Archivio per la categoria ‘Storia e biografie’
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Gli amori del Re Sole – Luigi XIV e le donne
È da lunga pezza, da Natale o via di lì, che avevo promesso un post su questo libro di Antonia Fraser.
L’ho comprato perché avevo visto un accenno completamente errato ad una cosa in un altro libro della Fraser, la biografia di Maria Antonietta. Si trattava di una sottigliezza circa l’etichetta di Corte, che ai fini della storia non ha importanza alcuna, ma che una che si picca di essere un’autrice di biografie dovrebbe come minimo conoscere; però l’epoca di Maria Antonietta non è il mio forte, e così ho comprato un libro che trattasse un periodo dove mi muovo meglio, il Secolo d’Oro.
Inizio a leggerlo, e arrivato appena a pagina 40 ho già beccato tre errori, non grandi ma che per una che passa la vita a scrivere degli affari della gente che ha vissuto a Versailles non dovrebbe permettersi di fare, soprattutto visto vanta un esercito di consulenti tanto che la pagina dei ringraziamenti è più lunga dell’elenco dei debiti di Paperino. Voglio essere buono, magari anche ottimista, ma anche tenendo conto di eventuali grossolani errori dei traduttori non ci siamo lo stesso.
Di sicura dimostra di conoscere punto o poco il cerimoniale di Corte e l’etichetta, accumula errori su errori quanto a ranghi, appellativi, incarichi… ai nostri occhi di gente moderna sono piccolezze, ma all’epoca si poteva arrivare anche ad uccidere per l’usurpazione di una cosa considerata segno di favore, come il diritto ad una sedia anziché ad uno sgabello per potersi sedere in presenza de Re, o per una porta aperta del tutto al tuo passaggio anziché solo uno dei due battenti. Non conoscere certi dettagli significa ignorare completamente la psicologia del tempo ed il modo di vivere delle persone delle quali ti stai occupando.
Altra cosa: non è un errore, ma non la capisco bene; forse scrivendo citava a braccio. In una nota cita un passaggio delle memorie di Primi Visconti (avventuriero italiano molto affascinante e pettegolo, autore di divertentissimi Mémoires): tuttavia non ci dice chi ne fosse protagonista, oltre a Primi… dalle lettere della marchesa de Sévigné sappiamo che si trattava del fratello dell’amante del Re, la duchessa di La Valliére: mi chiedo perché, forse la Fraser aveva paura che il fratello La Vallière si vergognasse se lei scriveva in un libro che ha tacchinato Primi Visconti?
Per restare alle lettere della marchesa, fonte inesauribile di notizie sulla Corte, e consultate da tutti gli storici, troviamo quello che può essere un errore della traduzione, quando la Fraser mi cita una lettera della Sévigné, in cui la marchesa da del tu a sua figlia: credo che non sia mai successo in vita loro di scriversi dandosi del tu. Ma l’incuria della Fraser fa di peggio: a due riprese afferma che la figlia della Sévigné si chiamava Juliette de Grignan: ma da bon? Infatti si chiamava Françoise-Marguerite de Sévigné, marchesa de Grignan; dubbi non ce ne dovrebbero essere, poiché credo sia il nome femminile più citato nella corrispondenza, seguito dopo poco da Pauline (la figlia di Françoise-Marguerite, Pauline de Grignan, marquise de Simiane curerà la pubblicazione delle lettere della spirituale e spiritosa nonna). Al massimo c’era una Julie-Françoise de Grignan, che era figlia di primo letto del genero della Sévigné, ma che di certo non era sua parente. E quindi capiamo che la Fraser non si cura nemmeno troppo di leggere bene le sue fonti, o di capirle.
Peggio, le cita sbagliate o le altera: cita una frase scritta dalla mia amica Liselotte sui matrimoni, dando come riferimento preciso una biografia in mio possesso. La frase è:
“I matrimoni sono come la morte. L’ora e il giorno sono stabiliti, non è possibile sfuggirvi. Così Nostro Signore ha voluto, così bisogna che accada”.
La frase riportata nella biografia è:
”I matrimoni sono fatti in Cielo, tutto è destinato, cara Louise” [Louise è la sorellastra di Liselotte, NdMauro],
frase seguita da un’altra tratta da un’altra lettera:
“Ognuno deve compiere il proprio destino, non vi si può sottrarre né cambiarlo”.
Altra cosa: la Fraser afferma che la Fronda (la guerra civile avvenuta durante l'infanzia di Luigi XIV e il governo di Mazarino) prende il nome dall’arma preferita dei frondisti, che era una specie di catapulta; altra scemenza clamorosa: si chiama così perché i parigini, ma più specificatamente i monelli tiravano pietre con la fionda agli uomini di Mazarino, soprattutto ai vari gabellieri, esattori etc.
La fronda, nel senso che intende la Fraser, era effettivamente un’arma da lancio fatta di corda, una fionda gigante in sostanza, che è stata in uso fino alla fine del medio evo o poco più. Ma da una fionda a una catapulta c’è più di un pelo di differenza, a vederle. Non credo che la traduzione abbia molto peso qui, in inglese la fronda è sling, e la catapulta è catapult.Errore di traduzione piuttosto è quando mi dice che la Cassia è un derivato del cinnamomo: la parola "derivato" in genere implica che in qualche maniera uno lavori su un materiale di partenza per ottenerne un altro.
Ma il Cinnamomum aromaticum (cannella della Cina, detto anche quassia o cassia) ed il Cinnamomum verum (più noto come cannella di Ceylon) sono due piante molto simili, della stessa famiglia dell’alloro; un po’ come la rosa canina e la rosa tea: non posso trasformare una nell’altra neanche se prego con fervore Amelia la fattucchiera; inoltre c’è anche tutto un genere di piante leguminose che si chiama cassia, cui appartiene anche la senna: che per inciso di solito si usano come lassativi e non come emetici come afferma la Fraser, o chi per lei (resta da vedere chi è tra la scrittrice e chi ha tradotto non conosce la differenza tra un lassativo ed un emetico).Un altro esempio dell’incertezza dell’attribuzione dell’errore è quando dice che Maria Teresa d’Austria sarebbe potuta salire al trono di Spagna se non avesse sposato Luigi XIV perché la Spagna non contempla la legge salica. Dopo una decina di pagine afferma l’esatto contrario, cioè che la legge salica le permetteva l’accesso al trono. Tralasciando il dettaglio che la legge salica (termine errato, ma che si usa correntemente per indicare le leggi di devoluzione della Corona di Francia) non ha nulla a che fare con la Spagna, in quanto riguardante la Francia e solo la Francia, delle due l’una: o vieta o non vieta. O la Fraser non bada a quello che scrive, o chi la traduce è un casinista.
