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Archivio per la categoria ‘Pinciolin’

  • Diario di viaggio, allegati: la vacanza di Pinciolin

    Data: 24.12.2010 | Categorie: Alessandro, Diario di viaggio, Mauro, Pinciolin, Vita quotidiana | Risposte: 2

    Desideravo da tempo andare a Parigi, dopo tutto noi gatti siamo vagabondi, ci piace andare a zonzo e così quando mi è stato chiesto di viaggiare a sbafo (hanno pagato tutto i miei zii e le loro amiche), ho accettato subito.

    Che goduria camminare col culo in su per gli Champs Elisées, anch’io con quell’aria da scagazzero francese, guardavo snobbamente i passanti con gli scarponi da montagna e gli zainoni anche da montagna. Ma dico io… ma vi pare che in pieno agosto ci siano ovunque turisti vestiti come se fossero in trasferta ad Asiago??? E a Parigi poi!!!! Tra le boutiques e i cafés très chic. Infatti io me la godevo a guardarli schifato. Io, tutto sbarlusegante d’oro, che paro uscito da una festa a Versailles.

    Versailles… a proposito… i miei zii mi ci hanno portato! Sapete, è tutta un’altra cosa fare le pisciatine nel Parco di Versailles. Anche gli stronzini che facevo avevano tutta un’allure così francese… così romantica. Quante pennichelle sotto gli alberi, e quanto mi sono divertito a farle dentro le fontane… tutti i turisti a bocca aperta a vedere i giochi d’acqua… acqua gialla. Sì, credevano fosse dorata in stile Versailles. Quanto sono stupidi e boccaloni gli umani, meno male che ci siamo noi gatti… Non vi dico nella sala degli specchi quanto mi sono guardato e riguardato in tutte le pose, in fondo noi gatti ci piacciamo, la nostra autostima è sempre a livelli stratosferici.

    A proposito di dorati… che è passata alla doratura come me è la Giovanna, tutta sbarlusegante sul suo cavallo in cima ad un piedistallo in mezzo ad una piazza. Minchia ‘sti francesi… prima ti indorano sul fuoco e poi ti indorano sul monumento.

    Il momento più bello della gita a Parigi è stato quando ho rivisto una mia vecchia conoscenza, quella micia stronzina che si chiama Troyette DuPrèsLaTour. Dovete sapere che Troyette DPLT (per gli amici), ha questo nome perché vive e lavora nei pressi della Tour Eiffel, dopo una lunga ed estenuante (…) carriera a Pigalle.

    Da quando l’ho rincontrata, è stato bellissimo. Mangiavamo lische di sardine prese furtivamente (nel senso di rubate) dai barconi sulla Senna. Che romantici io, Troyette e le sardine, tutto sotto la Tour. Ogni tanto ci arrivavano pure delle gocce di vino bianco che cadeva dal ristorante che sta sulla Torre. Questa sì che era vita!!! E quando riuscivamo a fregare delle ostriche bretoni dai piatti di ottusi turisti americani, beh allora era la pacchia assoluta! Troyette mi ha confidato, però, che da quando c’è una gatta morta di nome Carlà a Parigi, la sua attività lavorativa è calata vistosamente. Sarà, ma per me Mademoiselle DuPrèsLaTour ha sempre il suo fascino felino, col suo musino bianco e il cappellino Chanel rosa. E poi, ha già detto che la prossima volta che torno a Parigi mi dà lezioni di Bon ton, Ton sur Ton, Pot Pourri e French Kissing. Dai zii, spicciatevi che ho voglia di tornare a Pariiigiiiiiii!!!!

    Miao miaaaaoooooo!!!!!

  • Diario di viaggio, capitolo ottavo: Their house is a museum – when people come to see ‘em…

    Data: 17.10.2010 | Categorie: Alessandro, Diario di viaggio, Mauro, Pinciolin, Vita quotidiana | Risposte: 7

    … They really are a screa-um.
    The Addams Family.

