i suoi occupanti, quasi ad immagine della viziatissima tirannica e squinternata Granduchessa, e che tutto sommato non guasta molto l’atmosfera della storia; i costumi sono un’altra cosa: molto modernizzati rispetto a quanto si dovrebbe: Offenbach, Meilhac e Halévy hanno ambientato l’opera nel 1720 o via di lì, e specificando che i costumi dovevano essere tedeschi ma con tutta la fantasia possibile; qui mi vedo le uniformi da prima metà del ‘900, di sapore vagamente nazista, e non mi piacciono per nulla: mi fanno lo stesso effetto pessimo di quando vidi nel lontano 1994 Barbe-bleue a Bologna, con dei costumi balenghi… Re Bobèche vestito da Mussolini con tanto di sidecar e fez, Boulotte pareva una teen-ager americana anni ’60 uscita da Grease, Barbablù e le sue mogli con abiti anni ’20, lui vestito da gangster: che brutta cosa. Apprezzo molto di più dei costumi come quelli in foto: sono più tradizionalista, o per lo meno per un filo logico e coerente nell’innovazione, non una ratatuja da mercato delle pulci: Richard Bonynge mi sposta scene e costumi dei suoi Racconti di Hoffmann in avanti di un secolo rispetto all’ambientazione originale, e l’idea è stata ottima.L’ultimo, ma non meno importante, dettaglio: questa versione si discosta da quelle che siamo abituati a sentire perché è stata utilizzata la partitura originale della prima rappresentazione. Si sa che Offenbach cambiava via via in corso d’opera i suoi lavori, a mano a mano che si riteneva fosse necessario per migliorare l’effetto scenico. La sera della prima, 12 aprile 1867, al cadere del sipario il pubblico era incerto… era un successo? Una caduta? Un mezzo successo? Rapidamente Offenbach si mise al lavoro e sostituì alcune scene con altre, alcune vennero eliminate ed altre modificate: furono tolti il carillon de ma grand-mère, l’aria della penna e l’intera scena della firma del contratto di matrimonio di Frtiz e Wanda, il trio dei cospiratori ebbe l’aggiunta dell’ingresso della granduchessa e la ripresa in quartetto dello stesso motivo, la scena della benedizione dei pugnali fu giudicata troppo debole (oltre che troppo palese la sua ispirazione a Meyerbeer), e alcuni dialoghi vennero modificati, eliminata anche la meditazione della granduchessa nel II atto. Con questo, e con altre modifiche successive si arriva alla versione normalmente rappresentate.
Un altro esempio di edizione critica è stato quello presentato al festival di Martinafranca, anche allora curato da Jean-Christophe Keck, che riporta la meditazione, la congiura ed il canto degli arrotini, ma non le modifiche strutturali del II atto (Carillon, Aria della penna, contratto di nozze etc…). In quell’occasione la Granduchessa era meravigliosamente interpretata dalla soprano Lucia Valentini Terrani, defunta per tumore circa due anni dopo.Sarà poi vero che mi piace la musica chiassosa? Dopo essermi ascoltato una decina di volte Le carillon de ma grand-mère, l’immancabile galop di turno, e il finale del secondo atto À cheval! mi sa di si; queste sonorità sono caratteristiche di Offenbcah, basti pensare al can can di Orfeo all’inferno (e non mi si venga a dire che non lo conoscete perché chiunque senta la parola can can pensa subito a quell’aria), o al coro nuziale della Périchole, o al galop di Généviève de Brabant, o… mi dilungo? Si. Lo so. Ho anche io le mie debolezze.
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