Mi dicono che Antonia Margaret Caroline Pakenham, figlia di Frank Pakenham, VII conte di Longford, vedova di Harold Pinter, eccetera eccetera, sia una storica ottima per quello che riguarda il periodo e la famiglia dei Tudor. Bene, speriamo che le passino le frasche versaillesi e se ne resti a scrivere sugli inglesi.
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Marie de Rabutin-Chantal, marquise de Sévigné
Il 5 febbraio del 1626 è un giovedì come tanti altri, ma è anche il giorno in cui nel cuore della favolosa Parigi di Luigi XIII, in quella Parigi delle Dame Galanti cantate da Brantôme, nella Parigi dove un Cardinal de Richelieu controlla qualsiasi cosa, in una Parigi poco lontana da quella dei romanzi di Dumas nasce una bimba che crescendo diventerà uno dei più splendenti ornamenti della corona del Secolo d’Oro: in Place Royale (oggi Place des Vosges), all’Hôtel de Coulanges, Marie de Coulanges mette al mondo la bionda Marie de Rabutin-Chantal; il padre è Celse Bénigne de Rabutin, barone de Chantal, d’antica famiglia borgognona di nobiltà di spada; a sua volta figlio di quella Jeanne-Françoise Frémyot de Chantal, amica, parente e discepola di san Francesco di Sales e fondatrice dell’Ordine della Visitazione (la ricorrenza di santa Giovanna di Chantal cade il 12 agosto).A poco più di un anno la piccola Marie perde il padre, ucciso nel giugno 1627 nell’isola di Ré durante la guerra contro gli inglesi; la moglie gli sopravvive di poco, così che la bimba, rimasta orfana nel 1633, è affidata ai nonni materni; la nonna paterna era già vedova ed aveva abbandonato la famiglia per andare in convento, mentre il nonno Christophe de Rabutin era morto in un incidente di caccia dopo essere sopravvissuto a parecchi duelli. Quando anche il nonno Philippe de Coulanges muore nel 1636, saranno gli zii, Philippe de la Tour de Coulanges e Christophe de Coulanges, abate di Livry (che nella corrispondenza lei chiamerà “le Bien Bon”), ad impartirle un’educazione di prim’ordine: Marie imparerà benissimo l’italiano, conoscerà discretamente il latino ed avrà nozioni di spagnolo; alcuni affermano che anche Ménage e Chapelain siano stati suoi maestri, in realtà lei li conoscerà da adulta.
A diciotto anni Marie sposa, il 4 agosto 1644, un gentiluomo bretone abbastanza ben piazzato economicamente: il marchese Henri de Sévigné, tra le altre cose proprietario di un castello di nome Les Rochers, poco lontano dalla cittadina di Vitré, luogo che diverrà da subito la sua residenza favorita quando non sarà a Parigi o in Provenza dalla figlia, e che ancora oggi deve alla marchesa la sua rinomanza; i Sévigné s’installano a Parigi, nel quartiere del Marais, in un palazzo al numero 11 di rue des Lions-Saint-Paul tuttora esistente, e che dista poche centinaia di metri dall’Hôtel de Coulanges dove Marie ha vissuto con la famiglia. La coppia avrà due figli: la maggiore, Françoise-Marguerite nasce il 10 ottobre 1646, ma per quanto avesse la fama di essere una donna molto bella -tanto che il cugino Bussy-Rabutin la chiamava “il più bel pulzellaggio di Francia”-, è in realtà una donna vanagloriosa, interessata, col cuore arido come il deserto del Kalahari ed un’intelligenza né acuta né troppo sviluppata. Il secondogenito, Charles, nasce il 12 marzo 1648, e non sarà migliore della sorella: grazioso ma irrilevante, mentalmente trascurabile, Ninon de Lenclos lo definirà “una vera zucca trifolata nella neve”.
Henri dà a Marie altre due cose durante i loro sette anni di matrimonio: essendo di carattere buontempone e gaudente riempie la famiglia di debiti ed il proprio letto di amanti, sebbene sembra che la moglie non si adombrasse troppo delle continue infedeltà del marito, come si deduce dall’aneddoto riportato da Bussy-Rabutin nella sua Histoire amourese des Gaules: Sévigné gli aveva raccontato con vanteria di essere diventato l’amante di Ninon de Lenclos (la stessa che lo sarà senza scomporsi anche del figlio, qualche lustro dopo) e Bussy, covando speranze non troppo legittime né particolarmente limpide, si precipita a raccontare tutto alla cugina:- Ha di che vantarsi, disse lei arrossendo di dispetto.
– Fingete di non saperlo, le risposi, poiché ne vedete la conseguenza.
– Credo che siate matto, mi disse, a darmi certi avvisi, o che crediate che sia folle io.
– Lo sareste ben di più, madame, le replicai, se non gli rendeste la pariglia, come se gli ripeteste quello che vi ho detto. Vendicatevi, mia cara cugina, sarò parte della vendetta; in fin dei conti i vostri interessi mi sono tanto cari quanto i miei.
– Piano, signor conte, non sono così seccata come credete.Di donna in donnina, il bel Henri de Sévigné fa una brutta fine: il 4 febbraio 1651 si batte in duello con il cavaliere d'Albret per disputargli i favori dell’amante, una certa madame de Gondran; la ferita è mortale, Henri non ha scampo, e la spirituale Marie si ritrova vedova a venticinque anni, con due figli da mantenere e dei debiti altrui da saldare; forse per scelta, forse per indole, Marie non si risposerà mai più nonostante le diverse occasioni appetibili che le si presenteranno nel corso degli anni: a novembre dello stesso anno la marchesa si stabilisce a Parigi, traslocando in un alloggio più gestibile e un po’ più economico, in rue Saint-Avoye, oggi compresa nella rue du Temple, tra la rue Michel-le-Comte e la rue Saint-Merri; trascorrerà tuttavia una parte del suo tempo ai Rochers: la vita in campagna è molto piacevole, ed è orribilmente meno costosa di quella nella capitale.