    E da quando gli Addams fanno parte di una vacanza a Parigi? A parte che si trova sempre il modo di metterli in mezzo, come Paperone o la teresina o la mia prozia Jolanda, è nota tra noi addetti ai lavori una leggenda: pare che il 10 agosto, anniversario dei massacri delle Tuileries (1792), al Petit Trianon siano stati visti gli spettri di Marie-Antoinette e di alcuni cortigiani. No, dico: potevamo fare a meno di provarci? Ma nemmeno per sogno, non il mariantoniettaro della gardesana e il Cagliostro del Piovego! Figurarsi poi la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli. 
    Noi giocavamo in casa, per così dire, e ci siamo fatti la levataccia ad ore antelucane per andare al castello a far la coda: la biglietteria apre alle nove, ma è sempre bene essere lì sulle 7:30 se non si vuol passare mezza mattina in coda, senza contare che se arrivi tra i primi hai la possibilità di scegliere dei buoni orari per le eventuali visite guidate; questa volta ci siamo aggiudicati quella agli appartamenti privati del Re (già visti diverse volte, ma sempre interessanti) e a quelli di M.me de Pompadour (che avevo visto negli anni ‘90).

    Trovo sempre una sorta di godimento compiaciuto vedendo l’effetto che questo accamparsi su dei gradini per ore ha su quelli che arrivano dopo di te, e che accessoriamente pensano di essere molto furbi perché arrivano quella mezzora scarsa prima dell’apertura degli sportelli: le facce interdette, le espressioni di disappunto da “perché non ci ho pensato anche io?” sono impagabili. Non che questo sia il solo motivo che mi/ci spinge a farlo, è solo quel pizzico di cannella in più che rende più gustosa la crême brulée dell’essere riusciti ad aggiudicarsi dei posti buoni per lo spettacolo, sia che si tratti di opera, di commedia, o di visita di qualche cosa.

    Parlando di facce strane, erano un programma anche quelle che abbiamo visto quando sono arrivate la Dodi, la Fuffi, la Cicci, la Pippi e la Lilli e si sono unite a noi: loro, come al solito, sono arrivate in ritardo perché si erano perse per strada a fotografare gli idranti e i parchimetri di Versailles, e quando ci hanno raggiunti s’è trombato come dugonghi… No, o testine di zucca di Chioggia, ci siamo goduti il disappunto di cui sopra sui visi degli altri accodati, il quale disappunto si è velato di un leggero odio a vedere la truppa di matte che si univa cinguettando garrula ai capofila della coda; capofila che si erano già abbondantemente fatti il portapiume piatto e fresco a furia usarlo per lucidarci i gradini dell’ingresso della biglietteria di Versailles. Finalmente facciamo i biglietti, e cambiano di corsa ufficio per andare in quello dall’altra parte del cortile per prenotare le visite private. Qui già ci siamo fatti prendere a mal volere da una delle sorveglianti, che ci ha etichettati come italiani che fanno rumore e non capiscono una mazza… allegria! Quando abbiamo abbordato il bigliettaio, un ragazzo sulla trentina con due bellissimi occhi azzurro cielo, e gli abbiamo spiegato che cosa volevamo fare è rimasto un po’ interdetto e un po’ sorpreso, e comunicandoci che avevamo fatto i biglietti per niente, perché avremmo potuto farli cumulativi con la visita guidata e risparmiare, chi ha detto “Voi volete vedere il castello, il parco, Trianon, gli appartamenti del Re, quelli di Marie-Antoinette, quelli della Pompadour… non ce la farete mai!”. Povero piccino, non poteva nemmeno lontanamente immaginare di che cosa siamo capaci noi; però abbiamo saltato gli appartamenti privati della Regina, perché l’orario della visita si sarebbe sovrapposto a quello degli appartamenti del Re.