Quando la marchesa abita a Parigi risiede sempre in case che si trovano nel Marais, che resterà il suo quartiere di affezione così come della gran parte della nobiltà parigina; occorre tenere presente che ci muoviamo in un periodo in cui la nobiltà francese si trovava ad essere privata di molti dei suoi privilegi politici e sociali, oltre ad avere un perenne e sempre crescente bisogno di denaro, denaro di cui iniziava a disporre semmai altre classi sociali, la borghesia e la magistratura; pertanto, la vera nobiltà, e con vera il nobile intende nobiltà di spada, tuttalpiù di Chiesa ma proprio per concessione, scopre di avere un solo modo per cercare di ristabilire un’identità che sente di star perdendo, in contrapposizione a quelli che son visti come gli ultimi arrivati: le buone maniere, l’essere ben allevati, la galanteria, lo svago, lo spirito e la cultura (che non vanno necessariamente sempre a braccetto); in mezzo a tutto ciò fioriscono i salotti e le Preziose. La vita sociale e mondana di Marie è fatta di frequentazioni di salotti illustri, i centri della vita intellettuale e letteraria di Parigi, e sarà assidua specialmente dell’Hôtel de Rambouillet. Qui incontrerà il fior fiore dei personaggi del bel mondo e della letteratura del suo tempo: la contessa de La Fayette, romanziera e memorialista (e cugina di Marie, per matrimonio); Madeleine de Scudéry, celebre scrittrice e romanziera; il duca François de La Rochefoucauld, autore delle Massime, memorialista e capo di uno dei partiti della Fronda ed uno dei migliori amici di Marie; Jean de La Fontaine o il Cardinal de Retz, scrittore, colto, intelligente ed anche lui uno dei capi della Fronda; tra le sue amicizie e frequentazioni troviamo inoltre Mademoiselle de Montpensier, la ricchissima cugina del Re; il marchese de Coulanges -cugino germano della Sévigné- e la moglie, tutti e due persone di spirito e di lettere, e lei a sua volta epistolografa celebre ed apprezzatissima da Luigi XIV; il ministro delle finanze Nicolas Fouquet, donnaiolo ed uomo dal triste destino; Bussy-Rabutin, lontano cugino di Marie e uomo di vasta cultura ed ingegno; il marchese Simon Arnaud de Pomponne, ministro degli affari esteri di Luigi XIV; Françoise d’Aubigné, allora solo madame Scarron e non ancora marchesa de Maintenon e moltissimi altri che è difficile (oltre che noioso) elencare a braccio.
La caduta di Fouquet tocca da vicino Marie, sua amica da lungo tempo, e cui lui fa una corte spietata che dura almeno sette anni, con continui dinieghi gentili ma fermi della marchesa. Sette anni, fino al 1661, anno in cui il 5 settembre il sovrintendente delle finanze viene arrestato, e tra le sue carte viene scoperta una cassetta contenente lettere galanti indirizzate a numerose dame, tra cui alla favorita del Re, Louise de La Vallière, ed alcune lettere della Sévigné: vi si parla solo degli affari di una parente, ma la reputazione di Marie è compromessa. Eccola dalla Bretagna dove si trovava fare appello agli amici nella capitale per difenderla, e madame de La Fayette, Pomponne, Ménage e Chapelain accorrere in aiuto. Nei tre anni che seguono l’arresto di Fouquet la marchesa allaccia delle corrispondenze con molte persone, alcune delle quali dureranno anche una cinquantina d’anni: possono avere la forma ed il sapore delle cronache quotidiane e dei pettegolezzi sugli scandali di corte, una sorta di Mercure Galant per così dire; ma possono anche avere un taglio più serio e magari politico, soprattutto quelle riguardano l’affare Fouquet, del quale prende le difese con un’energia che non troverà nessuno degli altri vecchi protetti del sovrintendente. Queste lettere sono diverse dal suo tono abituale, allegro e scoppiettante, hanno più un’impronta neutra, quasi da commentatore, da cronaca, e parlano di fatti importanti come le carestie o le rivolte dei parlamentari: perché? È verosimile l’ipotesi che possa essere per aggirare ogni eventuale rischio poiché la posta veniva molto spesso letta dalla polizia prima che dai destinatari.Il tempo passa, lo zio Bien Bon aiuta la nipote a gestire i beni di famiglia, e i figli crescono, è già ora di pensare a maritare la primogenita: la scelta cade su un uomo che orbitava nella galassia dell’Hôtel de Rambouillet, dato che la sua defunta moglie era figlia della marchesa de Rambouillet: si tratta di François d'Adhémar de Monteil, conte de Grignan, che dopo essere rimasto due volte vedovo impalmerà in terze nozze Françoise-Marguerite de Sévigné il 27 gennaio 1669; dapprima gli sposini s’installeranno con la marchesa in un palazzo, oggi distrutto, al numero 8 di rue de Thorigny, sempre nel Marais e sempre poco lontano dalle altre case già abitate da Marie. A novembre dello stesso anno il conte viene nominato luogotenente generale del Re in Provenza, e avendo l’obbligo di residenza si appresta a partire seguito dalla moglie, la quale preferisce la vita con lui a quella parigina, anche se non senza rimpianti.
Madame de Sévigné scrive la prima delle sue prime lettere alla figlia che l’ha lasciata due giorni prima, il 6 febbraio 1671, e saranno di uno stile totalmente diverso da quello che usava con i suoi corrispondenti abituali, cosa che ci si aspetta a maggior ragione perché il modo in cui Marie scrive a Bussy non è lo stesso (e a ben ragione) prima e dopo il guastarsi dei loro rapporti dapprima per una questione di denaro e poi per la pubblicazione del libro di Bussy, la Histoire amoureuse des Gaules; ma anche, per continuare con gli esempi, il tono che usa col cugino Coulanges non è lo stesso che adopera con l’amico conte de Guitaut, che a sua volta differirà radicalmente da quello usato per madame de Guitaut una volta rimasta vedova, e così via. Nelle lettere a madame de Grignan troviamo lo spettro di una profonda solitudine che una donna prova dopo la partenza di una figlia amata, fatto completamente nuovo per una persona che gode della pienezza di una vita di società invidiabile; ed è proprio scrivendo queste lettere che Marie si scopre una vocazione per la scrittura. Nipote di una santa, erede di una schiatta di guerrieri, è altrettanto erede di persone dallo spirito brillante e vivo, che se lo trasmettono di generazione in generazione: Marie e Bussy-Rabutin hanno un lontano antenato comune, Amé de Rabutin, il quale era temutissimo in battaglia non tanto per le sue virtù guerriere quanto perché riusciva a far cadere gli avversari da cavallo facendoli ridere coi suoi discorsi; la leggenda di famiglia lo vuole presente alla battaglia di Azincourt, ma avrebbe dovuto parteciparvi quindicenne, la cosa è un po’ dubbia. La penna diverrà l’arma della marchesa, l’arma con la quale illustrerà quello spirito, quell’ingegno, che fino ai quarantacinque anni aveva fatto giostrare solo con la parola; non a caso si parla di rabutinage, di esprit Rabutin, esattamente come si parla dell’esprit Mortemart. Marie de Sévigné è perfettamente consapevole di tutto ciò, e del resto come potrebbe essere diversamente, visto come era stata educata e come venivano educati i rampolli della nobiltà? Quando scrive non ha alcuna intenzione di venire meno a questa usanza che le dava la possibilità di usare e mostrare due cose delle quali sapeva di essere molto dotata: il lignaggio ed il talento di narratrice e di scrittrice, non per forza in questo ordine. Esattamente al pari degli esponenti del bel mondo e dei letterati che frequentavano i salotti dell'Hôtel de Rambouillet, la marchesa impiega i principi estetici della nobiltà come una corazza per difendersi dalle difficoltà della vita quotidiana; ad esempio, se scherza sulla morte, tanto sua quanto altrui, è per prendere le distanze dalla paura della dannazione. Marie ama alle volte la risata grassa, ce lo ricordiamo quando scrive a Bussy di aver saputo che della ferita che si è procurato quando gli è caduto un pezzo di cornicione in testa e molti mariti preferirebbero aver quella come ornamento del capo; tuttavia questo gusto per un umorismo basso non è mai spinto ai limiti di Saint-Simon, che invece sembra trovasse divertente l’umorismo escatologico, e nei Mémoires inserisce alcuni aneddoti incentrati sulle feci (il cavaliere de Coislin, per esempio). Le lettere sono suscettibili di avere un diverso registro anche a seconda del luogo in cui Marie le scrive: se partono da Parigi sono delle cronache ricchissime dei fatti dell’epoca e dei loro retroscena, informazioni cui spesso la marchesa poteva avere un accesso privilegiato ed i gazzettieri no; le lettere che invece scrive dalla Bretagna sono nettamente più intime, parlando di ricordi, di emozioni, di sentimenti che può e vuole condividere con la figlia.Nel 1672 la marchesa soggiorna al castello di Grignan, ma la convivenza con la figlia e la sua famiglia si fa pesante, e Marie rientra a Parigi. La famiglia del conte de Grignan è quello che oggi diremo una famiglia allargata: oltre a Françoise-Marguerite dalla quale ha avuto l’anno precedente, 4 febbraio 1671, un figlio maschio battezzato Louis-Provence, dobbiamo contare anche due figlie di primo letto, nate nel 1660 e nel 1663, ed un figlio dalla seconda moglie, morto nel 1668. A questi si aggiungerà il 9 settembre 1674 una bimba, Pauline, futura marchesa de Simiane, nonché colei che curerà una pubblicazione delle lettere della nonna.
La corrispondenza inizia a circolare pubblicamente dal 1673, copiata e diffusa non si sa bene da chi: madame de Sévigné, da donna di spirito qual era, afferma che quelle lettere erano in sostanza dei documenti pubblici e concede loro libera circolazione. Per quanto madre e figlia si vedessero regolarmente, ogni nuovo incontro ed ogni nuova separazione ispiravano la marchesa ad esprimere le sue passioni; la difficoltà di trovare parole atte ad esprimere correttamente gli affetti è un tema che ricorre spesso nella corrispondenza: si tratta di testi che dipingono l’amore materno in una maniera tale da servire da modello per tute le discussioni psicologiche e letterarie sui rapporti tra madre e figlia, esattamente come il resto della corrispondenza ispirerà tutte le opere epistolari future.
Nel 1676 la marchesa si ammala, e per la prima volta seriamente: una grave forma di reumatismi le paralizza quasi le mani; elegge Vichy come luogo di cura, e non ritornerà mai su questa decisione. Le lettere scritte dalla cittadina dell’Alvernia sono tra le sue migliori per l'insuperabile vivacità e per lo spirito; anche il processo e l'esecuzione di madame de Brinvilliers, avvenuta in quell'anno, sono oggetto delle lettere. Verso la fine di ottobre del 1677 madame de Sévigné si installa definitivamente all’Hôtel Carnavalet, fastosa residenza in cui rimarrà fino alla morte, quando non sarà in viaggio. La famiglia de Grignan la raggiungerà a novembre, e rimarrà lì per diversi mesi, con umori alterni, fino al settembre del 1679. Se quando sono separate la madre e la figlia si scrivono regolarmente almeno due volte ogni settimana, nei periodi di convivenza capita che alcune lettere siano scritte addirittura da una stanza all’altra, quando la tensione si fa più forte. La marchesa, in buona sostanza, cercherà di recuperare il rapporto con sua figlia con il potere della penna, e ci riuscirà, anche con l’aiuto della religione e dei giansenisti, scoprendo che alle volte è molto più facile volersi bene da lontano che da vicino. Gli anni iniziano a farsi sentire, più per i suoi amici che per Marie: nel 1679 muore il Cardinal de Retz, nel 1680 è la volta di Fouquet e di La Rochefoucauld, il più eminente dei suoi corrispondenti e uno dei suoi amici più intimi. Il giorno 8 febbraio 1684 Charles de Sévigné si sposa con una giovane nobile bretone, Jeanne-Marguerite de Bréhant de Mauron, e la marchesa approfitta dell’occasione per dividere i suoi beni con i figli; da questa data in poi nelle lettere compare di tanto in tanto l’espressione “vado a mangiare i miei debiti” per dire “vado al castello dei Rochers”: rendiconti alla mano si può vedere che Marie ha fatto in pieno il suo dovere di madre ed anche di più, e dal punto di vista economico si è veramente rovinata per il bene dei figli. Il 1684 è anche l'anno in cui la marchesa assistette a Saint-Cyr alla rappresentazione dell’Esther di Racine, circostanza che racconta ovviamente in alcune lettere. Col tempo la lista dei lutti si allunga: nel 1692 muore Ménage, nel 1693 tocca a Bussy-Rabutin e alla contessa de La Fayette; l’anno 1695 è allietato da due matrimoni: per primo quello di Louis-Provence de Grignan il 2 gennaio, che sposa la ricca Anne-Marguerite de Saint-Amans. Il matrimonio non era molto ben visto molto dall’altra Marguerite di casa, che andava in giro ovunque a dire che alle volte è necessario concimare i campi, riferendosi alla monumentale dote portata dalla nuora nelle tristi casse dei Grignan: la neo sposa, con tutto che era detestata dalla suocera, avrà lunga vita e seppellirà tutta la famiglia, morendo nel 1736, seguita l’anno successivo solo dalla vedova di Charles de Sévigné e dalla cognata, Pauline; il secondo matrimonio che si celebrerà nel 1695 è proprio quello di Pauline, che il 29 novembre sposa Louis de Simiaine.L’anno successivo la contessa de Grignan si ammala, e la madre le presta assistenza continua per lungo tempo. In aprile Marie si ammala a sua volta, gravemente; forse è una polmonite a costarle la vita. La spirituale e brillante marchesa de Sévigné si spegne il 17 aprile 1696, al castello di Grignan. È sepolta nella chiesa del Salvatore, sotto una lapide di marmo bianco.