    Inganniamo l’attesa per la prima visita, quella agli appartamenti privati del Re, facendoci qualche foto con la nostra mascotte, Pinciolin, e gli orrendi lampadari fatti in profilato metallico… finalmente arriva la nostra guida: un mezzo isterico, di quelli che ti immagini con i guantini di nitrile per non toccare tutta la marmaglia che potrebbe avvicinarlo, la bocca con un angolo perennemente rialzato in un rictus che gli dava un’espressione di sprezzo generale, aveva dei modi molto nazisti e sembrava avere ingoiato il manico della scopa; anzi no, perché era un bimbo bene allevato, e la mamma gli ha detto che non è fine né igienico mettere la bocca dove tutti mettono le mani, e quindi il manico è stato fatto passare per altri lidi, tanto l’effetto sulla postura è lo stesso. Del suo atteggiamento da frusta e sedia, da domatore del circo Orfei, ho apprezzato solo quando ha letteralmente falciato via due turiste cinesi che cercavano di intrufolarsi nel gruppo facendo le portoghesi; per il resto, che dire di lui? Lo abbiamo colto sul fatto almeno due o tre volte mentre faceva discorsi a caso su date e personaggi, confondendo Luigi XV con Luigi XIV e così via. Ora, io non pretendo che tu conosca per nome ogni singolo operaio che ha lavorato alla costruzione di Versailles, ma almeno sapere in che anno l’hanno messa in piedi sarebbe utile per uno che di mestiere deve spiegarmi proprio quello, no?

    Guida squinternata a parte, i Petit Appartements sono sempre molto piacevoli, sia per l'intimità delle stanze sia per la raffinatezza del decoro che è molto meno pesante di quello dei Grandi Appartamenti, tutto putti, stucchi e dorature a tonnellate; qui ci muoviamo in stanze in cui l’oro è sempre presente, ma gli ambienti sono in stile Luigi XV e Luigi XVI, con le pareti sono in prevalenza bianche con fregi dorati e pavimenti in legno chiaro, pochi affreschi e quasi tutti di dimensioni contenute, i soffitti simili alle pareti. Questo gruppo di stanze nasce dapprima sotto Luigi XIV per essere usato come piccolo museo personale, in cui esporre le collezioni d’arte e di gioielli del Re, per poi cambiare destinazione sotto gli ultimi due re che lo useranno per ritagliarsi dei momenti di vita più tranquilla e meno soggetta al pesante cerimoniale di Corte, la tremendissima Etichetta che costituisce una delle più grandi invenzioni di Luigi XIV per asservire la vecchia e potente nobiltà: non che prima a Corte regnasse l’anarchia totale nel comportamento, ma il Re Sole riprende e perfeziona la meccanica dell’etichetta di Corte dei suoi predecessori allo scopo evitare che i grandi feudatari risiedano troppo a lungo nelle loro terre e che abbiano la possibilità di organizzare proteste, rivolte e magari piccole armate come succedeva in passato. Il cerimoniale non arriva ad essere ossessivo ed aberrante come quello della corte spagnola, ma è in ogni caso un peso enorme da portare: per questo Luigi XIV cercherà di sfuggire a questa sua figlia ingorda trovando rifugio nell’appartamento della marchesa de Maintenon (donna che quasi di certo ha sposato con un matrimonio segreto), per questo una persona timida e, tutto sommato, borghese come Luigi XV cercherà una via di fuga nelle cene con i suoi amici più intimi nei rinnovati Petits Appartements; tradizione che seguirà suo nipote, perché Luigi XVI era molto più di indole borghese del nonno. Abbiamo avuto una grande fortuna: da poco è stato terminato il restauro dell’Opéra Royal, capolavoro dell’architetto Gabriel, la cui costruzione era stata desiderata da Luigi XIV e eseguita sotto Luigi XV in occasione del matrimonio del futuro Luigi XVI con Marie-Antoinette. L’Opéra è stato il motivo per il quale abbiamo optato per gli appartamenti di Luigi XVI a discapito di quelli di Marie-Antoinette.

    La passeggiata nei Grandi Appartamenti è stata più una corsa ad ostacoli, con tutta la calca di gente che c’era, ma nonostante tutto le ragazze hanno trovato il modo di farsi foto a chili nella Galerie des Glaces.