La corrispondenza di madame de Sévigné con la figlia copre un periodo di una trentina d’anni, con una media di tre o quattro lettere spedite ogni settimana. Una prima edizione clandestina, nel 1725, comprendeva 28 lettere o estratti; a questa hanno fatto seguito altre due edizioni nel 1726. Pauline de Simiane, nipote della marchesa, decise di dare alle stampe un'edizione ufficiale della corrispondenza della nonna, affidandone la cura a un editore di Aix-en-Provence, Denis-Marius Perrin, che pubblicò 614 lettere nel 1734-1737 e 772 nel 1754. Le lettere furono selezionate, scartando quelle di argomento strettamente privato o di nessun valore letterario, e furono rimaneggiate per dar loro, secondo le istruzioni di Pauline, la lingua aggiornata al gusto del tempo. Si pone dunque il problema della loro autenticità: sulle 1120 lettere conosciute, soltanto il 15% derivano da lettere autografe, il cui originale fu distrutto dopo la pubblicazione. Nel 1873 fu ritrovata presso un antiquario una buona quantità di copie manoscritte tratte dalle autografe, coprendo circa la metà di tutte le indirizzate da madame de Sévigné alla figlia.L’incantevole marchesa scrive le sue lettere come se danzasse, è molto difficile che si debba accontentare dei limiti imposti da un galateo epistolare: un testo fatto di una formula di apertura, un linguaggio impostato, un complimento, una formula di chiusura non sono adatti ad una personalità come la sua, specialmente perché non trasmetterebbero quasi nessuna identità allo scritto; Marie farà ricorso a degli schemi rigidi solo in rarissime occasioni, come per esempio le lettere indirizzate alla Duchessa di Montpensier, la Grande Mademoiselle cugina de Re, oppure quando era necessario richiamare ai propri doveri sociali la stizzosa figlia, per spingerla a scrivere lettere di complimenti per matrimoni, nascite, morti, promozioni e quant’altro. Godibilissima è la serie infinita di battibecchi che la marchesa si sobbarca perché la figlia rifiuta di scrivere una lettera alla principessa di Taranto, nata Émilie de Hesse-Cassel, trattandola di Altezza Reale: dopo l’ennesimo rifiuto testardo della figlia, la Marie si vedrà costretta a scrivere lei all’amica -“sa bonne Tarente”- dicendo che madame de Grignan le ha scritto, piccinina santa, e che se la principessa non ha visto nulla è di certo colpa delle poste che hanno smarrito la missiva.
Quello che più amava la marchesa era la libertà: libertà dalle regole di stile, libertà di espressione intesa sia come facoltà di parlare senza doversi nascondere o camuffare, sia come possibilità di mettere a nudo i propri sentimenti e il proprio cuore. Nelle lettere alla figlia troviamo tutto questo, Marie stessa parla della sua “penna che va come una stordita”. Lettera come discorso, lettera da ascoltare, ma anche lettera da leggere: la marchesa sapeva benissimo che i suoi capi d’opera erano spesso copiati e letti nei salotti, aveva trovato perfino giusto che succedesse ed aveva gaiamente dato il suo beneplacito agli ignoti copisti: Bussy scriveva di lei che “Ama l’ncenso, ama essere amata”. Specialmente nella corrispondenza con madame de Grignan vi era il pericolo della noia, quello che Marie stessa, facendo un paragone con la campagna bretone, definiva lande: “Si chiamano lande, in questo paese. Ve ne sono molte nelle mie lettere, prima di trovare delle praterie”. Come cercare di allontanare la noia? Cambiando argomento, la monotonia si combatte con la varietà; quando riteneva di aver discusso troppo di una cosa Marie era solita impiegare frasi mirate, come “Non voglio spingere oltre questo capitolo”, oppure “Odio mortalmente parlarvi di questo; perché me ne parlate? la mia penna va come una stordita”, o anche ricorrendo all’italiano che conosceva bene, con un lapidario “ma basta”.Un certo interesse è rappresentato dal rapporto di madame de Sévigné con la religione, lei che aveva una nonna santa, che era pronipote di un vescovo, e che era nipote acquisita di san Francesco di Sales, ha conservato per tutta la vita un atteggiamento molto libero ed informale nei riguardi della religione, forse anche in ossequio a un modo di sentire di quella parte della vecchia nobiltà che si riferiva a Dio chiamandolo “Le Gentilhomme de La Haut”; per esempio, alla figlia scrive: “Noi vi amiamo in voi e per voi e attraverso voi”, desacralizzando il linguaggio della messa senza tuttavia mai sfiorare la blasfemia; oppure ama celiare sugli argomenti biblici, e quando la figlia sta per partorire le scrive: “Potrei aiutarvi a esporlo nel Rodano dentro un piccolo paniere di giunco, così poi prenderà riva in qualche regno dove la sua bellezza diventerà il soggetto di un romanzo”, oppure ancora “M. de La Rochefoucauld vi comunica di avere un certo apostolo che corre attaccato alla sua costola”, facendo un parallelo tra la moglie del duca, Andrée de Vivonne, ed Eva. La marchesa ride dell’improvvisa devozione di due ben note mangiauomini, la Principessa de Conti e la Duchessa de Longueville, chiamandole “le Madri della Chiesa”, o si esprime con una frase che starebbe benissimo anche in bocca a Casanova oppure a Restif de La Bretone riguardo ad un'impotenza momentanea ("Son dada demeura court à Lérida") del figlio Charles: “Ero incantata all'idea che fosse punito là dove aveva peccato”. Gli esempi si possono moltiplicare a dismisura, e provano la sua disinvoltura nelle questioni di religione. Marie era molto legata alla famiglia Arnaud ed ai giansenisti, tuttavia il suo atteggiamento pare essere in opposizione diretta alla rigidezza ed all’austerità dottrinale giansenista.
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Un abate trasngender?
François-Timoléon de Choisy (Parigi, 16 agosto 1644 – ivi, 2 ottobre 1724), fu un letterato, membro dell’Accademia di Francia, un religioso, ma soprattutto un personaggio molto strano.
François nasce in una famiglia bene inserita nella società del 17mo secolo: suo nonno era un ricevitore generale delle finanze di Caen, che Tallemant des Réaux ci dice essersi arricchito in maniera non troppo trasparente; suo padre Jean de Choisy era consigliere di Stato, intendente di Linguadoca e cancelliere di Monsieur Gaston, fratello di Luigi XIII; ma la persona che influenzerà la vita di François oltre ogni ombra di dubbio è la madre, Jeanne-Olympe Hurault de Belesbat: donna di spirito, vanta amici e corrispondenti come Cristina di Svezia, la Duchessa di Montpensier e Maria di Gonzaga, regina di Polonia, ma che oltre ogni cosa è un’arrivista forsennata ed un’intrigante diabolica, dotata di una sfrontatezza tale da farle dire ad un Luigi XIV giovanissimo “Sire, se volete diventare una brava persona dovrete parlare spesso con me”. Luigi le accordava 8000 livres di pensione e due udienze private per settimana, e si dice che in quegli incontri non parlassero soltanto… poi, col tempo perderà i favori del Re per aver troppo parlato male di Anna d’Austria e di Mazarino, e per essersi impicciata di troppi affari che non la riguardavano.
Madame de Choisy vestiva abitualmente il figlio da bambina, un po’ per moda (che rovinerà la vita del figlio) un po’ perché era compagnuccio di giochi del piccolo Philippe, fratello di Luigi XIV: visti i guai che Gastone di Francia aveva provocato a Luigi XIII ordendo congiure a non finire –salvo poi fare sempre marcia indietro all’ultimo secondo e tradire tutti i congiurati per salvare il collo-, Mazarino aveva avuto l’idea di far allevare Philippe “distraendolo”, praticamente sperava di farne una nullità dedita solo a trucco, belletti e vestiti e risparmiare così alla Francia altri grattacapi. L’idea del cardinale funzionò a meta: Philippe non congiurò mai contro il soffocante fratello (tanto, ad organizzare complotti di varia natura ci penseranno i suoi amanti) e si occupava quasi esclusivamente di pizzi, gioielli, nastri e profumi, ma in guerra era indomito e valoroso, tanto che la sua bravura indispettirà Luigi XIV, che per non vedere offuscata la propria gloria militare smette di mandare il fratello in guerra col pretesto di salvaguardare la successione al trono…
Choisy stesso riporta nei suoi Mémoires pour servir l’histoire de Louis XIV che la madre gli disse di ricordare sempre che la loro era una famiglia borghese, e che in Francia non si considerava altro che la nobiltà di spada, ma che avrebbe sempre dovuto avere delle buone frequentazioni per tenersi a galla: infatti François non intraprenderà una carriera militare, ma ecclesiastica, e sarà sempre legato ad Emmanuel-Théodose de La Tour d’Auvergne, cardinale de Bouillon, del quale diverrà anche l’amico. Attorno ai vent’anni scappa in provincia, e per qualche mese fa l’attrice, sempre vestito da donna. Nel 1672 prende un alloggio in Faubourg Saint-Marcel e vi s’installa allegramente sotto il nome di Madame de Sancy, vivendo in un gran lusso, con tanto di elemosiniere personale, con l’approvazione del curato di Saint-Médard ed il beneplacito del suo vescovo; François è felice dei suoi abiti che sono solo neri foderati di bianco, o bianchi foderati di nero, come si conviene ad un abate, trascurando il fatto che gli abati di solito non indossano nei finti, parrucche, gioielli e acconciature alla fontange. Ogni bel gioco ha la sua fine, però: un giorno all’Opéra il duca di Montausier, il misantropo, retto, moralista, pio, distintissimo e in una parola palloso governatore del Delfino lo svergogna pubblicamente per il suo travestimento.Madame de Sancy torna ad essere l’abate Choisy giusto per quel minimo tempo richiesto da un viaggio in compagnia del suo amico Bouillon: vanno ad assistere al passaggio del Reno e ad officiare la messa per il Re. Tornato a Parigi François cambia ancora identità, e col nome di Madame la Contessa des Barres affitta il castello di Crespon, vicino a Bourges, e per ammazzare il tempo diventa l’amante di madame Bossuet, donna amica di Bussy-Rabutin e cognata di quel Jacques-Bénigne Bossuet, vescovo di Meaux, scrittore ed accademico di Francia. Si, perché la cosa interessante è che François non è omosessuale: ama solo il travestimento, e spesso inscena matrimoni finti, con le sue giovani amanti travestite da uomini, sotto l’auspicio delle famiglie delle ragazze e del prete locale. Un’altra cosa rilevante è che l’abate parla quasi sempre di sé al femminile quando si descrive, magari tutto orgoglioso perché ha il seno quanto una ragazzina di tredici anni, grazie al corsetto che indossa sempre e ad una pomata fatta con grasso di piede di pecora che gli rende la pelle bianca come l’alabastro.
François aveva anche un altro vizio: il gioco, che lo rovinerà. A ventitré anni la famiglia cerca dio fargli perdere l’abitudine al travestimento, e lui pensa bene di fare un viaggio a Venezia, dove diventa preda del demone del gioco, e tornato in Francia costretto a vivere unicamente dei redditi della sia abbazia in Borgogna.
Nel 1676 va a Roma con Bouillon come conclavista, e fu in nome dei cardinali francesi: Bouillon, Retz, Bonzi, e d’Estrées che scrisse a Luigi XIV per chiedergli di ritirare l’esclusione pronunciata contro il cardinale Odescalchi, che verrà eletto papa col nome di Innocenzo XI; diventerà anche amico di Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza, elemosiniere di Monsieur Philippe e grande amico della sua prima moglie, Madame Henriette, poi elemosiniere della regina d’Inghilterra.
Nel 1685 prende il mare assieme al Cavaliere di Chaumont per andare in Siam, e racconterà le sue avventure in un diario: Journal du voyage de Siam fait en 1685 et 1686.
Nel 1687 entra all’Académie française, occupando il seggio appartenuto a François Honorat de Beauvilliers, duca de Saint-Aignan (il cui figlio diverrà grande amico di Saint-Simon) e collabora con Charles Perrault alla redazione degli opuscoli sulla lingua francese; scrive anche una biografia di una sua cugina, la spirituale Marie Bonneau, dame de Miramion.La sua opera migliore sono probabilmente i Mémoires pour servir l’histoire de Louis XIV, gradevoli e di facile lettura ma purtroppo la nostra amica abate non si prendeva il disturbo di datare le cose che raccontava.
Un altro suo lavoro di una certa mole è una storia della chiesa, in 11 volumi, scritta probabilmente su consiglio di Bossuet… e scritta sempre in parrucca e panier, che non lascerà quasi mai. Choisy disse al riguardo: “Grazie a Dio ho finito la Storia della Chiesa: ora posso mettermi a studiarla”I suoi due lavori più gustosi sono Mémoires de l’abbé de Choisy habillé en femme: graziosi, freschi, leggeri, pettegoli, senza pudore e senza la benché minima malizia, e i già citati Mémoires sul regno di Luigi XIV. Vi si ritrova anche in senso del ritratto, anche se in maniera minore, tipico di Saint-Simon.