    Finita la visita decidiamo di mangiare un boccone al volo e magari di fare un giro supplementare nei Grandi Appartamenti prima di andare a visitare quello della marchesa de Pompadour. Le ragazze previdenti si erano portate la loro bella colazione al sacco, noi abbiamo fatto gli sboroni e siamo andati a far la spesa nel bar (anzi no, punto di ristoro: pare sia più chic chiamarli così, almeno nelle guide) che risponde al pomposo nome di Gran Café Orléans. Nome che magari gli viene dato perché servono solo paté de Chartres, rata beauceron, feuille de Dreux, mentichikoffs, madeleines ed altre specialità gastronomiche della Beauce? Ma neanche per sogno! Si chiama così perché è stato sistemato nello spazio occupato dagli appartamenti del Grosso Grasso Duca Luigi Filippo d’Orléans e da suo figlio, il mentalmente nullo quanto fisicamente e politicamente dannoso Luigi Filippo Giuseppe, detto Philippe-Égalité: rispettivamente il nonno ed il babbo di quell’altro insulso e muso da pirla di Luigi Filippo, Re dei Francesi; non ha nulla che vedere con le stanze occupate da Monsieur Philippe e da Liselotte, che erano al primo piano della stessa ala del castello, e che Gigi Pippo ha fatto distruggere per realizzare la Galerie des Batailles. Noi tutti avevamo un grande bisogno di ristabilire l’equilibrio idrico corporeo, ma onestamente io mi ero un po’ impensierito vedendo una coda chilometrica fuori del bagno davanti al café d’Orléans: mi son detto “Intanto se magna, dopo se vede” mentre la Fuffi e la Cicci si sono accodate, che tanto il pranzo lo avevano già. Ci siamo regalati dei robusti panini col pollo al curry, oppure con mozzarella e pomodoro, e una bella mousse al cioccolato; il bar è self service: tu scegli negli scaffali quello che ti serve, vai alla casa col tuo cestino e paghi; costi contenuti, poca fila (salvo beccare il personaggio dell’eterno indeciso che alla cassa cambia idea e vuole sostituire un panino con una fetta d’anguria), e personale abbastanza allegro e simpatico (mi chiedo come facciano, stando al bancone con migliaia di persone ogni giorno, io sarei o morto o rabbioso e isterico ora della fine del mio turno). Noi siamo usciti con la sportina con le vettovaglie e abbiamo visto la Cicci e la Fuffi ancora in fila per andare in bagno… la sola cosa buona, almeno per me, è che la fila era solo per il bagno delle donne: noi uomini potevamo andare tranquilli, ma direi che le conseguenze si vedevano; si sa che il maschio tende a segnare il territorio.

    La visita agli appartamenti di M.me de Pompadour è stata molto interessante, vuoi perché sono stati restaurati da poco anche quelli, vuoi perché io ero il solo del gruppo ad averli visti: assieme all’appartamento di M.me du Barry, agli attici del Petit Trianon e a pochi altri percorsi esclusi dai giri ufficiali del castello, sono conosciuti da pochissimi e poco e mal pubblicizzati: bisogna andare ogni volta alla biglietteria delle visite guidate e vedere se e che cosa c’è di interessante in giornata, un po' come se fosse un’osteria che ti propone il piatto del giorno. La guida, stavolta, era una signora molto preparata (tanto che aveva anche un dossier con tanto di stampe, foto e dati scritti per ogni stanza) e gentile.

    E dopo la Pompadour giù al Petit Trianon, in cerca degli spettri, neanche fossimo la troupe di Voyager in trasferta per ordine di Bob Giacobbo: no, lungi da noi avere a che fare con quella specie di Wanna Marchi della scienza, uno che fa i servizi con le cose che trova su google scritte anni prima da altre persone…