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Marie-Madeleine-Marguérite d’Aubray, marquise de Brinvilliers
Nella Francia del Secolo d’Oro, del Re Sole, delle Sévigné, dei Saint-Simon, delle Montpensier e dei Lauzun, dei La Fontane e dei Colbert, la marchesa de Brinvilliers non è certo una figura di grande rilevanza storica o politica, ma fu all’origine di una serie di eventi che fece tremare Parigi e tutto il regno.Marie-Madeleine d’Aubray nasce il 22 luglio 1630, quinta figlia di Antoine Dreux d’Aubray, signore di Offémont e di Villiers, luogotenente civile di Parigi, luogotenente generale delle miniere di Francia, mâitre de requête. Tanto quanto il padre fu di costumi tradizionalisti e severi, la figliola si rivelò ben presto avere un temperamento inquieto, piuttosto ribelle ed incline ai piaceri, affamata di sesso e probabilmente ninfomane. Ad un’età inferiore ai sette anni indulgeva in giochi erotici con uno dei fratelli (dalla sua confessione non si riesce a dedurre quale, ma di certo uno dei due che saranno con lei parte nella vicenda ed ai quali riserverà le stesse attenzioni anche da adulta); passati i sette anni perde la verginità con un non bene identificato ragazzetto, forse un valletto di casa: non lo sapremo mai (e forse non se lo ricordava neanche lei); ma non si faceva mancare parentesi lesbiche (“[…] mi accuso posuisse virginiculam super me […]”); sempre nella sua confessione, con alcuni passaggi pudicamente riportati in latino dai compilatori (si sa che fare latinamente il porcello è più socialmente accettabile) ci dicono che la pulzella, o meglio la ex pulzella, in età adolescente faceva allegramente sesso con il fratello tre volte la settimana ed indulgeva in pratiche solitarie, testualmente “[…] quattro o cinquecento volte […]”… immagino non fossero ogni settimana anche queste perché non credo che potesse avere tutto quel tempo libero, povera stella: nella corrispondenza di madame de Sévigné li troviamo definiti come “i peccatucci” di mademoiselle d’Aubray.
Crescendo in un ambiente dove di amore ce n’era ben poco, dalla madre che non viene mai citata al padre austero e distante, arriva ai 21 anni, età in cui si pensa di maritarla con un emerito sconosciuto, Antoine Gobelin marchese de Brinvilliers, discendente di un tintore che nel XVI secolo riuscì ad avere un marchesato: pur essendo un ufficiale di cavalleria, e discendente di personaggi di valore nell’esercito di Francia, il solo fatto per cui conosciamo il nome di Antoine è che fu l’insignificante marito della d’Aubray: una volta vedovo sparirà dalla scena così silenziosamente come vi era comparso.
Lei, piccina, rotondetta e morbida, con capelli castani ed occhi azzurri, sognava un matrimonio come tutte le ragazze dabbene dell’epoca, non certo per amore o interesse per il marito. Lui, affascinato dallo spirito di Marie-Madeleine, e dalle 150000 livres di dote cacciate dal vecchio d’Aubray, la impalmò. Non sarà un matrimonio modello: lui giocatore accanito, entrambi mani buche ed entrambi dediti all’adulterio, impiegheranno ben poco ad avere difficoltà economiche. Durante gli anni del matrimonio Marie-Madeleine avrà cinque figli, tre maschi e due femmine, ma ciò non cambierà nulla allo stile di vita della coppia, peraltro il marchese non è padre di tutti i rampolli, ma solo di due.Che sia stato per interesse, per idiozia, o per pura sfortuna non lo sapremo mai, ma fu lo stesso Brinvilliers ad introdurre in casa propria come amico l’altro protagonista della nostra storia: Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, avventuriero e millantatore che divenne su due piedi l’amante di Marie-Madeleine, e lo rimase fino alla propria morte, quattordici anni dopo. Gaudin, per ammissione della stessa madame de Brinvilliers, è il padre di due dei cinque figli della marchesa: due suoi, due del marito, quello che avanza è di un cugino del marito, col quale “[…] peccai circa duecento volte […]”.
Dreux d’Aubray si preoccupava del buon nome della famiglia e, soprattutto, del patrimonio: vista la pericolosità di Sainte-Croix lo fece imbastigliare, e mal gliene incolse: fu proprio nel soggiorno nella fortezza che il sedicente cavaliere conobbe un altro singolare figuro dell’epoca: un italiano di nome (forse!) Niccolò Essili o Eggidio, ma che in Francia era noto col nome di Exili; costui era il chimico della regina Cristina di Svezia, non si sa bene perché fosse rinchiuso alla Bastiglia, ma di certo poté dare a Sainte-Croix qualche rudimento della sua arte; la leggenda vuole che gli facesse conoscere i veleni dei Borgia e dei Medici ma onestamente sembra essere uno dei soliti luoghi comuni seicenteschi che volevano tutti gli italiani avvelenatori di professione.
L’incarcerazione di Sainte-Croix fece uscire dai gangheri Marie-Madeleine che, orgogliosissima e puntigliosa sul proprio onore, non perdonava al padre l’affronto infertole, il quale stava anche lesinandole i quattrini, oltre a farle sentire i morsi della sua lussuriosa fame; ricordiamo che la piccola marchesa diede fuoco ad una sua fattoria che stava per esserle sequestrata dai creditori per puro spirito di vendetta sugli stessi. Sainte-Croix le fornì i mezzi per vendicarsi del padre: la conoscenza di Cristophe Glaser, chimico, farmacista (tra i suoi clienti annoverava Luigi XIV e Monsieur, peraltro) gli fece affinare le nozioni avute da Exili, e lo introdusse all’arte di preparare veleni; a tale scopo organizzò un piccolo laboratorio di alchimia nel quale faceva esperimenti, e i cui prodotti venivano testati dalla marchesa, verificandone efficacia e scarsa rintracciabilità. La leggenda nera che aleggia su madame de Brinvilliers vuole che girasse per gli ospedali distribuendo cibo, dolcetti, biscotti e vino ai malati che poi morivano tra atroci dolori: questo non è mai stato provato, e considerando le condizioni igieniche molto fantasiste e pressoché inesistenti degli ospedali dell’epoca è più facile che i motivi delle morti fossero da cercare altrove. È più probabile che alcuni esperimenti fossero stati tentati sui domestici della marchesa, secondo alcune testimonianze del processo.
Marie-Madeleine inizia a prendersi cura della salute del sessantaseienne padre, che di suo già era cattiva, e lo fa dandogli assieme alle medicine prescritte dai medici le produzioni del laboratorio di Sainte-Croix: in otto mesi il vecchio d’Aubrary non trovò mai giovamento nelle cure, ed alla fine morì grato alla figlia che si prendeva cura di lui… corsero pettegolezzi per Parigi, ma nessuno vi prestò orecchio; passando dalla lussuria all’avidità alla vendetta al punto d’onore, la marchesa non trascurava tuttavia di andare a confessarsi ed a comunicarsi: ovviamente non sappiamo che cosa raccontasse al parroco, ma sarebbe bellissimo poterne venire a conoscenza. Tuttavia Marie-Madeleine si accorse che la morte del padre non le dava alcun vantaggio pratico, visto che l’eredità di famiglia era controllata dai fratelli, nel frattempo diventati uno luogotenente civile e l’altro consigliere al Parlamento. Il maggiore, per giunta, voleva far imbastigliare nuovamente l’amante della sorella, il quale amante dal canto suo la ricattava per delle cambiali in suo possesso che lei gli aveva rilasciato. Per consolarsi lei si giostrava le grazie del cugino del marito, il marchese de Nadaillac, di un cugino suo, stavolta (circa trecento volte), di un servitore di nome La Chaussée e del precettore dei giovani Brinvilliers, tale Briancourt. Madame de Sévigné ci dice che madame de Brinvilliers voleva anche sposare l’amante, che non ne voleva sapere, per cui lei avvelenava il marito lentamente, tutti i giorni, mentre Sainte-Croix provvedeva a somministrargli l’antidoto.Marie-Madeleine, d’accordo con il valletto La Chaussée, inizia ad avvelenare i fratelli, e probabilmente cerca di avvelenare anche la sorella che riprovava la sua scarsa moralità: intorno ad aprile 1670 si ha notizia dei primi problemi di salute dei due giovani d’Aubray, il maggiore muore il 17 giugno, il cui corpo puzzava al tal punto che durante gli ultimi giorni i medici non riuscivano ad avvicinarlo; il 2 settembre dell’anno successivo muore l’altro fratello, il consigliere al parlamento. E tutte queste morti ravvicinate e simili fanno correre dicerie, più o meno ispirate, per Parigi e la moglie del fratello maggiore chiese l’autopsia: ne risultò che il fegato era ridotto ad uno stato poltiglioso e che stomaco e duodeno erano neri e malridotti.