    Abbiamo passeggiato in lungo e in largo per tutto il Trianon, per il parco e per l’Hameau di Marie-Antoinette, i luoghi che lei prediligeva e che sono censiti per essere stati teatro di alcune apparizioni: chiaramente di avvistamenti manco l’ombra, ma lo posso pure capire, nemmeno io mi metterei a scuotere le catene e il lenzuolo in pieno giorno in mezzo a una turba di turisti giapponesi e inglesi, che invece di spaventarsi mi scattano le foto chiedendomi di mettermi in posa, mentre un gruppo di matte che viene dall’Italia mi insegue per farsi fare l’autografo o per sapere che è successo con Fersen, e chiamandomi anche fortunato perché non sono di quelle che vogliono sapere se conoscevo Lady Oscar. Non mi è mancata la parentesi un po’ dark, però: ero sul prato che stavo cercando di fare amicizia con una delle vacche che sono alla fattoria di Trianon, e una sorvegliante che pareva la gemella di Morticia Addams mi ha apostrofato con fare molto da addestratore di cani che impartisce ordini in tedesco, lanciandomi un semplice “Monsieur! S’il vous plaît!” che mi ha raggiunto come un colpo di carabina proprio in mezzo agli occhi.

    Girellando per il Jardin Français del Petit Trianon abbiamo anche visto delle installazioni, opera esposte per una mostra dal nome di Exubérance Baroque, che era definita come: “Una valorizzazione eccezionale della vegetazione dei giardini, che ritrovano così la loro dimensione festiva di un tempo”; vabbé, diciamo anche così se vogliamo fare i figarelli, ma a parte il fatto che non erano nulla di che, come installazioni e come composizioni floreali, le avrei viste meglio in un grande vivaio o in una serra, oppure al Potager du Roi; mancavano di inventiva, di ricercatezza, di fantasia nella scelta delle essenze (a meno che non fosse voluta per adattarsi alle varietà di piante trovate nelle aiuole del giardino). Certo è che abbiamo fatto i turisti fino in fondo, facendoci le foto sullo quello che era il simbolo della mostra, un gigantesco cuore. E anche cantando a squarciagola la sigla finale di Carletto, Principe dei Mostri:

    E chi li vede strilla “oh mamma mia!”,
    gambe in spalla e vola via,
    e non c’e’ camomilla che calmi un po’
    ninna ah ninna uh ninna oh!

    Ce ne siamo andati quando il tempo ha iniziato a fare i capricci, e lo stomaco iniziava a reclamare; ci siamo fermati sulla griglia del cancello per scattare una foto a Pinciolin travestito da pescivendola delle Halles che reclamava pane, a rievocazione delle giornate del 5 e 6 ottobre 1789.

    La cena è stata spazzolata in una crêperie vicina, tra bicchierozzi di sidro, crêpes salate con ripieni fantasia e crêpes dolci con dentro di tutto: tanto per fare un esempio la mia si chiamava Louis XIV, con banana, nutella, miele e granella di noci; più che un dessert ‘na bomba glicemica, con buona pace del mio giro vita in lievitazione costante.

    L’epilogo è stato comico, ma non potevamo aspettarci nulla di meglio: uscendo dalla crêperie ci siamo accorti che piovigginava: costernazione delle ragazze, che avevano molti meno ombrelli di quanti gliele potessero servire; che fare? La risposta è semplice: infilarsi in testa delle sportine di plastica a mo’ di cappucci, ed è in questo equipaggio che le abbiamo riaccompagnate alla stazione; noi, duri&puri sotto la leggera pioggerellina estiva, alla fine siamo rientrati in hotel con quel vago sentore di cane bagnato tipico del pelo non asciugato bene.  Come si dice da noi, "Uomo peloso, tipo affettuoso"!

  • Diario di viaggio, capitolo secondo: la mascotte e la Mirabelle

    Data: 14.08.2010 | Categorie: Alessandro, Diario di viaggio, Mauro, Pinciolin, Vita quotidiana | Risposte: 2

    La mattina ci si dovrebbe alzare presto, ma considerato che la notte precedente l’avevamo passata in treno siamo rimasti a letto un po’ più del dovuto. Io, poi, ero abbastanza sfranto, e me ne sono accorto davanti allo specchio. Mi pettino, mi ripettino e i capelli vanno per gli affari loro: ciocca a sud-ovest, ciocca a nord-nord-est, ciocca allo zenith…

    Mauro: Stamattina ho un capello rivoltoso, roba da 6 agosto.
    Ale: Perché, che è successo il 6 agosto?
    M.: Non c’è stata tutta la massa delle pescivendole che è andata a Versailles a chiedere pane?
    A.: No, quella è stata il 5 e 6 ottobre dell’89. Il 10 agosto del 1792, semmai, c’è stato l’assalto alle Tuileries.
    M.: Ah, va beh… i capelli li ho in rivolta lo stesso.