La marchesa perde il controllo, forse per troppa sicurezza, e racconta certi particolari sui veleni e sul modo di usarli al Briancourt, durante alcuni dei loro incontri amorosi. Lui ha paura, lei decide di ucciderlo, e ne incarica Sainte-Croix; convoca Briancourt una notte, mentre l’altro lo attende col pugnale nell’alcova della donna; incredibilmente lei si pente sul più bello e lo lascia fuggire, lui poi riparerà altrove, aspettando gli eventi.Eventi che non tardano a verificarsi: il 30 luglio del 1672 salta in aria il laboratorio di Sainte-Croix, che muore nell’incidente. Gli inquirenti troveranno tra le rovine, nascosta tra storte, alambicchi e provette in pezzi, una cassetta che conteneva le lettere dei due amanti ed un diario con la confessione di Sainte-Croix che accusa Marie-Madeleine di una lunga serie di crimini, compreso il suo omicidio: evidentemente lui non si aspettava nulla di buono. Ma la polizia esitava ad arrestare una nobile, per timore di scandali, e la longa manus della legge si impadronì di Jean Hamelin detto La Chaussée, denunciato dalla vedova del maggiore dei d’Aubray. Il quale all’inizio negò tutto, ma la testimonianza della vedova di Sainte-Croix lo inchiodò, e la tortura gli sciolse la lingua; pagherà il suo debito con la giustizia finendo arrotato.
Madame de Brinvilliers cerca di recuperare la cassetta dell’amante, ma invano: vista la mala parata decide di scappare in Inghilterra, sola, raminga, senza amici, senza un soldo e ridotta alla fame. Il 24 marzo del 1673 viene condannata in contumacia per il triplice omicidio di padre e fratelli, la pena è la decapitazione; la Francia cerca di ottenerne l’estradizione, ed alla fine l’Inghilterra cede, ma Carletto II Stuart ha già abbastanza guai di suo, e per temporeggiare accetta a patto che sia arrestata da agenti di polizia francese (che a Londra non ci sono). Mentre le polizie dei due regni parlottano tra di loro la marchesa ripiglia la fuga, e ripara in un convento di Liegi dove, in virtù delle leggi dell’epoca dovrebbe essere al sicuro, perché lo Stato della Chiesa non aveva obbligo di estradizione; ma si sa che il destino è un burlone, e mette sul cammino di Marie-Madeleine un agente di polizia che risponde al nome di François Desgrais (che peraltro aveva già arrestato Exili dopo che era uscito dalla Bastiglia per estradarlo in Inghilterra). Desgrais riesce ad arrestare la marchesa il 25 marzo 1676, col consenso delle suore e delle autorità di Liegi. Sotto il suo letto troverà una cassetta contenente dieci fogli manoscritti di madame de Brinvilliers: la sua confessione; la donna tenta il suicidio, tramite un bastone che madame de Sévigné ci dice che Marie-Madeleine si era infilzata “[…] non in un occhio, non nella bocca, e nemmeno in un orecchio, e nemmeno nel naso, e nemmeno nel posto dove lo infilzavano i Turchi […]”; Caumartin disse che come Mitridate si era immunizzata, data la sua lunga esperienza di bastoni.Il processo vede la marchesa a confronto con la cognata, con Briancourt ed altri testimoni, e nonostante venga letta in aula la confessione rivenuta da Desgrais, Marie-Madeleine è lo stesso sottoposta a tortura: si applica la tortura dell’acqua, la cosiddetta "Question donné avec l'eau"; il condannato veniva legato su di un cavalletto, e l’acqua veniva fatta ingerire a litri forzatamente, la tortura poteva essere ordinaria (cavalletto alto circa 60 cm e 4 bricchi di acqua per un totale di 6 litri) o straordinaria (cavalletto di oltre un metro e 12 litri d’acqua). La marchesa le subì entrambe. Da notare che in caso il reo avesse deciso di confessare durante la tortura sarebbe subito slegato ed ascoltato; poi però gli sarebbe stato inflitto lo stesso il rimanente del trattamento, fino alla fine dell’acqua prevista.
La marchesa di Brinvilliers muore decapitata sul patibolo, come da sentenza precedentemente emessa, avendo fatto ammenda dei suoi peccati ed essendosi accostata alla religione pochi giorni prima di morire, spinta dall’abate Pirot.
Dalle lettere di madame de Sévigné:
Venerdì, 17 Luglio 1676
“[…] È finita: la Brinvilliers è nell'aria; il suo povero corpicino, dopo l'esecuzione, è stato gettato in un gran fuoco, e le ceneri al vento; in modo che noi la respireremo, e per la comunicazione degli spiriti, saremo presi da qualche umore avvelenante, di cui tutti ci meraviglieremo.
Il Processo è finito ieri […] fino alle cinque di sera ha raccontato la sua vita, spaventevole ancor di più di quello che si pensasse: ha avvelenato dieci volte di seguito suo padre (non poteva venirne a capo), i suoi fratelli e molti altri. Dopo questa confessione non si è tralasciato di applicarle la tortura ordinaria e straordinaria, ma non ha detto nulla di più […]
Alle sei è stata condotta in camicia con la corda al collo a Nôtre-Dame, per fare l'onorevole ammenda; poi l'hanno messa nello stesso carretto dove io l'ho veduta, gettata supina sulla paglia, con una cuffia bassa, in camicia; da una parte c'era un medico, dall'altra un carnefice: in verità era uno spettacolo che mi ha fatto fremere […]
Montò sola a piedi nudi sulla scala e sul patibolo, ed in un quarto d'ora fu rasata, girata e rigirata dal carnefice: vi fu un grande mormorio per questa crudeltà. L'indomani si cercavano le sue ossa: il popolo la credeva una santa […]”
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