    Fatta colazione si parte, destinazione Parigi per incontrare due nostre amiche e darci al cazzeggio colto assieme. S’arriva poco prima delle dieci alle Tuileries, e visto che quest’anno eravamo dotati di mascotte, un maneki neko dorato che risponde al nome di Pinciolin de’ Pinciolinis: affidatoci da un’amica lo abbiamo scarrozzato come se fosse il nano da giardino del film Il favoloso mondo di Amélie, con tanto di foto da turista.

    Mentre aspettavamo che aprissero i musei abbiamo ammazzato il tempo con un giro nella galleria di negozi del Louvre, dove ho trovato diverse cose interessanti anche se ho preferito lasciarne la quasi totalità: col cavolo che pago alla Réunion des Musées Nationaux la mirabolante cifra di 560 euri per una statuina raffigurante la dea Bast’t, copia di una esposta al museo, o 170 euri per un pezzo di sasso alto 5 cm modellato a forma di Venere paleolitica: neanche fossero vere! Si, lo so che è scorretto dire euri, ma continuerò a farlo: per me è inaccettabile che un’unita monetaria non sia numerabile. Un tallero di Maria Teresa, tanti talleri di Maria Teresa; uno schéo, tanti schéi; un euro, tanto euri.

    Usciti dalla galleria si va al Museo delle Arti Decorative, che le ragazze non avevano mai visto.
    A me piace un sacco quel posto, anche se tutte e volte finiamo regolarmene per perderci perché il percorso della visita è poco chiaro, e si zompa continamente da una parte all’altra: ma l’importante è riuscire a non saltare nessuna sala, poco importa se tra una del 17mo secolo e un’altra ti infili in quella dedicata al Medio Evo.
    Due cosa che adoro di quel museo sono la raccolta degli oggetti ed arredamenti in stile liberty e la galleria dei gioielli. Una cosa che è quel tantinello inquietante, invece, sono gli ascensori. Hanno un rinculo alla partenza per cui tu ti ritrovi già al secondo piano mentre il tuo stomaco è ancora nel seminterrato, vicino al guardaroba: meglio le scale, un po’ più scomode ma meno rimescolanti.

    Finita la visita al museo si fa colazione alla parigina, alla turista, alla visitandina: in breve, ci siamo mangiati i nostri bravi panini mollemente adagiati sul prato davanti al Louvre.

    Salutata una delle due dame, ci diamo al traviamento dell’altra: giro dai bouquinistes lungo la Senna, e poi in libreria, dove facciamo tutti dei begli acquisti.

    A questo punto ci starebbe bene un goccetto, e così gironzoliamo alla ricerca di un bar simpatico, ma che non sia anche ristorante perché l’ora era quella di cena ma a noi andava solo una bibita. La zona di Saint-Michel, manco a farlo apposta, è zeppa di ristoranti d’ogni tipo: dal greco all’italiano al messicano al turco al giapponese, e tutti assieme nella stessa strada fanno un bellissimo effetto di colori, suoni e odori. Procedendo oltre alla chiesa di Saint-Severin e vicino a quella di Saint-Julien-le-Pauvre troviamo quello che fa per noi, un locale che inalbera un nome nientemeno che La Guillotine, in una strada che si chiama rue Galande. Entriamo e vediamo subito l’origine del nome: nel bar c’è una ghigliottina vera (ignoro se funzionante), chiaramente non d’epoca rivoluzionaria ma l’aggeggio è rimasto in uso fino alla fine degli anni ‘70 in Francia.

    Qui ci scappa una foto ad effetto con Pinciolin, che è stato prontamente issato sulla Mirabelle (uno dei tanti nomignoli che le davano durante il Terrore).

 

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